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La decadenza dell'arte viene da lontano e apre a un relativismo estetico, che fa il paio con quello morale, che conduce a una estetizzazione della società. Lo ierofante della civiltà inestetica è Marcel Duchamp. Il comico francese, perché Duchamp voleva essere un umorista, è lo Zarathustra...
La decadenza dell'arte viene da lontano e apre a un relativismo estetico, che fa il paio con quello morale, che conduce a una estetizzazione della società. Lo ierofante della civiltà inestetica è Marcel Duchamp. Il comico francese, perché Duchamp voleva essere un umorista, è lo Zarathustra...
Franco Marino
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Tante volte è capitato nella storia che la massa trovasse normali cose che non lo erano affatto. L'antisemitismo e il razzismo, per fare un esempio, non erano l'eccezione di un gruppo di fanatici ma l'atteggiamento comune e corrente delle principali società "civili" dei primi del Novecento...
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Un articolo del Frankfurt Allgemeine prova a tracciare un parallelo tra il bipolarismo della Guerra Fredda e quello di oggi tra Stati Uniti e Cina. Scrive – con piena ragione – che la guerra fredda è stata alla base della prosperità dei paesi europei e si chiede come mai la stessa cosa non stia...
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Ieri accedendo al mio profilo personale – quello col mio nome e cognome, al quale accedo rarissimamente – ho letto una discussione sul covid che impegnava il mio cardiologo e alcuni medici, sostenitori del vaccino, alla quale ho sentito l’esigenza di dire la mia, anche perché il dibattito è...
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    La decadenza dell'arte viene da lontano e apre a un relativismo estetico, che fa il paio con quello morale, che conduce a una estetizzazione della società.




    Lo ierofante della civiltà inestetica è Marcel Duchamp. Il comico francese, perché Duchamp voleva essere un umorista, è lo Zarathustra dell'arte, se il filosofo di Röcken ha annunciato la morte di Dio, il pittore normanno annuncia la morte della Bellezza. Se Dio non c'è tutto è possibile, se il Bello in sé non esiste, allora tutto può diventare arte, da un scolabottiglie a un orinatoio. Anche il materiale può non essere più nobile e prezioso, ogni cosa va bene: giornali, feci, cartone, sabbia, pietruzze, sangue, urina. Duchamp demolisce la tradizione artistica occidentale: abolisce il cavalletto, la tela, l'atelier, i modelli, il soggetto, il reale. Il Bello scompare in un buco nero di ciarpame.




    L'estetica occidentale è figlia di Platone, il filosofo dell’Accademia ha suggerito l'esistenza dell'Iperuranio, la zona oltre il cielo dove risiedono le Idee pure, le immagini originarie, autonome dalle loro manifestazioni empiriche. Il Bello con la maiuscola è stato la pietra di paragone attraverso cui si stabilivano il bello e il brutto. Bello era ciò che più si avvicinava all'Idea di Bello in sé. Il Rinascimento, i cui protagonisti erano notevolmente influenzati dal neoplatonismo, fecero coincidere la suprema bellezza con Dio. Il Creatore è armonia, amore e ordine. È il Logós che informa l'universo e conferisce a esso senso e misura. L'arte doveva riflettere e glorificare il divino o meglio, glorificarlo cercando di avvicinarsi alla sua perfezione. Il concetto greco di mìmesis, come imitazione dell'ideale, acquista nuova vita.




    Con Duchamp salta tutto. Il Bello deflagra. È l'osservatore a rendere bello ciò che ha sotto gli occhi, qualunque cosa sia. Conta il soggetto, lo spettatore e non l'opera. La bellezza oggettiva non esiste più, sparisce la pietra di paragone, la definizione di cosa è bello è lasciata all'individuo e al critico. Duchamp avvia l'arte contemporanea e la tirannia dei critici. L'opera evapora, non ha valore in sé, conta la sublimazione fatta dal critico. È decisivo il discorso intorno all'opera, lo storytelling, le "narrazioni" intorno all'arte. Lo scolabottiglie di Duchamp non è uno scolabottiglie, è ciò che viene detto sullo scolabottiglie. Tutto può essere arte, nulla lo è più "oggettivamente", ecco servito il relativismo estetico.




    L'arte si fonda sulla distinzione tra "Bello" e "Brutto", abolita questa discriminazione, ovvero abbandonata alle innumerevoli soggettività, l'arte sparisce e al contempo tutto si estetizza, perché tutto può assurgere al ruolo di "opera d'arte". Il sociologo Jean Baudrillard ha chiamato questo fenomeno "transestetica".




    L'arte è dappertutto, ma non esistono più criteri per definirla e circoscriverla. Gli individui contemporanei sono indifferenti al gusto e al Bello perché non hanno più criteri di giudizio e, di conseguenza, abbracciano l'immondo e il brutto. La nostra società è una proliferazione informe e cancerogena di simboli, segni, colori, forme. Scrive Baudrillard: "la nostra società ha dato vita a una esteticizzazione generale: tutte le forme di cultura – senza escludere quelle anti-culturali – sono ammesse e tutti i modelli di rappresentazione e anti-rappresentazione sono accettati".




    La creazione artistica riflette i valori della postmodernità, dove tutto si fa transessuale, transnazionale, transpolitico, anche l'arte diventa transestetica. Il mondo artistico contemporaneo è ossessionato dalla mescolanza, dall'ibridazione, dell'innesto, dalla rottura dei limiti e delle forme consolidate. Ma questo eclettismo mostruoso di forme e seduzioni genera una situazione in cui l'arte non è più arte in senso classico o moderno, ma è una semplice immagine, un artefatto, un oggetto, un simulacro o una merce, un prodotto da vendere e far circolare. Le espressioni artistiche seguono i flussi marosi del tempo, la nostra civiltà precipita verso il de-forme e la caos e anche Babele ha la sua (in)estetica.




    Davide Cavaliere
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    La decadenza dell'arte viene da lontano e apre a un relativismo estetico, che fa il paio con quello morale, che conduce a una estetizzazione della società.




    Lo ierofante della civiltà inestetica è Marcel Duchamp. Il comico francese, perché Duchamp voleva essere un umorista, è lo Zarathustra dell'arte, se il filosofo di Röcken ha annunciato la morte di Dio, il pittore normanno annuncia la morte della Bellezza. Se Dio non c'è tutto è possibile, se il Bello in sé non esiste, allora tutto può diventare arte, da un scolabottiglie a un orinatoio. Anche il materiale può non essere più nobile e prezioso, ogni cosa va bene: giornali, feci, cartone, sabbia, pietruzze, sangue, urina. Duchamp demolisce la tradizione artistica occidentale: abolisce il cavalletto, la tela, l'atelier, i modelli, il soggetto, il reale. Il Bello scompare in un buco nero di ciarpame.




    L'estetica occidentale è figlia di Platone, il filosofo dell’Accademia ha suggerito l'esistenza dell'Iperuranio, la zona oltre il cielo dove risiedono le Idee pure, le immagini originarie, autonome dalle loro manifestazioni empiriche. Il Bello con la maiuscola è stato la pietra di paragone attraverso cui si stabilivano il bello e il brutto. Bello era ciò che più si avvicinava all'Idea di Bello in sé. Il Rinascimento, i cui protagonisti erano notevolmente influenzati dal neoplatonismo, fecero coincidere la suprema bellezza con Dio. Il Creatore è armonia, amore e ordine. È il Logós che informa l'universo e conferisce a esso senso e misura. L'arte doveva riflettere e glorificare il divino o meglio, glorificarlo cercando di avvicinarsi alla sua perfezione. Il concetto greco di mìmesis, come imitazione dell'ideale, acquista nuova vita.




    Con Duchamp salta tutto. Il Bello deflagra. È l'osservatore a rendere bello ciò che ha sotto gli occhi, qualunque cosa sia. Conta il soggetto, lo spettatore e non l'opera. La bellezza oggettiva non esiste più, sparisce la pietra di paragone, la definizione di cosa è bello è lasciata all'individuo e al critico. Duchamp avvia l'arte contemporanea e la tirannia dei critici. L'opera evapora, non ha valore in sé, conta la sublimazione fatta dal critico. È decisivo il discorso intorno all'opera, lo storytelling, le "narrazioni" intorno all'arte. Lo scolabottiglie di Duchamp non è uno scolabottiglie, è ciò che viene detto sullo scolabottiglie. Tutto può essere arte, nulla lo è più "oggettivamente", ecco servito il relativismo estetico.




    L'arte si fonda sulla distinzione tra "Bello" e "Brutto", abolita questa discriminazione, ovvero abbandonata alle innumerevoli soggettività, l'arte sparisce e al contempo tutto si estetizza, perché tutto può assurgere al ruolo di "opera d'arte". Il sociologo Jean Baudrillard ha chiamato questo fenomeno "transestetica".




    L'arte è dappertutto, ma non esistono più criteri per definirla e circoscriverla. Gli individui contemporanei sono indifferenti al gusto e al Bello perché non hanno più criteri di giudizio e, di conseguenza, abbracciano l'immondo e il brutto. La nostra società è una proliferazione informe e cancerogena di simboli, segni, colori, forme. Scrive Baudrillard: "la nostra società ha dato vita a una esteticizzazione generale: tutte le forme di cultura – senza escludere quelle anti-culturali – sono ammesse e tutti i modelli di rappresentazione e anti-rappresentazione sono accettati".




    La creazione artistica riflette i valori della postmodernità, dove tutto si fa transessuale, transnazionale, transpolitico, anche l'arte diventa transestetica. Il mondo artistico contemporaneo è ossessionato dalla mescolanza, dall'ibridazione, dell'innesto, dalla rottura dei limiti e delle forme consolidate. Ma questo eclettismo mostruoso di forme e seduzioni genera una situazione in cui l'arte non è più arte in senso classico o moderno, ma è una semplice immagine, un artefatto, un oggetto, un simulacro o una merce, un prodotto da vendere e far circolare. Le espressioni artistiche seguono i flussi marosi del tempo, la nostra civiltà precipita verso il de-forme e la caos e anche Babele ha la sua (in)estetica.




