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Franco Marino
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Quando si scrive un post di questo tipo, la tentazione è quella di scrivere un romanzo o di pronunciare poche parole, come quando Enzo Tortora, di ritorno in TV pienamente scagionato dalle accuse, titolò il suo saluto con un celeberrimo "Dove eravamo rimasti?". Potrei appunto scrivere un romanzo...
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In queste ultime settimane impazza la querelle Polonia contro Unione Europea e subito leggo i commentatori mainstream - sia il mainstream europeista che quello fintosovranista - guardare la vicenda, puntualmente, dal lato sbagliato. Che lo facciano in malafede, questo è palese. Il problema è che...
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Gli ultimi ottant'anni della storia occidentale sono passati alla storia per aver consacrato un dogma inscalfibile da qualsiasi obiezione anche logicamente fondata: l'ineluttibilità della democrazia. Dal momento che il pensiero dogmatico, per definizione, non ammette repliche, nel momento in cui...
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Un paio di lettori su whatsapp mi hanno fatto notare che nei miei articoli sull'Afghanistan non ho mai nominato Biden e mi hanno chiesto la ragione di questa omissione. Ma la risposta è già implicita nella domanda: non l'ho nominato perchè inconsciamente devo aver pensato che non ci fosse alcun...
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La disfatta americana in Afghanistan sembrerebbe segnare simbolicamente la fine dell’ideologia dell’interventismo militare americano. In generale, il principio dell’interventismo è che si debba intervenire in un paese oppresso dai tiranni per regalare alle popolazioni locali l’agognata libertà...
  1. GLI SCIENZIATI SONO I NUOVI MAGISTRATI
    Chi ha dai trenta anni in su, ha vissuto nell’età della ragione tutta la Seconda Repubblica col suo carico di fuffa ad essa associato, in particolar modo lo scontro tra berlusconiani e antiberlusconiani. Che lungi dall’essere uno scontro di idee del tutto normale in Occidente dove in Francia ci si divide tra destra repubblicana (qualche volta lepenista) e sinistra socialista, in Germania tra cristiani democratici e e socialdemocratici, negli USA tra Repubblicani e Democratici, in Inghilterra tra laburisti e conservatori, in Italia assunse la grottesca piega di uno scontro identitario, con venature giudiziarie.
    A destra si diceva che la magistratura fosse fatta di toghe rosse, a sinistra – quando ancora i discendenti di Di Pietro non avevano iniziato a colpire il PDS e derivati – si esaltava la magistratura come argine contro lo strapotere berlusconiano, ignorando tutti i marchiani errori logici sottesi a tale esaltazione. E ho assistito con i miei occhi alla sconcertante lite tra uno zio e il nipote che arrivavano alle mani non per questioni ereditarie – come pure sarebbe stato più normale ancorché sgradevole – ma se Berlusconi sapesse o meno che Ruby era minorenne. Il tutto mentre il Cavaliere se la godeva in una delle sue ville megagalattiche magari beandosi di tanta attenzione, sia negativa che positiva.


    Intendiamoci bene, la magistratura è il cardine di uno stato di diritto ed essa è sicuramente composta da fior di cervelloni che, nella stragrande maggioranza dei casi, per accedervi vincono un concorso durissimo, che miete vittime anche tra coloro che poi svolgeranno una fortunatissima carriera in altri mestieri giurisprudenziali. Ma in quanto potere composto da uomini, naturalmente va sottoposta a controlli come qualsiasi potere. Epperò non c’è niente da fare, una pessima Costituzione ha deciso che debbano essere intoccabili e oggi ci ritroviamo a discutere di scandali che sorprendono solo chi ha identificato nel magistrato un oplita del Bene sempre proteso all’inseguimento di una perpetua palingenesi morale e sociale. Di sicuro non i tanti che la giustizia l’hanno vista funzionare troppo da vicino per pretendere che si idealizzasse. La magistratura ha, così, toccato il punto più basso della sua popolarità e un’eventuale riforma della giustizia, dai contenuti radicali, oggi incontrerebbe forse (dico forse) meno resistenze del passato.
    Il nostro è un paese che tritura tutto, imparando poco. Alla sporcizia dell’agone politico abbiamo immolato svariati princìpi che godevano di un credito illimitato. Che un geniale imprenditore fosse automaticamente anche un grande politico; che l’onestà e la parità tra gli iscritti ad un partito fossero forieri di prosperità e ricambio politico; che i tecnici al governo alla maniera del signor Wolf avrebbero risolto quei problemi che una pasticciona classe politica, alla maniera di Vincent Vega e Jules Winnfield aveva creato; che bastasse “rottamare” un’intera classe politica per cambiare questo paese; in sostanza abbiamo assistito alla sistematica caduta di miti che hanno caratterizzato la narrazione di tutta la politica della seconda Repubblica.


    Ogni narrazione – sennò non la definiremmo tale – conteneva numerosi errori logici di fondo. Un imprenditore può realizzare grandi imprese nel privato ma fallire la rivoluzione liberale. Un movimento può essere fatto di persone incensurate, specie se divinizza acriticamente la magistratura, e pur tuttavia rinnegare disonestamente i cardini ideologici che ne avevano favorito l’ascesa. Un governo di tecnici può conoscere alla perfezione la materia ma se non è provvisto di visione politica, delle conoscenze tecniche non sa cosa farsene. E magari se ne va lasciando il paese in condizioni persino peggiori. E la rottamazione non serve assolutamente a nulla se quelli che arrivano dopo sono peggiori di quelli di prima.
    Ora va di moda un’altra narrazione: l’idea che affidando il paese agli scienziati, altrettanto scientificamente il paese si salva e diventa virtuoso. E questa è forse la narrazione che di errori logici ne contiene di più – e ce ne vuole – rispetto alle altre.
    Il primo di essi lo si scorge se si conosce l’etimologia della parola “scienza” che deriva dal latino “scio”, io so. Ma ciò che io so non è detto che sia quello che è. Per secoli la scienza, nelle sue declinazioni, ha creduto vere cose che poi si sono rivelate clamorosi falsi. Per secoli si riteneva che il Sole girasse attorno alla Terra. Che per guarire un paziente bisognasse praticargli dei salassi. Recentissimo è il caso della “memoria dell’acqua”, scoperta che sbugiardata valse al suo teorico il Premio Ignobel (una specie di Razzie Awards della scienza, suppongo) un po’ meno recente è l’errore dei raggi N. Per cento anni tra Settecento e Ottocento, si credette di poter curare le persone sfruttando i campi magnetici. Cose che oggi fanno ridere ma che ai tempi costituivano il “sapere” propriamente detto, ciò che io so, scio, dunque scienza. Ma che non è detto che corrisponda a ciò che effettivamente sia. Errori normalissimi perché, come ricordava Richard Feynman (premio Nobel per la Fisica nel 1965): “la Scienza è fatta di errori, che sono utili perché, piano piano, sono proprio questi errori che ci guidano verso la verità”.
    La teoria della relatività che consacrò Einstein ancora oggi incontra numerosissimi contestatori, tutti fior di scienziati. Un mio parente, che fu un importante ricercatore, si diceva convinto che TUTTI i tumori avessero un’origine virale, opinione osteggiata dalla comunità scientifica. Ed è tuttavia, oggi, opinione comune che il Papilloma virus induca il cancro all’utero. E qui c’è il secondo errore logico, ricorrente anche quando si parla di diritto e dunque di magistratura, e cioè che sia sufficiente avere ragione per vedersela data. Gli scienziati sono, di fatto, una comunità umana come tutte le altre. Così come la magistratura, è fatta da persone virtuose come lo erano Falcone e Borsellino, ma che possono anche essere parte di sistemi deviati come Palamara. E così come stiamo scoprendo una Magistropoli, è possibilissimo che un giorno scopriremo una Scienzopoli. Se un domani io scoprissi, che ne so, la cura del cancro, non basterebbe che questa guarisca il paziente: la comunità scientifica dovrebbe riconoscerla come valida per poter essere applicata né più né meno di come un imputato può trascorrere l’intera vita in galera per un reato che non ha commesso e un delinquente può farla franca. Magari perché il giudice che doveva condannare il colpevole o assolvere l’innocente, è stato corrotto o minacciato. E dunque la mia cura potrebbe essere sabotata dalla comunità scientifica. Magari perché qualche scienziato viene corrotto da qualche casa farmaceutica.