    Davide Cavaliere
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  3. IO STO CON DIANA DEL BUFALO
    Ha osato dichiararsi contro questo vaccino ed è finita vittima dell'ennesima cagnara medicalmente corretta scatenata dagli squadrismi in camice bianco, a conferma della pericolosa deriva totalitaria cui questo paese sta andando incontro.
    Devo confessare di non sapere nulla di lei, salvo il nome e il cognome.
    Ma oggi, per quel po' che può contare, sto dalla sua parte.
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  6. A fronte di quei pochi che rifiutano di vaccinarsi nonostante ogni ricatto, ce ne sono tanti che si sono vaccinati perché impauriti dalla prospettiva del lastrico o di ritorsioni ancor più pesanti.
    Il tutto per un vaccino che, è bene ricordarlo, NON E' obbligatorio.
    Uno Stato che ti costringe a rinunciare ai tuoi diritti, non è diverso dalla mafia. Anzi, la mafia è molto meglio perché palesa la sua essenza. Ti dice chiaramente che se non fai certe cose, salti per aria.
    Lo Stato invece finge di essere buono, di essere l'oplita del Bene. E sottobanco, si comporta peggio di un mafioso.
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  7. Ma se nelle terapie intensive si dà la precedenza ai vaccinati, non vi rendete conto che questo vuol dire che il vaccino non serve a nulla?
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  8. GLI SCIENZIATI SONO I NUOVI MAGISTRATI
    Chi ha dai trenta anni in su, ha vissuto nell’età della ragione tutta la Seconda Repubblica col suo carico di fuffa ad essa associato, in particolar modo lo scontro tra berlusconiani e antiberlusconiani. Che lungi dall’essere uno scontro di idee del tutto normale in Occidente dove in Francia ci si divide tra destra repubblicana (qualche volta lepenista) e sinistra socialista, in Germania tra cristiani democratici e e socialdemocratici, negli USA tra Repubblicani e Democratici, in Inghilterra tra laburisti e conservatori, in Italia assunse la grottesca piega di uno scontro identitario, con venature giudiziarie.
    A destra si diceva che la magistratura fosse fatta di toghe rosse, a sinistra – quando ancora i discendenti di Di Pietro non avevano iniziato a colpire il PDS e derivati – si esaltava la magistratura come argine contro lo strapotere berlusconiano, ignorando tutti i marchiani errori logici sottesi a tale esaltazione. E ho assistito con i miei occhi alla sconcertante lite tra uno zio e il nipote che arrivavano alle mani non per questioni ereditarie – come pure sarebbe stato più normale ancorché sgradevole – ma se Berlusconi sapesse o meno che Ruby era minorenne. Il tutto mentre il Cavaliere se la godeva in una delle sue ville megagalattiche magari beandosi di tanta attenzione, sia negativa che positiva.


    Intendiamoci bene, la magistratura è il cardine di uno stato di diritto ed essa è sicuramente composta da fior di cervelloni che, nella stragrande maggioranza dei casi, per accedervi vincono un concorso durissimo, che miete vittime anche tra coloro che poi svolgeranno una fortunatissima carriera in altri mestieri giurisprudenziali. Ma in quanto potere composto da uomini, naturalmente va sottoposta a controlli come qualsiasi potere. Epperò non c’è niente da fare, una pessima Costituzione ha deciso che debbano essere intoccabili e oggi ci ritroviamo a discutere di scandali che sorprendono solo chi ha identificato nel magistrato un oplita del Bene sempre proteso all’inseguimento di una perpetua palingenesi morale e sociale. Di sicuro non i tanti che la giustizia l’hanno vista funzionare troppo da vicino per pretendere che si idealizzasse. La magistratura ha, così, toccato il punto più basso della sua popolarità e un’eventuale riforma della giustizia, dai contenuti radicali, oggi incontrerebbe forse (dico forse) meno resistenze del passato.
    Il nostro è un paese che tritura tutto, imparando poco. Alla sporcizia dell’agone politico abbiamo immolato svariati princìpi che godevano di un credito illimitato. Che un geniale imprenditore fosse automaticamente anche un grande politico; che l’onestà e la parità tra gli iscritti ad un partito fossero forieri di prosperità e ricambio politico; che i tecnici al governo alla maniera del signor Wolf avrebbero risolto quei problemi che una pasticciona classe politica, alla maniera di Vincent Vega e Jules Winnfield aveva creato; che bastasse “rottamare” un’intera classe politica per cambiare questo paese; in sostanza abbiamo assistito alla sistematica caduta di miti che hanno caratterizzato la narrazione di tutta la politica della seconda Repubblica.


    Ogni narrazione – sennò non la definiremmo tale – conteneva numerosi errori logici di fondo. Un imprenditore può realizzare grandi imprese nel privato ma fallire la rivoluzione liberale. Un movimento può essere fatto di persone incensurate, specie se divinizza acriticamente la magistratura, e pur tuttavia rinnegare disonestamente i cardini ideologici che ne avevano favorito l’ascesa. Un governo di tecnici può conoscere alla perfezione la materia ma se non è provvisto di visione politica, delle conoscenze tecniche non sa cosa farsene. E magari se ne va lasciando il paese in condizioni persino peggiori. E la rottamazione non serve assolutamente a nulla se quelli che arrivano dopo sono peggiori di quelli di prima.
    Ora va di moda un’altra narrazione: l’idea che affidando il paese agli scienziati, altrettanto scientificamente il paese si salva e diventa virtuoso. E questa è forse la narrazione che di errori logici ne contiene di più – e ce ne vuole – rispetto alle altre.
    Il primo di essi lo si scorge se si conosce l’etimologia della parola “scienza” che deriva dal latino “scio”, io so. Ma ciò che io so non è detto che sia quello che è. Per secoli la scienza, nelle sue declinazioni, ha creduto vere cose che poi si sono rivelate clamorosi falsi. Per secoli si riteneva che il Sole girasse attorno alla Terra. Che per guarire un paziente bisognasse praticargli dei salassi. Recentissimo è il caso della “memoria dell’acqua”, scoperta che sbugiardata valse al suo teorico il Premio Ignobel (una specie di Razzie Awards della scienza, suppongo) un po’ meno recente è l’errore dei raggi N. Per cento anni tra Settecento e Ottocento, si credette di poter curare le persone sfruttando i campi magnetici. Cose che oggi fanno ridere ma che ai tempi costituivano il “sapere” propriamente detto, ciò che io so, scio, dunque scienza. Ma che non è detto che corrisponda a ciò che effettivamente sia. Errori normalissimi perché, come ricordava Richard Feynman (premio Nobel per la Fisica nel 1965): “la Scienza è fatta di errori, che sono utili perché, piano piano, sono proprio questi errori che ci guidano verso la verità”.
    La teoria della relatività che consacrò Einstein ancora oggi incontra numerosissimi contestatori, tutti fior di scienziati. Un mio parente, che fu un importante ricercatore, si diceva convinto che TUTTI i tumori avessero un’origine virale, opinione osteggiata dalla comunità scientifica. Ed è tuttavia, oggi, opinione comune che il Papilloma virus induca il cancro all’utero. E qui c’è il secondo errore logico, ricorrente anche quando si parla di diritto e dunque di magistratura, e cioè che sia sufficiente avere ragione per vedersela data. Gli scienziati sono, di fatto, una comunità umana come tutte le altre. Così come la magistratura, è fatta da persone virtuose come lo erano Falcone e Borsellino, ma che possono anche essere parte di sistemi deviati come Palamara. E così come stiamo scoprendo una Magistropoli, è possibilissimo che un giorno scopriremo una Scienzopoli. Se un domani io scoprissi, che ne so, la cura del cancro, non basterebbe che questa guarisca il paziente: la comunità scientifica dovrebbe riconoscerla come valida per poter essere applicata né più né meno di come un imputato può trascorrere l’intera vita in galera per un reato che non ha commesso e un delinquente può farla franca. Magari perché il giudice che doveva condannare il colpevole o assolvere l’innocente, è stato corrotto o minacciato. E dunque la mia cura potrebbe essere sabotata dalla comunità scientifica. Magari perché qualche scienziato viene corrotto da qualche casa farmaceutica.


    Nel caso di tutta la controversa querelle sul covid-19, ma anche quella relativa ai vaccini, scientisti e antiscientisti, messi gli uni contro gli altri dalle squadriglie politiche, dimenticano il punto di fondo: della scienza non è lecito dubitare in quanto scienza ma in quanto amministrata da esseri umani. Il problema non è, cioè, se esista o meno il covid-19, se i vaccini facciano bene o male. La vera domanda è “Possiamo fidarci di questa classe di scienziati?”.
    Ognuno avrà la sua risposta a questa domanda ma se è perfettamente lecito che qualcuno decida di affidare acriticamente la sorte dei propri figli ad un Burioni o chi per lui, dall’altro è altrettanto lecito che prima di far sbucherellare allegramente i nostri bambini per poi, come è avvenuto svariate volte, scoprire che una partita di vaccini può essere avariata, che quel vaccino possa essere pericoloso, che le trasfusioni vengano fatte con sangue infetto da AIDS, perché magari un ministro si è venduto alle case farmaceutiche – ed è successo proprio in Italia – dicevamo è altrettanto lecito non fidarsi a priori. E dunque cercare di capire se esistano alternative. Informarsi ovunque possibile, naturalmente evitando di cadere nelle trappole dei siti spacciabufale – che sono, oggi, un business al pari di Big Pharma – o di dare per scontate le tesi opposte.
    La scienza ha compiuto passi che hanno migliorato la nostra vita. Allungandola, rasserenandola. Ma anche commesso gravi errori. Non va demonizzata ma neanche esaltata. E’ fondamentale ma non deve scadere nel fondamentalismo. E soprattutto non le va affidato il compito di governare un paese perché, come la magistratura, fornisce informazioni pure e semplici, di cui poi il politico – che risponde al popolo del suo operato – deciderà che uso farne. L’energia nucleare è un’informazione con cui si possono fare cose meravigliose e cose pericolosissime. I vaccini, se fatti come si deve, debellano malattie pericolosissime ma se non ben confezionati, possono divenire una pericolosissima arma virologica.
    E soprattutto, così come vale per qualsiasi cosa, bisogna sempre tenere alto lo spirito critico.
    Un giorno potremmo scoprire che anche nei laboratori scientifici si nasconde un Palamara.
    Magari dopo aver rovinato la salute dei nostri figli.
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  9. Bei tempi quando ci vaccinavamo e allora si pensava che la questione fosse chiusa lì.
    Ancora ricordo quando mio padre, alla bella età di 54 anni, si prese il morbillo. Io, vaccinato contro il morbillo, ero lì ad assisterlo perché tanto pensavo "sono vaccinato". Il medesimo discorso lo feci quando, un anno prima che morisse, si prese lo Zoster, meglio noto come Fuoco di Sant'Antonio. Io avevo già preso la varicella da ragazzino e pensavo "vabbè, sono immunizzato".
    Oggi scopro che se mi vaccinassi non servirebbe a nulla. Anzi, l'incontro con un vaccinato provocherebbe una mutazione del virus che a quel punto renderebbe inutile il mio vaccino. E non solo. Scopro che si sta cercando di far passare il principio che un vaccino funziona solo se si vaccinano tutti. Sennò il vaccino non vaccina. Ed è una teoria che, ve ne dovete rendere conto, sic et simpliciter, non sta in piedi.
    Mi potete citare tutti i virologi del mondo. Mi potete dire che poiché non sono laureato in medicina, allora non posso parlare.
    Ma qua due sono le cose.
    O quello che dite sui vaccini è vero e allora ci avete preso in giro sul covid.
    O quello che dite sul covid è vero e allora ci avete preso in giro sui vaccini.
    Non si scappa da qui.
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  10. Tante volte è capitato nella storia che la massa trovasse normali cose che non lo erano affatto. L'antisemitismo e il razzismo, per fare un esempio, non erano l'eccezione di un gruppo di fanatici ma l'atteggiamento comune e corrente delle principali società "civili" dei primi del Novecento, oltre ad aver impregnato tutte le più importanti personalità intellettuali dell'Ottocento, quelle che si studiano nelle scuole superiori. Hitler e Mussolini non crearono nulla dal nulla, si limitarono solo a raccogliere un malcontento esistente che convogliarono nell'azione politica che tutti conosciamo.
    Oggi tutti trovano normale costringere di fatto le persone a farsi un vaccino e, per giunta, senza assumersene la responsabilità, rifiutando vigliaccamente di obbligarle a farselo - cosa che costringerebbe le autorità ad assumersele di fronte alla gente e alla storia - e rendendo la vita impossibile a chi, semplicemente, non per sfiducia nella scienza ma per mancanza di fiducia acritica, di fronte alle opinioni e alle obiezioni di intellettuali e medici, decide di aspettare.

    I renitenti alla leva vaccinale da domani verranno sottoposti a misure che ricordano epoche che tutti speravano archiviate per sempre nei libri di storia. E si badi bene che non sto paragonando noi non vaccinati agli ebrei, me ne guarderei bene dal farlo. Semplicemente, l'approccio di questa emergenza è stato strutturato in modalità tali da consentire che nascesse un dissenso da individuare per poi perseguitare. Le pulsioni autoritarie di questo regime non nascono certo col covid, già erano presenti in nuce. Ma mancava il pretesto per perseguitare chi non vuole adeguarsi. Esiste un'ampia fetta di persone che vuole rimanere italiana e non confondersi col grande calderone globalprogressista. Quale occasione più proficua di fare in modo che costoro vengano marchiati come untori del virus, facendo in modo che le due cose coincidano?
    Non è vero che i non vaccinati sono i nuovi ebrei. I nuovi ebrei siamo noi che non ci rassegniamo a non essere più italiani, che non ci rassegniamo all'idea che i sacrosanti diritti individuali dei gay si debbano fermare di fronte ad altri diritti, quelli dei bambini per esempio, di avere una madre e un padre. Che non vogliamo una società multiculturale e multirazziale perché multiculturalismo e multietnicità non sono che l'altra faccia del pensiero unico e della razza ariana. In sostanza noi che vogliamo che i gay vivano, come è non soltanto giusto ma finanche sacrosanto che sia, la propria vita sentimentale e sessuale, ma lascino ai bambini il diritto di avere una madre e un padre; che sosteniamo ed anzi rivendichiamo la bellezza dello scambio con diverse culture e razze, al tempo stesso però pretendendo di conservare la nostra unicità e di difenderci dai tentativi altrui di omologazione.

    Da domani, Lunedì 6 Dicembre 2021, non è in pericolo soltanto il diritto di decidere per la propria salute. E' in pericolo un'interminabile sfilza di valori, il cui sacrificio non è finora chiaro a chi è corso a vaccinarsi illudendosi che la questione finisse lì.
    Di tutto questo, ce ne accorgeremo un giorno. Quando tutto sarà chiaro. E quando scopriremo che, come i nostri nonni e bisnonni abbiamo consegnato il nostro spirito critico a personaggi che solo quel giorno ci appariranno in tutto il proprio avvilente squallore così come oggi troviamo assurdo che la gente possa aver obbedito un tempo a certi personaggi.
    Quando quel giorno arriverà, molti saranno costretti a chiederci scusa. E, da buoni italiani, tutti faranno a gara a chi aveva capito prima degli altri, molti si inventeranno ruoli nella resistenza a questo regime che non hanno mai avuto, tutti piangeranno evocando giornate della memoria.
    Ma nessuno imparerà nulla. Perché noi italiani, come diceva Ugo Ojetti, "siamo un popolo di contemporanei, senza antenati né posteri perché senza memoria".
    Un giorno ci vergogneremo di ciò che oggi troviamo normale, così come oggi ci vergogniamo di ciò che ieri trovavamo normale.
    E' la normalità la vera tirannia, il conformismo, la lotta all'individualità, all'unicità. Ad essere perseguitati, in realtà, non sono tanto i non vaccinati ma coloro che, di fronte ai diktat del pensiero unico, mantengono uno spirito critico.
    Ma non lo impareremo mai.
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  11. Un articolo del Frankfurt Allgemeine prova a tracciare un parallelo tra il bipolarismo della Guerra Fredda e quello di oggi tra Stati Uniti e Cina. Scrive – con piena ragione – che la guerra fredda è stata alla base della prosperità dei paesi europei e si chiede come mai la stessa cosa non stia accadendo con la Cina, dicendo di trovare assurdo che i paesi europei non ne approfittino.
    Ma quando una spiegazione è assurda, semplicemente la spiegazione è un’altra e proveremo qui ad identificarla.


    L’autore, dicevamo, ha perfettamente ragione quando scrive che il conflitto ideologico ma mai, per fortuna, bellico tra Stati Uniti e URSS è stato alla base dei nazionalsocialismi in Europa prima e delle moderne società di oggi. Apparentemente diversi tra loro – i primi totalitari, le seconde democratiche – ma uniti dall’ideologia del compromesso tra capitale e lavoro, sia il fascismo che il nazismo furono apertamente finanziati da americani e inglesi, i quali semplicemente temevano che i paesi europei, impoveriti dalle guerre, si facessero sedurre dall’URSS che nel 1917 aveva fatto la sua comparsa nel proscenio europeo. La minaccia sovietica è stata sia alla base del grande successo che fascismo e nazismo incontrarono nei paesi europei, sia della prosperità del tutto fasulla del dopoguerra. Col crollo dell’URSS, gli americani e gli inglesi, veri proprietari dell’Occidente, decisero di riprendersi lentamente tutto ciò che avevano prestato (facendo finta di donarglielo) ai paesi europei. Fu il tempo delle svendite, delle privatizzazioni, dello smantellamento dello stato sociale universale, tutte conquiste dei nazionalsocialismi.
    Oggi che è comparsa la Cina, l’autore si chiede perché non sia possibile ricreare le medesime condizioni, dal momento che quel gigante asiatico ha un’ideologia molto simile. E la risposta, che presupporrebbe chissà quali competenze geopolitiche o storiche, in realtà è semplicissima. L’URSS si proponeva come interlocutore del proletariato europeo alla cui miseria contrapponeva una serena povertà. La Cina si propone come interlocutore di società europee grasse, caratterizzate da una finta ricchezza che in realtà è puro e semplice debito che può, in qualsiasi momento, crollare facendoci piombare nella miseria.


    Se gli Stati Uniti stanno rivelando la perfidia del proprio sistema ideologico, la Cina non può costituire né un’alternativa né una scappatoia. Il sistema cinese in linea di principio assicura a tutti la stessa serena povertà sovietica. Ma vi aggiunge un totale spregio dei diritti a cui noi occidentali siamo stati abituati. L’uomo occidentale ha l’illusione di essere libero. Di vivere una vita che vada oltre la sua effettiva dimensione di pollo da batteria. Ma se Washington piange, Pechino non ride. Il cinese medio non è che un’ape di un’alveare che può essere in qualsiasi momento soppressa per mille ragioni o forse nessuna. Il diritto cinese prevede la pena di morte per reati che qui in Italia al massimo prevedono un’ammenda. Come si può pensare che possa costituire il punto di approdo di popoli europei panciuti che, abbracciato il sistema cinese, dovrebbero rassegnarsi a lavorare come animali mediante paghe da fame, per poi essere soppressi magari da qualche finto vaccino?
    Porsi la domanda su chi sarà il nostro salvatore presuppone lo stesso medesimo errore che ci ha fatto abbracciare gli americani: nessuno salva nessuno gratis. Poi che il conto si paghi a scoppio ritardato come sta avvenendo qui in Occidente dove tutti si stupiscono della piega totalitaria che si è presa dopo la vicenda Covid, senza neanche provare a porsi il dilemma che questo sia semplicemente lo svelamento della finzione che voleva gli americani protettori delle tasche e dei sederi europei, questo ci dà l’idea di quanto gli esseri umani amino adagiarsi sulle proprie illusioni, trasformando in salvatori, in angeli, autentici farabutti abilissimi a manipolare la realtà sensibile. Un errore che nelle vicende pubbliche e in quelle private, commettiamo un po’ tutti, ogni giorno.