    Nel caso di tutta la controversa querelle sul covid-19, ma anche quella relativa ai vaccini, scientisti e antiscientisti, messi gli uni contro gli altri dalle squadriglie politiche, dimenticano il punto di fondo: della scienza non è lecito dubitare in quanto scienza ma in quanto amministrata da esseri umani. Il problema non è, cioè, se esista o meno il covid-19, se i vaccini facciano bene o male. La vera domanda è “Possiamo fidarci di questa classe di scienziati?”.
    Ognuno avrà la sua risposta a questa domanda ma se è perfettamente lecito che qualcuno decida di affidare acriticamente la sorte dei propri figli ad un Burioni o chi per lui, dall’altro è altrettanto lecito che prima di far sbucherellare allegramente i nostri bambini per poi, come è avvenuto svariate volte, scoprire che una partita di vaccini può essere avariata, che quel vaccino possa essere pericoloso, che le trasfusioni vengano fatte con sangue infetto da AIDS, perché magari un ministro si è venduto alle case farmaceutiche – ed è successo proprio in Italia – dicevamo è altrettanto lecito non fidarsi a priori. E dunque cercare di capire se esistano alternative. Informarsi ovunque possibile, naturalmente evitando di cadere nelle trappole dei siti spacciabufale – che sono, oggi, un business al pari di Big Pharma – o di dare per scontate le tesi opposte.
    La scienza ha compiuto passi che hanno migliorato la nostra vita. Allungandola, rasserenandola. Ma anche commesso gravi errori. Non va demonizzata ma neanche esaltata. E’ fondamentale ma non deve scadere nel fondamentalismo. E soprattutto non le va affidato il compito di governare un paese perché, come la magistratura, fornisce informazioni pure e semplici, di cui poi il politico – che risponde al popolo del suo operato – deciderà che uso farne. L’energia nucleare è un’informazione con cui si possono fare cose meravigliose e cose pericolosissime. I vaccini, se fatti come si deve, debellano malattie pericolosissime ma se non ben confezionati, possono divenire una pericolosissima arma virologica.
    E soprattutto, così come vale per qualsiasi cosa, bisogna sempre tenere alto lo spirito critico.
    Un giorno potremmo scoprire che anche nei laboratori scientifici si nasconde un Palamara.
    Magari dopo aver rovinato la salute dei nostri figli.
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  2. Prova Biden Trump Afghanistan Covid USA Europa Italia
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  3. Quando si scrive un post di questo tipo, la tentazione è quella di scrivere un romanzo o di pronunciare poche parole, come quando Enzo Tortora, di ritorno in TV pienamente scagionato dalle accuse, titolò il suo saluto con un celeberrimo "Dove eravamo rimasti?".
    Potrei appunto scrivere un romanzo su cosa è stato questo blog nei suoi undici anni in esilio su Facebook e su cosa provo ora che sono tornato a casa. Come potrei scriverne uno breve, in stile Tortora. Invece preferisco limitarmi a descrivere perché ho deciso di ricostituire un blog e abbandonare i social.

    Tra le ragioni non c'è la nostalgia. Che non fa parte del mio DNA. Non sono uno di quelli che "si stava meglio quando si stava peggio". E non è una scelta reazionaria. Non è un "torniamo all'antico e sarà un progresso", per citare Verdi. In primo luogo perché, se fosse dipeso da me, non avrei mai chiuso il blog. Chi mi legge dal 2003, da quando lo avviai, conosce bene le traversie che lo hanno portato alla chiusura: una deficiente di un partito lo prese di mira perché in un articolo provocatorio - che, essendo una deficiente appunto, non capì - scrissi che alle elezioni per il sindaco di Napoli, a De Magistris avrei preferito Cutolo. Fu sufficiente a scatenare contro di me una caccia all'uomo, ad etichettarmi come camorrista, a dare la stura insomma ai soliti atteggiamenti tossici di chi sente il bisogno di soffocare voci che mettono in discussione la propria visione del mondo. Soprattutto, si appigliò al fatto che pubblicando a cadenza quasi giornaliera i miei post, io di fatto facessi informazione e dunque esercitavo abusivamente la professione di giornalista.
    Sarei potuto andare allo scontro. Avrei potuto scrivere per due anni settanta articoli per ottenere il tesserino di pubblicista e poi creare un giornale che mi permettesse di scrivere. Oppure non avrei dovuto fare niente di tutto questo ed infischiarmene. Ma alcuni problemi personali molto seri di fatto mi tolsero ogni motivazione di affrontare uno scontro e così decisi di chiudere il blog e approdare a Facebook. Che fino a quel momento avevo con cura evitato, avendone intuito il potenziale distruttivo.