    Non so come finirà tutta questa storia. Forse non arriverò a vederla. Forse arriverò a vederla ma sarò troppo vecchio per goderne i frutti. Forse il giorno che arriverà sarò un grandissimo eroe in grado di gestirla, discutendone con un grande capo religioso, mentre nell’ospizio in cui sono ricoverato per qualche demenza arriveranno gli infermieri a sedare un matto che si crede un famoso rivoluzionario e l’altro che si crede papa. Quello di cui sono sicuro è che quando quel giorno arriverà, questo sarà un mondo sicuramente diverso da come è adesso. Dove si ritorna alla sana realtà. Quella che ci dice che i liberatori non liberano nessuno, realizzano solo un passaggio di proprietà. Dove non si fanno debiti se non si ha un serio piano di rientro economico. Dove se si viene aggrediti, ci si difende: magari attaccando per primi i potenziali aggressori. Dove si accetta l’idea che i diversi vengano emarginati, non perché sia in sé “giusto” farlo, ma perché purtroppo l’architettura del sistema nervoso umano funziona così e alterarlo significherebbe trasformare l’umanità in un ospedale psichiatrico.
    Un mondo forse molto più spietato di quello che si è raccontato favole negli ultimi ottant’anni. Ma sicuramente migliore.


    Una cosa è certa. Un detenuto che voglia evadere da un carcere, deve liberarsi del carceriere più pericoloso: se stesso, la sua sudditanza psicologica, i suoi megalomaniaci sogni, l’illusione che ci sia qualcuno che voglia salvarci.

    Questa volta non ci salverà nessuno. Ci salveremo soltanto da soli.

    FRANCO MARINO
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  12. Ieri accedendo al mio profilo personale – quello col mio nome e cognome, al quale accedo rarissimamente – ho letto una discussione sul covid che impegnava il mio cardiologo e alcuni medici, sostenitori del vaccino, alla quale ho sentito l’esigenza di dire la mia, anche perché il dibattito è avvenuto in maniera civile e quindi sentivo di poter conversare con qualcuno che, pur non avendo le mie stesse opinioni, sapeva rispettare – o quantomeno darne l’idea – le mie. Che, peraltro, specifico, non sono mai consistite nel negare il virus o nel combattere il concetto di vaccino ma nel sottolineare il clima di intimidazione che ormai caratterizza l’integralismo vaccinale. Finché ad un certo punto, uno dei cardiologi ha posto una domanda: “Perché non ti sei vaccinato? Cosa ti convincerebbe a farlo?” e questa domanda ha ispirato l’articolo. Certo, poi il cardiologo ha vagamente scantonato quando ha cercato di far passare il messaggio che la mia decisione di non vaccinarmi fosse dovuta ad una ripicca. E qui viene da sorridere. L’essere umano esiste sulla Terra da centinaia di migliaia di anni ed esisterà ancora, salvo estinzioni di massa, per altri milioni di anni. Dal momento che la mia aspettativa di vita, salvo variazioni in positivo o in negativo, dovrebbe essere di 70-75 anni, sono ben conscio di rappresentare un foruncolino nell’immenso deretano dell’umanità. Dovrei essere stupido parecchio per pensare di fare una ripicca a questo deretano. E nelle tante classifiche dove non primeggio, c’è anche quella della stupidità.


    La mia scelta di non vaccinarmi non è sanitaria né ha a che fare con un capriccio. E’ una decisione unicamente politica. Non sono giunto alla conclusione di non vaccinarmi perché sono spaventato dalle reazioni avverse – che mi preoccupano relativamente (io sono molto più preoccupato per quelle a medio e lungo termine che nessuno può conoscere) o perché avendo letto un po’ di Montagnier e un po’ di Tarro, ho preso la laurea in medicina e la specializzazione in virologia su Facebook. Semplicemente, a rendermi sospettoso verso questo vaccino è stato il clima di costante intimidazione psicologica e fisica a cui noi non vaccinati e in generale noi non allineati alle imposizioni di questi ultimi due anni (lockdown e vaccini), siamo stati sottoposti.


    Da persona che, per campare, si occupa di comunicazione da vent’anni, quando devo spiegare il funzionamento di un’efficace comunicazione, ricorro sempre ad un esempio inventato da me. Immaginate di dover far entrare una pallina di vetro in un involucro di vetro accessibile da un foro che ha lo stesso diametro della pallina, o appena superiore. Avete a quel punto due possibilità.. inserire con delicatezza la pallina nel foro e dunque appoggiarla.. oppure scagliarla contro l’involucro, sperando di avere un’ottima mira. Nel primo dei casi, otterrete di far entrare la pallina senza problemi. Nel secondo, rischiate di sfasciare sia la pallina che l’involucro.
    Nel corso di questi due anni, il sistema di governo che controlla il paese attraverso le sue ramificazioni più o meno ufficiali, ha scelto la strada di lanciarmi le palline addosso, senza minimamente preoccuparsi del fatto che io, involucro, fossi fatto di vetro. I lanciatori di palline, di fronte alle numerose e palesi contraddizioni emerse dalla narrazione ufficiale, hanno cercato di distruggermi, limitando i miei diritti, accusandomi di essere un delinquente, un egoista, un ignorante. Se l’obiettivo era quello di convincermi, hanno ottenuto l’esatto opposto, ossia convincermi del contrario. Peraltro, l’impressione che – visto l’enorme successo che ebbe un mio recente articolo dove ne parlai – non solo io ma anche altre persone abbiamo, è che pare che l’esigenza di farci vaccinare tutti sia vista dall’attuale sistema di potere come una questione di vita o di morte, come se in caso di fallimento della campagna vaccinale, l’attuale sistema di potere possa collassare. I tutori di questo sistema appaiono come quei tanti tossicodipendenti che cercano a tutti i costi la dose altrimenti vanno in crisi di astinenza. Questa è l’impressione che io ho personalmente avuto. E non sono stato il solo.
    In parole povere, il potere non mi ha convinto. Perché ha deciso, invece di cercare la strada del dialogo, di intimidirmi. Di farmi apparire un pericolo per la società. Mi ha aizzato contro familiari, amici. Mi ha condotto all’esasperazione, all’ansia, alla preoccupazione costante, giornaliera, per me, per il futuro mio e delle persone a cui voglio bene, per le mie prospettive lavorative, per la mia salute.
    Se, in sostanza, l’obiettivo della comunicazione persuasiva era quello di convincere i renitenti alla leva vaccinale, possiamo dirlo con assoluta franchezza: il fallimento è stato totale. A meno che l’obiettivo non fosse un altro. Ma questa è un’altra storia e non voglio divagare.


    Veniamo alle condizioni che mi porterebbero a vaccinarmi, che sono molto semplici e si caratterizzano per i seguenti cinque punti.
    Primo punto: la campagna di terrorismo psicologico deve finire. Il covid non è una malattia da sottovalutare e su questo siamo tutti d’accordo. Ma non è l’AIDS. E’ una malattia la cui pericolosità è derivata dalla sua contagiosità perché, per il resto, è pericolosa come lo sono tutte le influenze, forse un po’ di più, ma non troppo di più. E’ una malattia da cui nella quasi totalità dei casi si guarisce e che uccide una fascia di età ben precisa e persone che, consapevoli o meno che siano, già hanno problemi pregressi. Se il covid fosse pericoloso come l’AIDS, verrebbe percepito come tale. E non assisteremmo ad un ampio fronte di persone che non accettano la limitazione dei propri diritti. Perché di fronte ad un pericolo palese, non preoccupatevi che i negazionisti non esistono. Se un domani arrivasse un covid pericoloso e mortale come la prima AIDS (ma contagioso come il covid), state tranquilli che i “negazionisti” non esisterebbero.


    Secondo punto: il vaccino deve essere autenticamente facoltativo. Autenticamente facoltativo significa che io, se decido di non farmelo, non devo vedere la mia vita ridotta ad un incubo, familiari e amici che mi tolgono il saluto, pesanti limitazioni sul lavoro e quant’altro. Posso accettare anche l’idea del green pass, alle seguenti condizioni però: deve essere illegale qualsiasi green pass subordinato al vaccino e i tamponi devono costare una cifra ragionevole. Non più di un euro a tampone. Arrivo a dire pure che mi starebbe anche bene che invece di valere 48 ore il green pass, valga per 24 ore. Ma il costo deve essere ragionevole. Obbligare un individuo che vive esclusivamente del suo lavoro a versare ogni 48 ore l’obolo di 15 euro, significa di fatto obbligarla a vaccinarsi. A quel punto, o il governo si assume la responsabilità morale e materiale di obbligare a vaccinarci (mettendomi così di fronte alla scelta di espatriare) oppure si fa un bel tana liberi tutti. E a quel punto lo stato, se non vuole che si riempiano le terapie intensive, mette mano al portafoglio e invece di acquistare banchi a rotelle e cretinate analoghe, costruisce nuovi ospedali. La Cina ne ha costruiti numerosi. In venti giorni. Avessimo dedicato il tempo usato per sfasciare l’economia di questo paese e per seminare un clima da guerra civile, alla costruzione di ospedali covid (poi riconvertibili ad altro ad emergenza finita) oggi non ci dovremmo più porre il problema delle terapie intensive e dei posti letto.


    Terzo punto: radiazione dall’albo e licenziamento di tutti quei medici che propagandano la negazione di cure a coloro che non vogliono vaccinarsi e che passano il tempo sui social a fare battute sarcastiche sui non vaccinati. La medicina è una cosa seria. Le star e starlette della virologia e in generale della medicina, se vogliono fare i pavoni ad uso dei tanti analfabeti funzionali che gli ronzano attorno convinti di accedere per osmosi all’Olimpo della Scienza, si dimettessero dai loro incarichi. A poliziotti e carabinieri vengono imposti pesanti limitazioni alle loro esternazioni sui social. Non si vede perché ai medici, che non gestiscono l’ordine pubblico ma la salute, non debbano essere applicati analoghi parametri.


    Quarto punto: le multinazionali del farmaco devono firmare un documento nel quale si assumono tutte le responsabilità per ogni danno che dovesse essere indotto da vaccino. Questo si tradurrebbe in cause miliardarie? Me ne infischio totalmente. Io sono un cittadino e lo stato non ha il diritto ma il dovere di pretendere che un’azienda privata sia responsabile dei danni che provoca.


    Quinto punto: lo stato deve favorire la diffusione delle terapie domiciliari. Che esistono. E funzionano.
    Grazie alle indicazioni delle terapie domiciliari, a me il covid è durato esattamente cinque giorni. Il primo ho avuto una febbre molto alta e lievissime difficoltà respiratorie. Se avessi seguito le indicazioni ufficiali, sarei finito intubato e probabilmente morto. Dato che qualche piccolo problema di salute ce l’ho. Ho, invece, letto i consigli delle terapie domiciliari, li ho applicati (non ho preso la tachipirina, solo l’aspirina) e il giorno dopo stavo già praticamente quasi nelle medesime condizioni di prima del covid, cioè bene. Salvo una lieve ricaduta, il quinto giorno, durata giusto qualche ora. Inoltre lo stato ci deve una spiegazione su come mai ai militari che si occupano di gestire l’emergenza covid, guarda caso, raccomandi esplicitamente di curarsi esattamente con le stesse indicazioni che poi, attraverso la medicina ufficiale, irride, diffama e vieta ogni giorno. O i militari hanno uno speciale gene che li rende sensibili alle terapie domiciliari o questa è l’ennesima enorme contraddizione che sta dietro il covid.


    Queste sono le prime cose che mi vengono in mente e sicuramente ce ne sarebbero altre che mi dimentico e che potrebbero saltar fuori dai commenti e a cui non ho il tempo di pensare. L’importante è che emerga chiaro il senso di questo articolo: io non esisto in quanto ape operaia di un alveare. Esisto in quanto cittadino. E le leggi non servono soltanto per arginare lo sconfinamento dei diritti di un individuo nel campo dei diritti della collettività ma anche per scongiurare lo sconfinamento dei diritti della collettività nel campo dei diritti individuali. Che da questa storia del covid escono fortemente indeboliti, se non addirittura annullati.
    Se si assisterà ad un cambiamento in tal senso, allora prenderò in considerazione l’idea di vaccinarmi. Fino a quel momento, qualsiasi pressione psicologica, fisica, sociale, finanziaria, mediatica, politica per vaccinarsi, va vista per quello che è: una violenza.


    Questo è quanto. Forse non sarà tutto, forse avrò dimenticato qualcosa, forse (anzi senza forse) sarà un articolo ingenuo perché parte dal presupposto che gli intenti di questa classe politico-sanitaria siano sinceri. Ma quantomeno è la voce di uno che sta dall’altra parte. Non è la voce di un novax, di un negazionista, di uno che quando si cura si rivolge ai maghi e non ai medici. E’ la voce di un cittadino che non accetta la violenza.

    E rifiutare la violenza in una democrazia non è un diritto. E’ un dovere.
    Nessuna emergenza, in una democrazia, giustifica il sequestro dei diritti dei cittadini.
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  13. Il titolo è ispirato da una citazione che molti attribuiscono a Putin. Ma è anche il senso di una discussione che ho avuto su whatsapp con un amico rumeno che mi ha aggiunto dopo avermi letto sul Detonatore, col quale tuttavia, scrivendo egli in un ottimo italiano (credo di aver capito che abbia trascorso alcuni anni in Italia), riesco a confrontarmi su moltissime cose. Siamo praticamente d’accordo su tutto tranne che sulla nostra visione della violenza. Che per me resta necessaria e inevitabile, per lui no, anzi è concepibile solo come legittima difesa. Chi ha ragione? Chi ha torto?


    La guerra preventiva è sempre stata aspramente criticata e si dimentica un particolare: che essa ha invece un senso ed è anzi inevitabile quando si ha la consapevolezza che il nemico, che pure non ha dichiarato ufficialmente guerra, lo farà a breve oppure la stia già facendo. In quel momento, conta solo la vittoria finale. Costi quel che costi. Chi ha colpito per primo oppure no, non ha alcun significato. Ed è sempre stato così nella storia. Si pensi a Roma e Cartagine. Quando Roma si convinse che Cartagine, pure vinta, avrebbe sempre rappresentato un problema e decise di distruggerla preventivamente, commise un crimine oggi inimmaginabile o si evitò una Quarta Guerra Punica che magari stavolta sarebbe stata fatale a Roma? Quando gli americani buttarono le due bombe atomiche in Giappone, commisero crimini di guerra oppure posero fine ad una guerra la cui inerzia avrebbe potuto volgere contro di loro? Dilemmi non da poco ma intanto Roma si levò di mezzo un nemico pericoloso – anche se Catone, che pronunziò la famosa “Carthago delenda est” morì un anno prima di veder soddisfatto il suo auspicio – e analogamente gli Stati Uniti vinsero la guerra.


    Al tempo stesso, la persona che non vuole rassegnarsi alla distruzione dei diritti del proprio paese, la compromissione della propria salute e di quella dei propri cari e nel contempo sa che nessuno verrà a salvarlo, ad un certo punto si ritrova di fronte ad una scelta: continuare a subire, aspettare che arrivi un liberatore oppure organizzare la propria reazione. In questo caso, reagire è l’unica strada e a quel punto tutto risiede nella qualità della reazione, che sarà poi quella che determinerà la vittoria finale. Una reazione sbagliata provocherà una controreazione ancor più violenta. Ma, proprio come (forse) dice Putin quando la rissa è inevitabile, chi colpisce per primo è quello che ha più possibilità di vincere. E semmai l’unico problema che deve porsi è fare male a sufficienza da scoraggiare la reazione del nemico. In quel caso, scoppierà una guerra. Che, per definizione, è violenza. Perché rompe le leggi vigenti, compromette uno status quo e costringe un uomo, per sopravvivere, a fare del male fisico o psicologico ad un suo prossimo. Nessuna persona assennata ne parla con leggerezza. Qualsiasi persona responsabile atterrirebbe all’idea di vedere il proprio paese sommerso da bombe, da colpi di mortaio e smitragliate, da mine antiuomo nelle quali magari egli stesso oppure i propri cari potrebbe mettervi un piede e saltare per aria. Qualsiasi persona sana di mente rabbrividirebbe all’idea di sparare a persone che magari anche conosce e con cui magari ha condiviso un vissuto. Su questo siamo tutti d’accordo.


    Ma una persona di buonsenso deve pensare anche all’alternativa che il suo prossimo sia prontissimo – e lo dicono con chiarezza – a fare lo stesso. Perché se anche l’idea di veder cadere una persona davanti ai nostri occhi può atterrire, bisogna sempre considerare che l’alternativa è quella di ritrovarci in un campo di concentramento perché qualcuno ha deciso che dobbiamo farci un vaccino potenzialmente pericoloso contro un virus influenzale. O anche permettere che circolino medici disposti a tutto, anche – e sarà il nuovo fronte, vedrete – a far morire i bambini, pur di costringere i genitori a vaccinarli e sottoporli al ricatto morale “Vaccinare mio figlio e rischiare che muoia oppure esporlo al Covid e rischiare che muoia?” o a quello materiale “Vaccinare mio figlio o rischiare che i servizi sociali me lo portino via?”. Oltretutto rischiando di mettere zizzania anche nelle famiglie, perché sicuramente non mancheranno casi in cui una moglie vorrà divorziare dal marito perché questi è contrario al vaccino dei figli. O viceversa. L’alternativa è veder virare la propria società verso una cinesizzazione del sistema politico ed economico del paese, per cui diritti e denari sono a forte rischio, con alcuni politici che iniziano a dire cose assai pericolose sulla proprietà privata.
    Credete davvero che con gente di questo tipo ci si possa porre il problema “faccio violenza prima a loro oppure aspetto che la facciano a me”.



    Poi certamente c’è chi crede che non ci sia nessuna guerra e che la strada intrapresa dai potenti sia quella da seguire e che il traguardo trasformerà il mondo in un posto migliore.
    A costoro, questo articolo ovviamente apparirebbe quello di uno psicopatico pazzo da incarcerare. Ma se, invece, si crede che ad essere psicopatici siano quelli che vogliono costruire “un nuovo umanesimo”, abbiamo brutte notizie per i pacifisti, per i dissidenti non violenti, per i democratici: per fermarli l’unica strada è la guerra. Perché giocare una partita seguendo le regole scritte da un avversario che nel mentre, per stare al sicuro, corrompe e minaccia gli arbitri, significa condannarsi ad una sconfitta sicura. E se il prezzo della vittoria è usare violenza contro questa gente, chi vuole vincere deve essere disposto a tutto, anche a fare le cose peggiori. Altrimenti non può vincere con avversari pronti a tutto pur di sopprimerlo.