    Qualcuno dice che dovrei avere un po' di riconoscenza per Facebook perché è grazie ad esso che mi sono conquistato una certa notorietà. E al riguardo mi viene da sorridere. In primo luogo perché questo blog aveva una media di 10.000 visite uniche al giorno (cioè diecimila persone fisiche che lo visualizzavano ogni giorno) 80.000 pagine viste e centinaia di commenti ogni giorno. Un'enormità, se rapportata alle bassissime spese di promozione e di gestione. Ma anche senza considerare le proporzioni, è qualcosa di molto maggiore rispetto alla mia presenza sui social.
    Questo non significa che il social di Zuckerberg non mi abbia, suo malgrado, dato la sua visibilità. Attraverso Facebook ho conosciuto persone meravigliose che non avrei mai altrimenti conosciuto. Ma appunto, malgrado Facebook. Perché tutto questo non è avvenuto *grazie a Facebook* ma *NONOSTANTE Facebook*. Nonostante le regole che impediscono di aggiungere persone sconosciute e dunque di ampliare la propria lista di contatti. Nonostante i continui ban. Nonostante le continue limitazioni alle richieste di amicizia. Nonostante Facebook mi riducesse la visibilità e mi togliesse continuamente amici e iscritti alla pagina - che infatti venivano a lamentarsi con me pensando che li avessi rimossi io - tutto questo senza mai dirmelo apertamente, ma con la slealtà di chi forse volesse indurmi a credere non ad un'azione ostile ma ad una perdita di prestigio personale.
    Io a Facebook non debbo assolutamente niente.
    E di Facebook come social network penso tutto il peggio possibile. Non al punto di pensare che vada bannato dalla rete o che debba essere statalizzato come pure qualche fesso sostiene. Né penso che abbia creato da zero il disagio mentale che si può scorgere. Il grosso problema è che il web ormai è un'oligarchia, circostanza che consente ai GAFAM (acronimo di Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) di fare il bello e il cattivo tempo. E dunque, non solo tutte le iniziative censorie che molti propongono, sono del tutto controproducenti. Ma anzi, al contrario, bisogna aumentare l'offerta: perché è solo questa che costringe i concorrenti di un mercato ad essere "ricattati" dalla clientela.
    Ma i social network oggi non hanno nulla di social, anzi sono il tempio dell'asocialità per eccellenza. E sta di fatto che il seguito che ho - poi voi lo potete giudicare trascurabile o rispettabile, è un punto di vista legittimo in ambedue i casi - me lo sono costruito perché per alcuni ho una credibilità. Non per gentile concessione. La mia scelta di iniziare a scrivere su Facebook è sempre stata di pura transizione. Frattanto che il mio blog fui costretto a chiuderlo, rappresentava una sorta di container dove rifugiarmi perché mi avevano sfrattato, da casa mia peraltro, visto che il server era fisicamente residente a casa mia e usava la banda di Fastweb, con IP pubblico.
    Su Facebook ho proseguito la mia scrittura, fin quando un giorno non ha iniziato ad inasprire una certa deriva, peraltro propria della cultura USA (il politicamente corretto è roba americana, diciamolo chiaramente) di cui è espressione: è stato tempo delle censure, dei ban per 24 ore, poi due giorni, poi tre, poi sette, poi quindici, poi trenta, per le più misere scemenze, poi gli account cancellati dalla sera alla mattina senza una valida motivazione. Via via, tutte le menti più aperte, più libere, sono state censurate e cesoiate, in un delirio che ha visto la scomparsa di tutte le più fulgide personalità dell'intelligenza politicamente scorretta. Fin quando un giorno ho deciso che ne avevo abbastanza. E di riaprire il mio blog, facendolo rientrare in un progetto ben più ampio, del quale sono giunto a conoscenza e dal quale ho preteso garanzie adeguate che mi sono state date.

    Ed eccomi di nuovo qui. Come una volta. Non con lo spirito nostalgico del "come eravamo", ma con la consapevolezza che ora nasce una nuova sfida, anche perché il blog ha una struttura completamente diversa come potete ben vedere da quello storico.
    Dal momento che questo è uno spazio che considero una grande famiglia, troverei antipatico scrivere il classico decalogo che il blogger supponente riserva al lettore che volesse commentare. Basta affidarsi al buonsenso. Rispettare l'autore, criticando i suoi post senza alcun attacco personale. Rispettare i commenti, criticandoli senza alcun attacco personale. Cercare di evitare insulti, diffamazioni e calunnie di qualsiasi tipo.
    Questo blog a breve sarà uno dei pochi spazi di libertà. Ha senso se ci siete voi a difenderlo dai tanti che vorranno chiuderlo come vi riuscirono la volta scorsa, a supportarlo, consentendo che si espanda, che acquisisca più visite e che si faccia più forte e influente.
    Qui sotto, senza impegno, ci sarà un modulo per le donazioni. Che non verranno impiegate per gli sfizi personali dell'autore ma per la tenuta del blog stesso.
    In questo modo, sarà a maggior ragione uno spazio vostro.
    Io avrò senso solo se vorrete leggermi.
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  4. In queste ultime settimane impazza la querelle Polonia contro Unione Europea e subito leggo i commentatori mainstream - sia il mainstream europeista che quello fintosovranista - guardare la vicenda, puntualmente, dal lato sbagliato. Che lo facciano in malafede, questo è palese. Il problema è che molti ci cascano e allora dobbiamo fare un po' di sano debunking, partendo da due cose. Da cosa sia davvero accaduto in Polonia fino ad arrivare all'assetto dell'Unione Europea stessa e cercando di capire cosa l'UE sia davvero, ma non ce lo dicono. Ma soprattutto cosa ci dicano che l'UE sia ma non è davvero.



    Partiamo dal secondo punto: ossia ciò che l'Unione Europea non è ma ci dicono che sia. Quando in un determinato territorio, un gruppo di persone è forte a sufficienza da imporsi sugli altri gruppi, abbiamo uno stato. Dunque, l'Unione Europea, per quanto possa autocelebrarsi, dotarsi di un parlamento, di un potere esecutivo (la commissione europea) e di un potere giudiziario, istituzionalmente è il nulla. Uno stato propriamente detto, per ogni potere esecutivo ha delle forze armate in grado di imporsi su qualsiasi altro gruppo armato presente nel territorio in cui ambirebbero ad essere competenti. Viceversa la sua volontà è semplicemente una pura emissione di fiato e di carta. L'UE non ha nulla di tutto questo e, teoricamente, se un domani l'Italia volesse uscire dall'Euro, tecnicamente non incontrerebbe ostacoli. In qualsiasi momento potremmo ricominciare a stampare la lira e creare una banca nazionale totalmente pubblica e farci quel che vogliamo. Sul piano istituzionale, nessuno potrebbe fare nulla. Se non invaderci militarmente. Cosa che la Germania e la Francia non potrebbero fare. Anche perché un eventuale strappo di questo tipo vedrebbe molti paesi europei schierarsi con noi.
    Questo, ribadiamo, se ci limitassimo a considerare l'Unione Europea per quello che non è, istituzionalmente.



    Il vero problema della storia è ciò che l'Unione Europea è davvero ma non ci dicono. Mentre i commentatori istituzionali ci dicono che è l'unione di paesi che dopo essersi scannati per secoli, ad un certo punto hanno detto "Ma sì, scurdammoce 'o passato, simm Europa paisà", nella realtà l'Unione Europea e tutto il suo caravan serraglio non sono che l'evoluzione dell'accordo di spartizione tra americani e sovietici all'indomani della fine della seconda guerra mondiale. Il cui scopo era semplicemente trasformare l'Europa in un insieme di stati clienti degli americani e sovietici. Crollata l'URSS, gli americani si sono presi tutto il piattino così come ovviamente, se a crollare fossero stati gli americani, lo stesso piattino sarebbe finito ai sovietici.

    Tutto questo - e dunque cosa sia davvero l'UE - non viene raccontato perché metterebbe in luce come i paesi europei abbiano negli Stati Uniti il nemico più pericoloso. Cosa che obbligherebbe ad una reazione, ad una scelta di campo. Che ovviamente gli Stati Uniti non vogliono. E' probabile - anche se non lo darei per scontato - che gli americani virino verso un sostanziale isolazionismo ma è logico che nel frattempo cerchino di portarsi via dall'Europa quante più provviste possano, dopo averle date ai paesi europei per tanti anni. E sia chiaro, non potrebbero fare altrimenti. Hanno un debito enorme e se non lo facessero, semplicemente sarebbero falliti. Mentre all'orizzonte è comparsa la Cina ma soprattutto è ricomparsa la Russia. Le quali oltretutto detengono un bel po' di debito americano che potrebbero rilasciare quando vogliono, facendo fallire l'impero americano. Ma per mascherare questa realtà pura, semplice e banale, ci si è inventati l'onnipotenza della finanza, dei mercati, delle elite, dei globalisti. Talmente onnipotenti che Putin in pochi anni li ha sbattuti tutti in galera mentre con Jack Ma, patron di Alibaba, sappiamo benissimo la fine che fanno i ricchi imprenditori cinesi quando si mettono contro il Partito Comunista del posto. Se Russia e Cina avessero avuto un debito americano, tutto ciò non sarebbe stato possibile. Ma avendo debiti bassissimi, tutte le speculazioni finanziarie americane si traducono in un sistematico nulla di fatto. Tradotto, la finanza e le elite contano qualcosa solo quando uno stato non è autosufficiente.