    Questi sono discorsi che all’irenico mondo disegnato dai progressisti sicuramente appariranno da psichiatria. E può darsi che lo siano. Ma allora sarebbero da ricoverare in manicomio anche tutti i grandi leader politici della storia. Che hanno costruito intere nazioni e intere democrazie sul sangue dei nemici.
    Tutti pazzi anche loro? Sinceramente, lo trovo improbabile.
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  14. L’unica cosa su cui sono d’accordo le due fazioni della guerra civile scatenata dal covid è che questa malattia ha cambiato la percezione della realtà. E questo è stato vero anche per me. Comunque finisca questa storia, niente sarà più come prima. Non riuscirò più a guardare le persone con gli occhi di prima, non riuscirò più a salutare chi ha brindato alla morte di chi, esercitando un diritto (diritto molto per modo di dire, ma formalmente tale) non si è voluto vaccinare, ma soprattutto non riuscirò più a vedere la collettività in un certo modo, cosa che comunque non facevo neanche prima. Perché, intendiamoci, il covid non ha creato nulla che non fosse già in nuce. Tre anni fa, quando il virus ancora non circolava, io e mio padre fummo cacciati di casa da amici di famiglia perché avevo osato dire di aver votato CasaPound. Per dire l’aria che già a quei tempi iniziava a tirare. Ma certamente, il covid ha posto una lente di ingrandimento su cosa siano gli individui oggi. Su come le società siano facilmente suggestionabili dai media ufficiali. Su quanta cattiveria ci sia in giro, specialmente in chi teoricamente dovrebbe rappresentare la voce dell’umanità e della bontà. Qualcosa su cui hanno scritto tanti psichiatri.



    Cosa c’entra questo con Facebook? Si chiederà il lettore. C’entra, c’entra. Perché a margine dell’annuncio di Zuckerberg di aver fondato Meta, un metaverso (dal greco “meta” cioè oltre) fior di opinionisti tecnologi si schierano a favore e contro, parlandone di un gran successo oppure di un potenziale flop. Come ogni azzardo di previsione, entrambe potrebbero rivelarsi vere o false. Chi posa a profeta, si assume sempre il rischio di fare figuracce ma, se ci becca, quantomeno diventa un guru agli occhi di chi lo legge. Chi però lo fa usando argomentazioni fallaci, la figuraccia non la chiama: la invoca. Perché il filo conduttore che unisce le previsioni sia quelle positive che quelle negative su Meta, parte da un presupposto sbagliato: la fiducia nei gusti del consumatore. E dunque l’idea che questi sia un individuo dotato di capacità autonome, dunque in grado di bocciare un cattivo progetto o di promuoverne uno buono.
    Facebook, spacciato come grande novità dell’informatica, non è né un progetto innovativo né di chissà quale qualità. E’ semplicemente un grande forum in php come ce n’erano tanti, strutturato su forme comunicative 2.0 e sull’idea che l’utente sia al centro della comunità e non i gestori della comunità stessa. E neanche questa è una cosa innovativa perché in Italia già c’era qualcosa di molto simile, sia pure embrionale: Forumfree.
    Facebook, peraltro, prima di esplodere nel 2007-2008, ha avuto ben quattro anni di vita nel corso dei quali non se lo filava nessuno. Per molti era quel sito rompicoglioni che ti mandava continuamente email con inviti a registrarti. A fare la differenza è stato che ad un certo punto i gruppi di potere su cui si regge il sistema finanziario americano – che sovrintende quello politico – hanno visto in quel sito rompicoglioni un interesse nel finanziarlo, nel propagandarlo a reti unificate. Tutti quanti sono stati praticamente costretti ad iscriversi. Persino novantenni sulla cui disponibilità a frequentare un qualsiasi luogo digitale, nessuno avrebbe scommesso neanche un centesimo.

    Abbiamo così chiaro un punto, che peraltro si estenderebbe a tantissimi altri campi che per ora non toccheremo, onde evitare divagazioni: neanche in Occidente, il successo è qualcosa di davvero spontaneo. C’è sempre qualcuno che lo guida, che lo orienta. Ci sono critici legati a doppio filo col potere, i quali ben consci che la loro opinione pesa, possono semplicemente decretare il flop o il successo di un qualsivoglia prodotto dell’intelligenza umana, che sia un libro, un album musicale o, appunto, una rete sociale. Contando su lettori che, del resto, se leggono quel critico è per farsi guidare, di certo non per perdere tempo.
    Su come il critico sia uno dei moderni gerarchi della dittatura occidentale ne parleremo a suo tempo. Per ora ci basti dire che se si volesse far fallire Facebook, basterebbe fare una cosa semplicissima: che attraverso gli stessi media che ne hanno diffuso l’immagine, si inizi a parlarne male, offendere sottilmente chi ne fa parte, a trovare “fighi” altri posti e altri luoghi. Anche senza che ve ne sia un valido motivo.


    Il che ci porta a Meta, la nuova creatura di Zuckerberg. Di per sé, neanche Meta è un progetto tecnologicamente innovativo. La realtà virtuale esiste da almeno trent’anni. Certo, nel tempo si sono fatti dei passi avanti, le schede grafiche sono molto più performanti e quella che trent’anni fa era una cosa avveniristica e futuristica, oggi potrebbe diventare realtà. Ma pensare che a deciderne il successo o l’insuccesso di Meta sarà la qualità del progetto e la capacità del consumatore di riconoscerne le opportunità e i rischi, significa non aver capito nulla dell’esperienza covid, di come l’umanità sia manipolabile.
    La persona razionale, intelligente, in possesso di una volontà autonoma, di una consapevolezza della realtà circostante, non troverà niente di eccitante nel partecipare ai concerti del proprio idolo con un’armatura addosso, saltellando come se si fosse ad un concerto degli Skunk Anansie. O nel fare sesso con l’immagine di una donna, mentre un dispositivo elettronico gli prende il coso e glielo stimola. E non si tratta di essere vecchi o di opporsi alla tecnologia. L’informatica è il mio mestiere. Ma solo un malato di mente preferisce al sesso reale quello virtuale, al concerto dal vivo, un concerto al quale assistere con un’armatura. Questo è ciò che penserebbe una persona sana di mente. Ma se un sistema di potere imporrà attraverso i suoi critici di regime, le sue riviste tecnologiche, i suoi canali media ufficiali, tutti legati direttamente o indirettamente agli stessi centri di potere che poi decideranno di finanziare Meta come hanno finanziato Facebook, di parlarne bene, ecco che Meta diventerà la novità della terza decade del terzo millennio, qualcosa di fighissimo, di meraviglioso, di irrinunciabile. E io il cretino che “non vuole adeguarsi al tempo che passa”. E dato che quando Meta entrerà nel vivo, io dovrei avere una cinquantina d’anni (più o meno si prevedono dai cinque ai dieci anni perché diventi una realtà consolidata) ecco che mi si darà del vecchio babbione che non capisce i giovani.

    Una volta che si chiarisce questo, si arriva alla risposta secondo me più opportuna alla domanda “Meta sarà un successo o un flop?”. E la mia risposta è una: dipende dalla sorte personale di Zuckerberg.
    E al riguardo, non si annuncia bel tempo a Palo Alto. Zuckerberg da un po’ di tempo gode di una pessima fama all’interno del sistema di potere americano e la cosa più grave è che questa diffidenza è bipartisan. E nasce prevalentemente dalla cronica incapacità, ammessa anche dai suoi collaboratori, da parte del fondatore di Facebook di capirne di politica.
    Quando Zuckerberg qualche anno fa annunciò che avrebbe fondato un partito, i suoi collaboratori gli diedero praticamente del matto. E molti di loro minacciarono di dimettersi, chiedendosi tra loro “Ma non è che siamo nelle mani di un cretino?”. E non è solo per questa scelta infausta. E’ che Zuckerberg di politica non sa nulla, non ha la minima dimestichezza di certi meccanismi. Come tutti quelli che non hanno il senso della politica, è completamente privo di una visione. E questo è il primo difetto che non deve avere qualcuno che deve combattere una battaglia politica, sia come politico, sia come gestore di un’azienda che per le sue dimensioni finisce sotto la lente della politica.
    Quando si dice che Zuckerberg è un arnese della sinistra americana, si dice una sciocchezza. Il fondatore di Facebook in realtà è notoriamente di destra. Semplicemente ad un certo punto si è trovato di fronte ad un bivio. Da una parte, la sinistra gli chiedeva con insistenza e facendogli enormi pressioni di bannare tutti i gruppi legati alla destra americana e in generale a tutte le destre europee. Cosa che, contrariamente a ciò che si sostiene e a quanto le censure continue darebbero a pensare, Zuckerberg non vorrebbe fare perché consapevolissimo che così si esporrebbe alla vendetta delle destre. Dall’altro, le destre sono sempre più consapevoli che oggi come oggi Zuckerberg è, volente o nolente, una marionetta nelle mani della sinistra DEM americana e quindi sempre più si assiste alla tendenza da parte della dissidenza di radunarsi altrove. A questo punto, una persona con un minimo raziocinio opera una scelta: o si mette sotto la sinistra o si mette sotto la destra, assumendosene i rischi e dunque la responsabilità – in entrambi i casi gravosi – e guadagnandosi così la benevolenza di una delle due parti. Perché la vera cosa che pochi sembrano aver capito è che ormai, in Occidente, è in atto una guerra civile tra mondi contrapposti, che già c’era prima del covid e che la pandemia ha solo ufficializzato.
    Invece Zuckerberg ha gigioneggiato, col risultato di aver conquistato le diffidenze sia della sinistra che della destra. Ed essere diventato un nemico per entrambe.

    In più, c’è da dire che la deriva di Facebook a nazione digitale è sempre più conclamata. Ed è stata suffragata sia da Cambridge Analytica – che non ha fatto altro che ufficializzare il segreto di Pulcinella che i nostri dati vengono utilizzati per fini politici – sia dalla notizia che Zuckerberg ha coniato la sua moneta digitale, Libra. Entrambe cose che fanno apparire sempre più chiara a tutti la volontà da parte del fondatore di creare una sorta di stato digitale. Cosa che naturalmente fa paura a tutti gli stati tradizionalmente intesi. I quali a quel punto, con una scusa o l’altra, potrebbero farlo fuori, prima che il buon Mark, dopo aver coniato la sua moneta digitale, non decida di farsi un esercito personale, di mercenari o magari di criminali, cosa per le quali avrebbe tutti i mezzi e che non è escluso che stia già accadendo.
    Oggi come oggi, la convinzione dei centri della politica è che Facebook sia diventato troppo pericoloso. E fin quando la cosa la dice quel cattivone di Trump che è stato bannato, è un conto. Quando incomincia a dirlo la sinistra americana, che dell’ascesa di Facebook è stata la protagonista, ciò vuol dire che all’orizzonte di Palo Alto si stagliano nuvoloni nerissimi.

    E questo influisce anche sulla sorte di Meta. Che è legata a quella del suo fondatore. Se Meta dovesse essere vista come un pericolo per gli stati, ecco che partirà l’ordine dall’alto di non nominarla, di non citarla neanche per sbaglio, di parlarne ma sempre in maniera negativa. E sarà un flop.
    Se nel frattempo, lo stesso sistema che ha protetto e appoggiato Facebook avesse per le mani un altro diciottenne che dal cesso di casa sua (i garage con quello che costano, non sono più di moda. Un tempo dai garage creavi una grande azienda, oggi devi creare una grande azienda per poter comprare un garage) dopo aver consumato un lauto pasto, crea un social network di mangiatori di cacca, Caccabook, e dicesse che la coprofagia è figa e che mangiare la pupù sarà l’alternativa al consumo di carne da parte di quei cattivoni che la mangiano, assisteremo ad un consumo massiccio di merda che diventerà mainstream.
    Non c’entrano nulla le scemenze di chi, come Paolo Attivissimo, parla di Meta come una seconda Second Life (tipico di chi non sa cosa fosse Second Life, che peraltro per la cronaca è ancora in attività) di chi dandosi arie da “giovanologo” ci spiega che Facebook non piace ai ragazzini – come se i ragazzini rimanessero tali in eterno e giocassero sempre ai videogiochi – o ancor peggio dei fessi che da dieci anni strologano sul declino di Facebook, venendo puntualmente smentiti dai dati.
    C’entra che nella dittatura occidentale, non vieni obbligato ad andare su Facebook o su Meta se non vuoi andarci. Semplicemente vieni emarginato se non lo fai, vieni trattato da persona strana, di cui diffidare. Esattamente il meccanismo che è alla base del green pass. Non è obbligatorio vaccinarsi, ti viene semplicemente resa la vita impossibile se non lo fai. Se la dittatura occidentale, attraverso i suoi critici da strapazzo, dice che è giusto espellere da ogni consesso civile i non vaccinati e che caccabook è figo, tutti espelleranno i non vaccinati e diventeranno tutti mangiatori di merda. Perché se c’è una cosa che l’esperienza del covid ha insegnato è che l’individuo non conta nulla in quanto tale. Conta solo se inserito all’interno di una massa. Che per definizione è acritica. E se la massa dice che bisogna mettersi le mascherine, farsi il vaccino e mangiare merda, un individuo per non essere ridotto all’irrilevanza sociale e alla miseria, dovrà mettersi la mascherina, farsi il vaccino e mangiare merda.


    A quel punto, il grosso problema sociale sarà l’alitosi generale, specie nei luoghi al chiuso. Ma se oserete lamentarvene, verrete bannati perché il vostro post non rispetta gli standard della comunità. E poi diciamoci la verità, che sarà mai mangiare un po’ di merda. Come recitava una famosa battuta, miliardi di mosche non possono essersi tutte sbagliate.
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  15. Si narra che quando a Stalin, persona provvista di un certo senso dell’humour, chiedevano come facesse a riconoscere un traditore, questi rispondesse che traditore era chiunque gli creasse dei problemi. Seguiva la conseguente replica che esistono anche persone che sbagliano per incapacità e lui rispondeva “dal mio punto di vista è uguale. Traditori e incapaci sono nocivi e vanno eliminati”.
    Il ragionamento poteva apparire crudele e spietato ma Giuseppe Stalin era un capo politico che reggeva una nazione immensa e non poteva andare tanto per il sottile. Senza ovviamente essere Stalin, personalmente mi viene spontaneo applicarlo ai tanti personaggi che di tanto in tanto si stagliano nell’aere dell’antisistema, diventando i nuovi eroi. L’ultimo in ordine di tempo è la vicequestora Nunzia Alessandra Schilirò. Secondo molti la nuova Giovanna D’Arco, secondo altri un’agente dei servizi segreti mandata in avanscoperta dal sistema come nuovo collettore di malcontento.

    E dunque si ripropone l’annoso tema “Possiamo fidarci di lei? Di Paragone? Di Fusaro? Di Borghi?” E via ad libitum. La mia risposta sarebbe analoga a quella di Stalin. Dal mio punto di vista, che siano o meno infiltrati del sistema o che siano sinceri, è uguale. Il che ovviamente non deve preoccupare certo i suddetti, dal momento che non sono Stalin bensì un fesso qualsiasi.
    E’ possibile che la Schilirò sia sincera, sebbene il profumo di gatekeeping non riesca ad eliminarlo dal mio naso. Ma, appunto, dal mio punto di vista è uguale. Che lo sia o meno, è totalmente inutile la questione di fondo. Chiunque in questo momento dovesse decidere di risolvere questa situazione, non potrebbe mai riuscirci seguendo le regole della democrazia.
    Guardiamo i fatti nudi e crudi e proviamo ad immaginare le prospettive, senza svolazzamenti dietrologici. Cosa ha in programma la Schilirò? Di fondare un partito ed entrare in politica? Tempo qualche mese e prima cercherebbero di cooptarla con le buone facendole mille complimenti, poi minaccerebbero la sua famiglia e a quel punto la Schilirò avrebbe due scelte: o iniziare a dire che l’Europa si cambia dall’interno e che il vaccino va fatto oppure decidere di farsi inquisire, calunniare, diffamare, farsi trovare qualche scheletro nell’armadio – e quando sei un poliziotto, qualche scheletruccio ce l’hai sempre – fino all’immancabile escalation finale. Che naturalmente verrà qualificata come una morte senza nessuna correlazione.


    La Schilirò, che ne sia consapevole o meno, è un grande calmante. Serve a dire agli italiani di stare buoni che tanto c’è Giovanna D’Arco pronta a lottare per noi, senza che noi si debba fare lo sforzo di lottare e di rischiare qualcosa di nostro. E’ una tachipirina che abbassa la febbre ma non cura la malattia. Perché purtroppo, per salvare il nostro paese, occorre una chemioterapia di quelle classiche, che faccia fuori un bel po’ di cellule cancerogene. Non si scappa da questo. A meno che la Schilirò non abbia un piano segreto che non conosciamo. E se per assurdo ci leggesse e per ancor più assurdo le venisse la balzana idea di trovarlo interessante, sappia che non c’è nessun pregiudizio personale nei suoi confronti. Se sarà lei la nostra eroina, sarò in prima fila a celebrarla. Ma mi fido dei fatti, non delle narrazioni.
    Abbiamo già dato.
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  16. Sono cresciuto in un’era in cui dire certe cose significa guadagnarsi una scomunica morale. Dubitare dell’Olocausto, per esempio. E attenzione, non del fatto che che ci siano state delle persecuzioni, cosa di cui non ho alcun dubbio, non fosse altro perché anche un mio parente fu deportato ad Auschwitz e perché tanti amici ebrei di cui ho stima e fiducia, mi hanno raccontato di persecuzioni subite dai loro familiari. Ma di una narrazione che ci obbliga a dire che gli ebrei uccisi fossero davvero sei milioni, cosa che non risulta dai censimenti. Che i perseguitati fossero tutti ebrei, cosa non vera, visto che quel mio parente ebreo non era. Che gli ebrei fossero tutti povere vittime innocenti e non ci fossero tra loro, oltre ad un’infinità di persone perbene ed incolpevoli, anche un sacco di farabutti tra i finanzieri senza scrupoli e gli spartachisti comunisti, che approfittarono della crisi in Germania per assalire il ceto medio tedesco. E che se dunque alcuni ebrei abbiano subito l’ingiustizia del nazismo, altri hanno subito, indipendentemente dalla propria ebraicità, la giustizia del nazismo. Chi provasse oggi a dire queste cose, verrebbe rapidamente esecrato ed emarginato da ogni circolo di benpensanti. Ed è un atteggiamento stupido e controproducente. Nessuno infatti potrebbe dubitare del sole, dal momento che quel gigantesco astro sta sorgendo proprio dinnanzi ai miei occhi mentre sto scrivendo questo articolo. Infatti il negazionismo del sole non esiste. Dunque nel momento in cui cui si obbliga una persona a credere in una verità, se ne certifica la debolezza.


    Così mi trovo nella situazione di dover fare outing. No, non sono diventato gay. Non aver mai avuto la minima pulsione omoerotica mi ha risparmiato l’angoscia che deve provare un omosessuale nel momento in cui sa che le circostanze lo costringono a dover rivelare qualcosa che inevitabilmente cambierà l’approccio delle persone nei suoi confronti, anche di quelle in teoria aperte mentalmente. Il mio coming out è sui vaccini. Questa mattina mi son svegliato e invece di dire “oh bella ciao” ho capito di essere diventato novax. Di non credere non soltanto ai vaccini anticovid ma anche al concetto di vaccino. E dal momento che aver obbligato le persone in massa a sottomettersi alla narrazione dei Testimoni di Geovax, ha prodotto negli eretici la medesima esecrazione un tempo rivolta a negazionisti e omosessuali, so benissimo che molti smetteranno di leggermi dopo questo articolo. Ma se sono amico di Platone, sono più amico della verità. Perlomeno di quello che io penso sia la verità. Perlomeno della verità su quel che davvero penso. Dovere morale che io mi devo assumere nei confronti chi mi legge da quasi vent’anni.