    Nel momento in cui si chiarisce questo, ci si rende conto che i paesi europei - compresa la Germania - sono *tutti* nei guai. Perché hanno, ciascuno, chi più chi meno, un debito enorme che ci rende schiavi della finanza americana e ci impedisce quelle scelte che davvero ridarebbero sovranità ai paesi. E quel debito è a Wall Street dove risiedono tutti i finanzieri che hanno speculato contro le economie e le monete dei singoli paesi affinché si piegassero e fossero costrette ad accettare un ingresso nell'UE che tutti i politici davvero assennati di quegli anni definirono folle. Tra cui c'era anche quel PCI che, caduta l'URSS, si convertì alla narrazione europeista.
    La tanto temuta Troika è l'espressione di questi mercati. Se la Troika decide che un paese debba fallire, quel paese fallisce. E la Troika non è altro che la longa manu del deep state americano. Che ispira peraltro non solo l'economia ma anche la subcultura e tutta la monnezza arcobalenata che ogni giorno tormentano il dibattito pubblico. Mettersi contro la Troika è possibile solo con un'alleanza robusta e con la protezione - che non sarebbe certo disinteressata - della Russia o della Cina. Meglio se di entrambe. E non è detto che poi la destinazione sarebbe migliore. Passi per la Russia che è un paese sostanzialmente europeo ma passare dagli USA alla Cina significherebbe passare da un padrone perfido ma sostanzialmente a noi vicino sul piano culturale ad un altro padrone i cui costumi sono totalmente incompatibili con quelli occidentali.



    Questo lungo preambolo è necessario perché la questione della Polonia non va affrontata sul piano giurisprudenziale chiedendosi se abbia torto o ragione. Torti e ragioni non rientrano in canoni universali. I diritti di un paese sono i reati di un altro. Ciò che troviamo non solo lecito ma addirittura morale, altrove è immorale ed è vietato. Non ha senso chiedersi se la Polonia abbia il diritto di ritenere illegittima la UE e dunque i trattati ad essa correlati, come del tutto pretestuoso-- specie se l'accusa viene da quei tedeschi che debbono gran parte della propria prosperità ad un debito di guerra cancellato - è rinfacciare i soldi che i polacchi avrebbero ricevuto. Perché essenzialmente le uniche cose che contano nel diritto internazionale sono i rapporti di forza. E poi perché, finora, non è successo niente di che. Se la corte costituzionale polacca dice che l'UE è illegittima, la Polonia può facilmente approvare una modifica costituzionale che, di fatto, la renderebbe legittima. E' anche per questo che nonostante la questione sul Polexit sia ormai sui giornali da mesi, l'ho ignorata. Perché, di per sé, ad ora siamo ancora "a carissimo amico". Tutto dipende da ciò che vorrà la classe politica polacca. Se la corte costituzionale ha decretato l'illegittimità dell'UE, due sono le cose. O la Polonia esce dall'UE - sottolineo dall'UE perché la Polonia (come la Gran Bretagna) nell'Euro non c'è mai stata - oppure preparerà in pochi giorni una legge che di fatto annullerà la decisione della corte costituzionale.

    Nella prima delle ipotesi, tutto sta nel capire se la Polonia ha qualcuno che le sta coprendo le spalle, magari dicendo "Non preoccuparti. Se i finanzieri fanno gli idioti, li compriamo noi i tuoi titoli di stato. E se a qualcuno venisse in mente di attaccarti, noi ci muoveremo in tua difesa". E questo fa pensare che a muoversi siano i russi, per esempio. Oppure anche i cinesi. Se così fosse, l'uscita della Polonia sarebbe l'inizio della fine del fantomatico "sogno europeo". Non che i sogni russi e quelli cinesi siano migliori e certo i polacchi non debbono aspettarsi che la brace russocinese sia migliore della padella euroamericana. Occorre capire se russi e cinesi abbiano l'interesse ad accelerare il crollo dell'asse euroatlantico oppure aspettino che, prevedibilmente, crolli da solo per poi raccogliere a costo zero le economie europee come, peraltro, in parte già sta accadendo. In questo caso, la classe politica polacca non avrà altra scelta che aggiustare la decisione dei giudici con una legge costituzionale, viceversa la Troika potrebbe semplicemente ridurre l'economia polacca in pura e semplice poltiglia nel giro di ventiquattro ore. Basterebbe anche solo annunciare che i titoli di stato polacchi non verranno rinnovati e accadrebbe la medicina già sperimentata in Italia e in Grecia: spread, "fate presto!", governi tecnici, macelleria sociale. E tutto quel che tragicamente sappiamo.

    In sintesi, bisogna capire se la Polonia è protetta oppure no.
    E in base a questo, capiremo se davvero all'orizzonte si intravede una Polexit. Cosa che, purtroppo, io non vedo affatto scontata.
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  5. Travaglia e Giustino in semifinale nel Challenger di Bucarest. Roncalli (in foto Giampiero Sposito) ha vinto il torneo ITF di Il Cairo in finale su Lavagno, Ruggeri finalista a Dulcigno.




    ATP Tour
    A Metz in Francia Lorenzo Sonego ha battuto l'ungherese Marton Fucsovics per 6-3 6-2 e ha ceduto negli ottavi di finale al 18enne qualificato danese Holger Vitus Nodskov Rune per 6-7(6) 6-4 6-4, sono stati eliminati al primo turno Gianluca Mager dal georgiano Nikoloz Basilashvili per 6-3 7-6(5) e Marco Cecchinato contro il lucky loser tedesco classe '83 Philipp Kohlschreiber per 7-6(3) 6-3.

    A Nur-Sultan in Kazakistan il 19enne Lorenzo Musetti ha superato il qualificato australiano Marc Polmans per 6-4 2-6 6-4 e ha perso negli ottavi contro il serbo Laslo Djere per 6-4 6-7(3) 6-4, il 37enne Andreas Seppi è stato sconfitto al primo round dal tennista locale Timofey Skatov per 7-6(3) 4-6 6-1.

    Nella Laver Cup a Boston negli USA Matteo Berrettini ha contribuito al successo per 14 a 1 dell'Europa sul Mondo battendo venerdì il canadese Felix Auger-Aliassime per 6-7(3) 7-5 [10-8], più tardi nella stessa giornata insieme al tedesco Alexander Zverev ha perso in doppio con lo statunitense John Isner e il canadese Denis Shapovalov per 4-6 7-6(2) [10-1].