    Nel momento in cui cui mi permetteró di dire ciò, molti smetteranno di leggermi. Il direttore Fais subirà pressioni per farmi tacere. Ma la differenza fondamentale tra me e i testimoni di Geovax è che con me si può discutere. Perché io sono così sicuro della bontà e della validità delle cose che scrivo che non temo il confronto e non escludo di cambiare idea. Cosa che avverrà soltanto se le mie argomentazioni verranno smentite da controargomentazioni valide sul piano logico. Quelle che sostengono l’utilità e la necessità dei vaccini, di tutti i vaccini, non lo sono. “I numeri dicono che”, “Bisogna fidarsi della scienzah”, “non sei laureato in medicina dunque non puoi parlare”, “sei finanziato da una setta internazionale di novax” “È Putin che ti fa i bonifici da San Pietroburgo” (mentre il mio conto in banca è decisamente pericolante) non sono argomentazioni ma errori logici e intimidazioni. E se non credo in Dio, se non mi faccio intimidire da gente che mi minaccia di farmi bruciare tra le fiamme dell’inferno se non seguo i precetti divini, figuriamoci se sono disposto a credere in un prodotto di quella fallace umanità definita scienza che già in passato si è servita della presunzione di infallibilità della scienza per sterminare milioni di persone.

    Ciò che penso è che se quello che ci hanno raccontato in questi diciotto mesi è vero, non è solo inutile il vaccino anticovid. Sono inutili tutti i vaccini. Anche quelli che mettono d’accordo tutti, come quello contro la poliomielite. Malattia sopravvalutata, che solo nell’1% dei casi provoca le conseguenze che tutti conosciamo. Nei restanti casi si risolve senza conseguenze e nella stragrande maggioranza dei casi è addirittura asintomatica e una volta contratta si è immuni. Tradotto, non è stata sradicata grazie al vaccino ma grazie al fatto che si è consentito alla malattia di circolare, provocando così quell’immunità di gregge di cui tanto si parla. In più, sono convinto che i vaccini creino più danni di quelli da cui dicono di preservarci. E che forse contengono sostanze che fanno male all’organismo umano. Anche perché io non mi fido di una classe dirigente che prima dice che siamo troppi su questo pianeta e poi dice di volermi proteggere da un virus che guarda caso fa strage in stragrande maggioranza proprio presso quei vecchi messi in stato di accusa dall’INPS. Che grazie al covid risparmierà un bel po’ di soldi.


    È obiettabile quel che dico, certo. Ma quelli come me vengono convinti solo da ragionamenti validi sul piano logico. E la logica dice che se basta un solo non vaccinato per scatenare una variante, il concetto di vaccino è semplicemente inutile. A meno di non vaccinare miliardi di persone nello stesso giorno. Cosa che sarebbe comunque inutile, visto che se è possibile la trasmissione di un virus dagli animali (i coronavirus vengono da loro) è sufficiente che incontrino i vaccinati per mutare e scatenare altre varianti. Senza contare che i coronavirus sono milioni e non è che basti vaccinarsi contro questo ceppo e le sue varianti per dirsi al sicuro. Le mie considerazioni si prestano ad ogni obiezione. Purché rispetti i principali postulati della logica. Purché abbia rispetto delle mie argomentazioni e si limiti a contestarle senza tentare di intimidirmi con l’esibizione di titoli accademici, cosa di cui non mi interessa nulla. Sia perché grazie all’abolizione del principio di autorità di cui dobbiamo ringraziare Galileo, anche un garzone, se ne è capace, può dimostrare la validità di una tesi o il suo contrario. Sia perché se oggi molta gente non crede più nei vaccini, è proprio perché sono stati trasformati in qualcosa in cui si deve credere. Anche quando la logica sembra dare loro torto. Sia perché ogni religione nella storia ha prodotto i suoi eretici mentre la verità quando veramente tale, di eretici non ne produce nessuno. E la verità è che la narrazione sui vaccini non sta in piedi anzitutto sul piano logico. Dare la caccia a chi non è disposto a piegarsi ottiene solo il risultato di radunare la dissidenza in catacombe dalle quali, se riusciranno ad uscirne armi in pugno, chi ha contribuito a creare questo clima osceno ed infame avrà una sola speranza di cavarsela: scappando a gambe levate.

    Se sono diventato novax, la colpa è dei sacerdoti della scienza. Che è diventata Scientology. Infatti agisce nello stesso modo, manipolando la logica, premiando i fedeli e predisponendo scomuniche e ritorsioni nei confronti di chiunque non si adegui. E se non ho paura delle minacce di Dio, figuriamoci se mi fanno paura quelle di Bassetti. Posso però rassicurare che dopo questo outing non fonderó nessun Novax Pride. Sono abituato a prendermi troppo poco sul serio per pensare di convincere le persone sfilando per strada, specie se vestito in maniera improbabile.
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  17. Gli ultimi ottant'anni della storia occidentale sono passati alla storia per aver consacrato un dogma inscalfibile da qualsiasi obiezione anche logicamente fondata: l'ineluttibilità della democrazia. Dal momento che il pensiero dogmatico, per definizione, non ammette repliche, nel momento in cui si ritiene indispensabile la democrazia, di fatto si gettano le premesse per una dittatura. A tal proposito viene da pensare ad una gag di Luciano De Crescenzo "Solo gli stupidi non hanno dubbi" "Ne sei sicuro?" "Senza dubbio!".
    Questo paradosso è tantopiù evidente se consideriamo che, nel nome della democrazia, si sta realizzando la più pericolosa tirannia che la storia dell'umanità ricordi.
    La differenza, tra una dittatura ufficiale e una dittatura travestita da democrazia, sta nel tipo di propaganda. Ovviamente, dal momento che la democrazia deve cercare di apparire quanto più credibile possa, deve costruire una narrazione che di fatto dia l'illusione che essa venga preservata. E per fare ciò, deve fare in modo che meno persone possibili si accorgano della cosa.
    Prendiamo il nazismo. Hitler, stando alla storiografia ufficiale, ad un certo punto individuò nella causa dei problemi della Germania gli ebrei. E nel momento in cui decise di introdurre le ben note leggi antisemite, non si fece scrupolo di dire che gli ebrei andassero praticamente espulsi dalla vita civile del paese. E poi sterminati. Lo stigma di quell'operazione fu tale che oggi tutte le volte che qualcuno osa anche solo dire qualcosa che possa assomigliare a qualcosa di fascista o nazista, subito viene associato alle camere a gas. Nota a margine: leggi simili a quelle tedesche e italiane erano presenti in tutti i paesi europei e negli USA il razzismo fu legge di stato fino agli anni Sessanta.
    Ma andiamo avanti. Quell'esperienza di fatto consacrò il concetto di genocidio come crimine supremo, contro cui qualsiasi argomentazione sarebbe stata considerata inaccettabile.
    Nei tempi democratici in cui viviamo, da molto tempo le identità nazionali sono nel mirino dall'intelligenza globale. I sovranisti, a più riprese, vengono riempiti di insulti. Si cerca di dire che tra di loro ci sono sottoculturati, psicopatici. Quando un ragazzo fu ucciso qualche tempo fa, senza che la cosa avesse alcuna connessione col delitto, fu detto che era "di idee sovraniste", quasi come a voler dire "Sì vabbè, chissà cosa c'è sotto".
    Che contro le identità nazionali si covino disegni di persecuzione è cosa non di oggi. Ciò che è cambiato è che oggi si è trovato finalmente un "valido" pretesto per perseguitarle. Quale? Il non-vaccino.
    Se qualcuno un paio di anni fa avesse proposto leggi razziali contro i patrioti italiani, intesi come coloro che sono contrari all'Euro, all'Unione Europea e in generale al progressismo multicolorato, anche dall'altra parte sarebbero sorti dubbi. Invece, la questione vaccinale - che, è bene ripeterlo, per molti *me compreso* non è relativa all'utilità dei vaccini ma alla pericolosità di questo vaccino e all'inaffidabilità di questa classe politica - ha costituito per il regime in atto il pretesto che si aspettava per far fuori tutti coloro che, per spirito critico sviluppato e per una certa incapacità ad assoggettarsi alla dittatura della maggioranza (su cui Gaber scrisse cose fantastiche), rientrano in archetipi antropologici antecedenti alla questione covid. In sostanza, si stanno gettando le premesse per una Shoah contro le identità europee, senza che la si definisca tale.

    Definire i non vaccinati come i nuovi ebrei può apparire legittimamente improprio, se si guarda il dito. Certo, è ridicolo pensare che i non vaccinati costituiscano una nazione a sè, sebbene vada ricordato che gli Stati Uniti, privi di qualsiasi elemento etnico che li caratterizzi rispetto ad altri popoli, pur tuttavia hanno costruito un impero che dura da quasi duecentocinquant'anni. Il punto è che nel recinto cosiddetto "novax" o "negazionista" si è lavorato in quest'anno e mezzo per radunare chiunque già avesse opinioni critiche nei confronti nel sistema e costituire così il pretesto - di cui vediamo la coltivazione già nei media ufficiali - per praticare quella nuova shoah che oltretutto non è roba di oggi ma un piano che le elite coltivano da cento anni. Una volta stabilito che i non-vaccinati sono pericolosi per i vaccinati - e una volta o l'altra ci si dovrà pure chiedere a che cosa servano i vaccini se basta un non-vaccinato per scatenare un'altra epidemia - sarà semplicissimo chiedere ai vaccinati il consenso per perseguitare chi non ha deciso di farsi inoculare.
    Il seguito potrà sembrarvi complottistico ma a me pare palese. E quando un presidente del consiglio ma soprattutto una personalità del calibro di Draghi, con la sua storia di presidente di due delle tre più importanti istituzioni mondiali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) si permette di appellare come vigliacchi persone che, a torto o a ragione, usufruiscono di quello che per ora è un diritto, a me sembra chiara la pericolosa china intrapresa.
    E non la vede solo chi non vuole vederla. Perchè chi vuole davvero vedere, ha capito. Da ben prima della vicenda Covid.

    Franco Marino
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