    A San Diego negli USA Fabio Fognini incontra lo statunitense Brandon Nakashima, il qualificato Federico Gaio sfida l'argentino Diego Schwartzman, il qualificato Salvatofe Caruso è stato sorteggiato con l'americano Taylor Fritz e Lorenzo Sonego affronta Basilashvili. Nel secondo e decisivo turno di qualificazione Caruso ha battuto il danese August Holmgren con il punteggio di 4-6 6-3 7-6(7) e Federico Gaio ha regolato lo statunitense Denis Kudla per 6-4 6-2.

    A Sofia in Bulgaria Jannik Sinner ha ricevuto un bye, il 19enne Lorenzo Musetti è opposto al tennista locale Dimitar Kuzmanov, il 37enne Andreas Seppi è stato abbinato all'ucraino Illya Marchenko in una sfida fra qualificati e Mager trova il francese Adrian Mannarino. Seppi ha supeato al secondo e ultimo round di qualificazione il giocatore di casa Alexander Donski per 6-3 6-2.

    ATP Challenger Tour
    In Romania piazzamento nelle semifinali per Stefano Travaglia, 6-3 7-6(3) dal ceco Jiri Lehecka, e Lorenzo Giustino, 6-3 4-6 6-2 contro lo slovacco Filip Horansky. Riccardo Bonadio è stato sconfitto nei quarti nel derby con Giustino per 6-3 6-2. Sono stati eliminati negli ottavi il 19enne Flavio Cobolli da Travaglia per 2-6 6-4 6-2 e il qualificato Matteo Arnaldi con Giustino per 2-6 7-5 6-4.

    A Braga in Portogallo Andrea Arnaboldi ha raggiunto i quarti, dove è stato fermato dal brasiliano Thiago Monteiro per 4-6 6-4 6-2, Alessandro Giannessi ha perso negli ottavi contro l'olandese Jesper De Jong per 6-3 7-5. Sono stati eliminati al primo turno Andrea Pellegrino dal tedesco Cedrik-Marcel Stebe per 6-3 3-6 6-2, Il classe 2001 Giulio Zeppieri contro il qualificato argentino Santiago Fa Rodriguez Taverna con un doppio 6-4 e Filippo Baldi dal giapponese Taro Daniel per 6-2 4-6 6-0. A Biel in Svizzera Matteo Viola ha ceduto al primo turno al turco Cem Ilkel per 7-6(3) 7-6(1). A Columbus negli USA Caruso in svantaggio 6-2 3-0 si è ritirato al primo turno con l'australiano Dayne Kelly.

    Ad Orléans in Francia Roberto Marcora è in campo con il cileno Alejandro Tabilo e Viola ha passato le qualificazioni. A Sibiu in Romania Travaglia è stato abbinato al ceco Lukas Rosol, Bonadio ha perso contro lo slovacco Alex Molcan per 6-4 6-2 e l'italo-argentino Franco Agamenone è in campo con il rumeno Victor Vlad Cornea. A Murcia in Spagna il qualificato Francesco Passaro ha pescato Horansky, Raul Brancaccio è in campo con il ceco classe 2002 Dalibor Svrcina e Cobolli incontra lo spagnolo Mario Vilella Martinez.

    A Lisbona in Portogallo Pellegrino affronta l'olandese Igor Sijsling, Zeppieri è stato sorteggiato con il qualificato Rodriguez Taverna, Il lucky loser Jacopo Berrettini è stato abbinato a Stebe, Baldi incontra l'olandese Robin Haase, Francesco Forti è stato sorteggiato con il francese Hugo Gaston, Giustino è opposto al russo naturalizzato kazako Dmitry Popko, Andrea Arnaboldi ha pescato il qualificato tedesco Benjamin Hassan.

    ITF World Tennis Tour
    Domenica in finale in Egitto Simone Roncalli ha regolato Edoardo Lavagno nel derby per 6-1 6-2, aggiudicandosi il primo titolo in carriera, e in Montenegro il 19enne Samuel Vincent Ruggeri ha ceduto al qualificato locale Rrezart Cungu per 6-3 2-6 6-1.




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  6. Gli ultimi ottant'anni della storia occidentale sono passati alla storia per aver consacrato un dogma inscalfibile da qualsiasi obiezione anche logicamente fondata: l'ineluttibilità della democrazia. Dal momento che il pensiero dogmatico, per definizione, non ammette repliche, nel momento in cui si ritiene indispensabile la democrazia, di fatto si gettano le premesse per una dittatura. A tal proposito viene da pensare ad una gag di Luciano De Crescenzo "Solo gli stupidi non hanno dubbi" "Ne sei sicuro?" "Senza dubbio!".
    Questo paradosso è tantopiù evidente se consideriamo che, nel nome della democrazia, si sta realizzando la più pericolosa tirannia che la storia dell'umanità ricordi.
    La differenza, tra una dittatura ufficiale e una dittatura travestita da democrazia, sta nel tipo di propaganda. Ovviamente, dal momento che la democrazia deve cercare di apparire quanto più credibile possa, deve costruire una narrazione che di fatto dia l'illusione che essa venga preservata. E per fare ciò, deve fare in modo che meno persone possibili si accorgano della cosa.
    Prendiamo il nazismo. Hitler, stando alla storiografia ufficiale, ad un certo punto individuò nella causa dei problemi della Germania gli ebrei. E nel momento in cui decise di introdurre le ben note leggi antisemite, non si fece scrupolo di dire che gli ebrei andassero praticamente espulsi dalla vita civile del paese. E poi sterminati. Lo stigma di quell'operazione fu tale che oggi tutte le volte che qualcuno osa anche solo dire qualcosa che possa assomigliare a qualcosa di fascista o nazista, subito viene associato alle camere a gas. Nota a margine: leggi simili a quelle tedesche e italiane erano presenti in tutti i paesi europei e negli USA il razzismo fu legge di stato fino agli anni Sessanta.
    Ma andiamo avanti. Quell'esperienza di fatto consacrò il concetto di genocidio come crimine supremo, contro cui qualsiasi argomentazione sarebbe stata considerata inaccettabile.
    Nei tempi democratici in cui viviamo, da molto tempo le identità nazionali sono nel mirino dall'intelligenza globale. I sovranisti, a più riprese, vengono riempiti di insulti. Si cerca di dire che tra di loro ci sono sottoculturati, psicopatici. Quando un ragazzo fu ucciso qualche tempo fa, senza che la cosa avesse alcuna connessione col delitto, fu detto che era "di idee sovraniste", quasi come a voler dire "Sì vabbè, chissà cosa c'è sotto".
    Che contro le identità nazionali si covino disegni di persecuzione è cosa non di oggi. Ciò che è cambiato è che oggi si è trovato finalmente un "valido" pretesto per perseguitarle. Quale? Il non-vaccino.
    Se qualcuno un paio di anni fa avesse proposto leggi razziali contro i patrioti italiani, intesi come coloro che sono contrari all'Euro, all'Unione Europea e in generale al progressismo multicolorato, anche dall'altra parte sarebbero sorti dubbi. Invece, la questione vaccinale - che, è bene ripeterlo, per molti *me compreso* non è relativa all'utilità dei vaccini ma alla pericolosità di questo vaccino e all'inaffidabilità di questa classe politica - ha costituito per il regime in atto il pretesto che si aspettava per far fuori tutti coloro che, per spirito critico sviluppato e per una certa incapacità ad assoggettarsi alla dittatura della maggioranza (su cui Gaber scrisse cose fantastiche), rientrano in archetipi antropologici antecedenti alla questione covid. In sostanza, si stanno gettando le premesse per una Shoah contro le identità europee, senza che la si definisca tale.

    Definire i non vaccinati come i nuovi ebrei può apparire legittimamente improprio, se si guarda il dito. Certo, è ridicolo pensare che i non vaccinati costituiscano una nazione a sè, sebbene vada ricordato che gli Stati Uniti, privi di qualsiasi elemento etnico che li caratterizzi rispetto ad altri popoli, pur tuttavia hanno costruito un impero che dura da quasi duecentocinquant'anni. Il punto è che nel recinto cosiddetto "novax" o "negazionista" si è lavorato in quest'anno e mezzo per radunare chiunque già avesse opinioni critiche nei confronti nel sistema e costituire così il pretesto - di cui vediamo la coltivazione già nei media ufficiali - per praticare quella nuova shoah che oltretutto non è roba di oggi ma un piano che le elite coltivano da cento anni. Una volta stabilito che i non-vaccinati sono pericolosi per i vaccinati - e una volta o l'altra ci si dovrà pure chiedere a che cosa servano i vaccini se basta un non-vaccinato per scatenare un'altra epidemia - sarà semplicissimo chiedere ai vaccinati il consenso per perseguitare chi non ha deciso di farsi inoculare.
    Il seguito potrà sembrarvi complottistico ma a me pare palese. E quando un presidente del consiglio ma soprattutto una personalità del calibro di Draghi, con la sua storia di presidente di due delle tre più importanti istituzioni mondiali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) si permette di appellare come vigliacchi persone che, a torto o a ragione, usufruiscono di quello che per ora è un diritto, a me sembra chiara la pericolosa china intrapresa.
    E non la vede solo chi non vuole vederla. Perchè chi vuole davvero vedere, ha capito. Da ben prima della vicenda Covid.

    Franco Marino
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  7. Un paio di lettori su whatsapp mi hanno fatto notare che nei miei articoli sull'Afghanistan non ho mai nominato Biden e mi hanno chiesto la ragione di questa omissione. Ma la risposta è già implicita nella domanda: non l'ho nominato perchè inconsciamente devo aver pensato che non ci fosse alcun motivo per citarlo. Lo considero una figura del tutto irrilevante nel sistema americano. Naturalmente non bisogna mai commettere l'errore di ritenere un capo di stato una figura senza potere. Semplicemente, come per chiunque al mondo, in ogni spazio e in ogni tempo, nelle democrazie come nelle dittature, in politica come in qualsiasi altro campo ove occorra un dirigente, il potere di un capo si misura non dalle sue cariche ma dal suo potere effettivo. Comunemente si crede che quando si vincono le elezioni, da quel momento, nei limiti della Costituzione, si abbia un immenso potere. In realtà si ha soltanto il comando. E questo vale per qualsiasi carica dirigenziale. Un allenatore di calcio, di basket o di football americano può comandare ai suoi giocatori di giocare in un certo modo ma i calciatori potrebbero non obbedirgli o addirittura giocargli contro, fino a farlo cacciare. Per la politica è più o meno la stessa cosa.

    Molti buttano la croce addosso a Biden e al riguardo bisogna essere chiari: l'ex-vice di Obama è un personaggio davvero mediocre. Intanto la sua figura è brutta da guardarsi e nel sistema mediatico americano questi sono particolari che hanno il loro peso: Kennedy era inconsistente ma bello, Nixon era uno straordinario politico ma bruttino e ringhioso. Kennedy vinse, Nixon perse. A Kennedy perdonarono l'imperdonabile, a Nixon non hanno mai perdonato la vicenda del Watergate dalla quale uscì, diversi anni dopo, tardivamente ma totalmente riabilitato. "Virtù non luce in disadorno ammanto".
    Inoltre, il vecchio Joe appartiene all'insopportabile universo liberal americano, politicamente corretto, ammantato di velleità umanitaristiche che se piacciono alle sinistre mondiali, nell'elettorato conservatore ormai nessuno sopporta più. Obama quantomeno, a furia di "change" e "yes we can", qualcuno a destra riuscì a sedurlo. Biden invece, anche fisicamente, somiglia moltissimo a Jimmy Carter. Che certo non ha lasciato grandi ricordi negli americani.
    Questo non significa che a Biden si debbano dare colpe che non ha. La vicenda dell'Afghanistan rappresenta forse il pretesto per liberarsi di un mediocre uomo politico ma che tuttavia non ha avuto alcun peso nella ritirata americana, perchè questa era nei fatti. Perchè rientra in un processo isolazionistico ormai fattuale e avviato da almeno dieci anni e che, sia pure con tattici "stop and go", andrà avanti fino a completarsi.

    Il ritiro dell'Afghanistan sta provocando moltissime isterie ma inutili. Gli Stati Uniti sono un pugile che dopo aver combattuto molte battaglie, si è stancato di fare a cazzotti, non foss'altro che per l'ingresso nel proscenio di boxeur molto più giovani e prestanti oltre che ambiziosi e desiderosi di appropriarsi della cintura di campioni del mondo. E tutto questo non ha nulla a che fare con Biden. Che deve rendere conto a poteri molto più forti di lui, per opporsi ai quali non ha nè la forza che aveva Trump - che pure ci si è rotto il naso - nè l'età.
    Biden va deprecato per le sue inesistenti qualità di statista, non perchè non si è saputo opporre ad una ritirata che ormai è nei fatti e che vede nelle vicende di Kabul solamente uno dei tanti fronti di un disimpegno che sarà totale. Esattamente come Gorbaciov non aveva colpe del declino dell'URSS che ormai era fattuale come lo è quello americano.
    Chiunque oggi diventi presidente degli Stati Uniti deve fronteggiare una situazione irreversibile: un mondo dove non c'è più soltanto lo Zio Sam come interlocutore. E dove nessuno nel sistema mediatico occidentale ha il coraggio di dichiarare l'evidente realtà del declino sociale, economico e politico dell'impero americano. L'unica speranza per gli americani è che, così come dopo Carter venne Reagan, analogamente dopo Biden gli americani tornino ad avere un grande presidente. Anche se la situazione è tale che l'unica speranza per quel grande popolo è che nel 2024 si candidi la loro patrona: la Maria Santissima Immacolata.
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  8. La disfatta americana in Afghanistan sembrerebbe segnare simbolicamente la fine dell’ideologia dell’interventismo militare americano. In generale, il principio dell’interventismo è che si debba intervenire in un paese oppresso dai tiranni per regalare alle popolazioni locali l’agognata libertà. Mentre il principio del pacifismo è che si debba lasciare un paese libero di autodeterminarsi anche politicamente e socialmente e che ogni forma di interventismo sia sbagliata, anche se quel paese è guidato da uno psicopatico. Entrambe le posizioni, interventismo e pacifismo, se portate all’estremo sono ovviamente deleterie e proviamo a spiegare perchè.





    Nel mio condominio c’è una famiglia il cui padre disoccupato picchia la moglie, i figli, beve e si droga e ha cinque figli che tiene in condizioni di indigenza. Sono legittimato ad intervenire per pacificare la situazione? La risposta sarebbe. “Non sono affari tuoi”. Anche perchè se la cosa si limitasse a questo, non sarebbero affari miei ma dei servizi sociali.
    Ma introduciamo una variabile: questo capofamiglia non rende impossibile solo la vita dei suoi congiunti ma anche quella dei condomini. Urla come un pazzo tutto il giorno, fa fare i bisogni al cane dal balcone, col risultato di una puzza immonda che io puntualmente devo intervenire per pulire, fa un baccano infernale, ospita in casa sua discutibili figuri i quali spesso lanciano occhiate minacciose a chiunque passi nei paraggi. E dal momento che siamo in causa perchè, da un anno, non paga l’affitto, qualche settimana fa ha persino tentato di accoltellarmi.
    A fronte di tutte queste variabili, la domanda è: “Sarebbe ancora illecito che io mi intrometta per cercare di mettere ordine in quella famiglia?”. La risposta di istinto di chiunque sarebbe “chiama la Polizia”. Ma se la Polizia non fa il suo dovere, non resta ad un cittadino altra strada che fare da sè.


    E’ questo principio che ispira gli interventismi in politica estera. Non è sbagliato l’interventismo a priori. Se per esempio a me chiedessero come si dovrebbero risolvere i problemi africani, la mia risposta sarebbe molto chiara. Dal momento che l’Africa è una polveriera che sta proprio davanti casa nostra, le famiglie europee dovrebbero, senza alcun riguardo per i capifamiglia del posto e per le loro abitudini del tutto incompatibili con le nostre, andare lì e cacciarli a pedate, appropriandosi delle loro case. Solo che, diversamente da quanto fatto dagli americani, bisogna rendere migliori quei posti, dare alle famiglie locali un’educazione, una civiltà, dei diritti, un benessere. Se li si deve far vivere in un inferno di povertà e di caos politico come quello nel quale vivono, il condominio del mondo ovviamente non approverebbe e sarebbe legittimato ed interessato ad ostacolarci in ogni modo.
    In un paese con un solido ordine pubblico, sono i servizi sociali e le forze dell’ordine a risolvere problemi come questi. Viceversa, nel diritto internazionale non esiste Polizia. O meglio, esisterebbe una Polizia. Che però, non essendo emanazione di alcuno stato neutro, si adegua ai rapporti di forza del mondo. Tutto questo viene mirabilmente descritto da una favola di Esopo dove il leone, l’asino e la volpe vanno a caccia conseguendo un ottimo bottino. Chiamato dal leone a spartire la cacciagione, l’asino – da buon asino – fa le parti uguali e la cosa irrita il leone. Che lo sbrana. Chiamata la volpe a fare le parti, la volpe – da buona volpe – lascia una piccolissima parte per sè e il resto lo lascia al leone che, complimentandosi con essa, le chiede “Dove hai imparato a fare le parti” e questa le risponde: “E’ stata la disgrazia dell’asino”. I rapporti di forza in politica estera li creano i leoni, non gli asini.


    Ma torniamo all’esempio del condomino: dal momento che nessuno nel condominio sopporta questa famiglia, un eventuale mio intervento verrebbe approvato. Ma cosa accadrebbe se invece di portare pace e ordine, rubassi tutto ciò che c’è in quella casa, cacciassi il capofamiglia, stuprassi la moglie e picchiassi i figli? Verrei ovviamente esecrato da tutto il condominio. Soprattutto se, per inciso, il bottino non lo spartissi con nessuno dei condomini.
    Gli USA non sbagliano in sè quando intervengono in politica estera. Se loro credono che ciò che avviene in un determinato territorio, li riguardi personalmente, è del tutto naturale che decidano di intervenire. Il problema è se, andando via, lasciano quei territori in condizioni migliori rispetto a come li hanno trovati.
    In questi ultimi vent’anni, lo Zio Sam è intervenuto in Libia, in Siria, in Iraq e in Afghanistan. Col presupposto ufficiale di portare la democrazia e quello ufficioso di predare tutte le risorse di quei territori. Ma ammettiamo pure che il presupposto ufficiale e ufficioso coincidano come può benissimo essere. Liberare una casa da un capofamiglia violento e autoritario e far tornare quella famiglia a vivere serena, spensierata e che abbia di che vivere, rende legittimo che il liberatore si appropri delle sue ricchezze. Siamo sicuri che sia avvenuto questo nei territori in cui gli USA sono intervenuti?
    La Libia da quando si è liberata di Gheddafi, è finita nel caos, divisa tra i due signori della guerra Haftar e Serraji. In Iraq, destituito Saddam Hussein, oggi regna l’anarchia. In Siria non si è ripetuta la medesima sorte solo perchè si sono messe di traverso la Russia e l’Iran. E, per finire, nella famiglia Afghanistan sono stati così scontenti dell’azione del liberatore americano che alla fine gli afgani devono aver pensato: meglio il capofamiglia Talebano De Afghanis, che è un padre violento ma almeno è il nostro padre naturale. Visto che quello putativo non ha migliorato la nostra vita, facendosi solo gli affari suoi.


    Non è sbagliato in sè intervenire in paesi il cui caos rischia di contagiare casa nostra, se si porta ordine e prosperità in quelle aree. Semplicemente gli americani hanno semplicemente voluto appropriarsi delle risorse dei territori nei quali hanno cercato di intervenire, senza preoccuparsi minimamente di ristabilire l’ordine e la concordia.
    Cosa che, a sentire George Friedman, non era il reale interesse americano. Quel grandissimo esperto di geopolitica interrogato anni fa sulla politica estera americana disse: “L’interesse americano non è di risolvere i problemi dei paesi dove interviene ma di mantenerli nel caos. In modo da giustificare la presenza degli Stati Uniti”. Questo andava bene in un mondo unipolare dove l’unica sponda erano gli Stati Uniti. Ma in un mondo multipolare, l’interventismo è come un’asta, c’è sempre chi offre di più. E oggi, nell’asse geopolitico, sono emerse le figure della Cina e della Russia che certamente non intervengono per beneficenza e spirito umanitario – nessuno rischia i propri soldati solo per la bella faccia di un altro paese – ma al tempo stesso pragmaticamente si propongono come interlocutori molto più razionali, che costruiscono strade, ponti, che migliorano la vita di quei posti.


    Viceversa, gli Stati Uniti stanno realizzando che la fase storica dell’imperialismo americano volge, forse irreversibilmente, al termine. Oggi l’interventismo sistematico non funziona più. Non conviene. Non porta vantaggi a nessuno. E la cosa più incredibile è che moltissimi paesi, nello specifico, quelli europei, si sono adagiati nell’idea che lo Zio Sam sia un pugile molto forte che debba sempre incrociare i guantoni per difenderli. Dimenticando che nessun campione sale sul ring senza una borsa adeguata. Anche perchè, a dirla tutta, anche i familiari della famiglia America, tra guerre mondiali, Corea e Vietnam, non ne possono più di sentirsi responsabili di fronte al mondo intero, di morire a vuoto e casomai rischiare che qualcuno si coalizzi facendo pagare a loro le colpe del capofamiglia.
    Questa presa di coscienza, come dicevamo giorni fa, segnerà inevitabilmente la geopolitica dei prossimi anni.
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  9. La democrazia viene impropriamente confusa col diritto da parte di chiunque di opporsi alla volontà dominante, sempre e comunque. E naturalmente non è così. Per democrazia si intende, etimologicamente, il potere del popolo e dunque la facoltà di scegliersi i propri governanti. Che, vincendo le elezioni, conquistano il comando delle operazioni che, viceversa, in una dittatura spettano al capo vita natural durante, fintanto che questi non venga rovesciato oppure – raramente ma accade (fu il caso di Francisco Franco) – decida di abdicare.
    Una volta che la maggioranza si forma, questa ha il potere di governare e dunque di prendere decisioni che inevitabilmente impattano anche sulla minoranza. Che a quel punto si troverà di fronte ad un bivio: o le rispetta o inevitabilmente si pone al di fuori delle regole. Se un Parlamento decide, in maggioranza, che gli italiani si debbano obbligatoriamente vaccinare, ai dissenzienti non rimane che espatriare oppure ribellarsi anche in maniera violenta. Ma certamente, si porranno al di fuori della democrazia.
    Qualcuno ha osservato che anche nelle dittature avviene questo. Che un tiranno deve comunque godere di un consenso che viceversa lo farebbe capitolare sia per mano di nemici interni, sia ad opera dei dissidenti. Ma la differenza è che nelle democrazie, che peraltro sono convenzioni scritte facilmente sabotabili, esistono delle regole che la maggioranza deve rispettare, proprio per consentire che la minoranza possa organizzarsi e divenire maggioranza.


    E’ con questa premessa che bisogna rispondere alla domanda: siamo ancora in democrazia? In un regime liberale? E la premessa di cui sopra, risponde agevolmente alla domanda.
    Ritorniamo al punto di fondo, cioè all’obbligo vaccinale, ripetendo la premessa: se la maggioranza deciderà per l’obbligo vaccinale, la minoranza avrà l’obbligo di accettarlo. Non è qui che si vedrà se la democrazia è stata rispettata. Una democrazia si vede in base a come si raggiunge quella maggioranza. Su un tema così cruciale come la decisione di imporre un trattamento sanitario obbligatorio non privo di potenziali rischi, oltretutto riguardante un diritto costituzionale, la discussione in una democrazia deve condursi sui binari del rispetto reciproco.
    In quest’anno, invece, abbiamo assistito a continue violazioni istituzionali e costituzionali. Presidenti del consiglio hanno abusato della decretazione d’urgenza per limitare le libertà fondamentali dell’individuo. Virologi mediatici hanno irriso chiunque – compresi loro colleghi – osasse porre dubbi sulla gestione generale dell’emergenza e sulla sacralità dei dogmi medicalmente corretti. Il paese è stato trascinato sull’orlo di una guerra civile che da fredda potrebbe diventare calda. E se un mio vecchio amico, un serbo trapiantato in Italia, mi scrive dicendosi fortemente preoccupato che questo paese sprofondi in una guerra civile simile a quella che ha dilaniato la Jugoslavia – e lo dice uno che ha vissuto i momenti ad essa antecedenti – è facilissimo rendersi conto di come questa situazione stia divenendo preoccupante.
    In questo modo, si può ancora parlare di democrazia?
    In un paese dove le regole funzionano, ognuno dice la sua ma nel rispetto delle opinioni altrui. Se si debbono imporre limitazioni che toccano le libertà più tipiche di una democrazia, tutto questo non si decide abusando di una misura emergenziale quale il decreto legge. Si discute la cosa nelle aule parlamentari, seguendo un processo ordinario e sottomettendosi ai bilanciamenti che la Costituzione prevede quando si modifica la Costituzione: ossia una maggioranza rafforzata e la possibilità di indire un referendum.
    In un paese dove le regole funzionano, i virologi che si permettono di irridere e offendere quelli che hanno deciso di non vaccinarsi, compiendo una scelta discutibile quanto si vuole ma legittima, non vengono lasciati a scorrazzare per l’etere senza che qualcuno gliene chieda conto.


    Il processo di formazione delle opinioni non è mai stato sereno e rispettoso. Dunque non è mai stato democratico. Perchè la democrazia che, lo ripetiamo per l’ennesima volta, non è un’eterna discussione ove tutti hanno diritto di veto ma è semplicemente un processo decisionale che segue determinate regole, si distingue dalle dittature proprio per come si formano le opinioni.
    Non è democratico un paese dove si ricatta la popolazione, limitando per decreto legge le libertà dei singoli. Non è democratico un paese dove in barba al principio giuridico che la responsabilità penale è personale, si spiattellano sui media foto e video di assembramenti dicendo “Se si continua così, dobbiamo chiudere tutto”, invece di rintracciare i suddetti assembratori e punirli.
    Non è democratico un paese ove si lavora ai fianchi lo spirito critico dei cittadini, criminalizzando qualsiasi forma di diversione dal pensiero unico.
    La fine della democrazia non avverrà quando si introdurrà l’obbligo vaccinale. Perchè la democrazia è finita ormai da decenni. I punti di non ritorno che questo paese ha percorso sono ormai numerosi e persino antecedenti al Covid. Ma soprattutto, la democrazia finisce ogni qualvolta si persegue e si perseguita qualcuno perchè ha idee diverse. Presi come erano a combattere giustamente le discriminazioni più di moda nella cultura liberal, tutti si sono dimenticati di quella più importante: la discriminazione politica.
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  10. La domanda, per ora, non è attualità perchè sebbene il clima sia infuocato, nessuno ha ancora preso le armi. Nè tantomeno ci si può attendere l'esito di una partita senza che neanche sia stata fissata la data. Certamente, se mi chiedessero come finirebbe un'eventuale sfida tra il Napoli e il Real Madrid, avrei poche ragioni di essere ottimista. E pur tuttavia, il bello delle partite di calcio è che l'esito non è mai scontato. Altrimenti non avrebbe neanche senso andare allo stadio. Nulla vieta però di fare i pronostici, su cui arricchiscono fior di allibratori più o meno legali. E un pronostico è quanto più accurato se tiene conto dei tanti particolari che potrebbero influenzare il risultato. Se è vero che la rosa del Real Madrid è più forte di quella del Napoli, è anche vero che se gli spagnoli perdono i titolari per infortunio, le quotazioni del Napoli salirebbero e insomma il pensierino per la vittoria non sarebbe così infondato.
    Purtroppo qui non parliamo di partite di calcio ma di qualcosa che rischierebbe, se avvenisse, di rovinare la vita di tutti coloro che ancora qualche anno vorrebbero camparlo. E pur tuttavia, la tentazione di osare un pronostico c'è. Se non altro per ricordare agli attuali pronosticatori che tronfiamente sono convinti che vincerà il fronte vaccinale, che non è il caso di vendere la pelle dell'orso prima di averlo ucciso.

    L'osservazione generale è che essendo coloro che si sono vaccinati in maggioranza, allora sarà facile sottomettere i renitenti alla leva vaccinale. Spiace ma questa è una sciocchezza.
    In primis, non tutti i vaccinati si sono fatti la puntura perchè davvero convinti di farlo. Per gran parte, molti hanno ceduto ad un ricatto. O per (illudersi di) recuperare una libertà perduta o perchè minacciati di farlo. Ma chi li ha costretti a vaccinarsi ha comunque aperto con loro un conto che non si chiuderà. Mai. I dubbi sui pesanti effetti collaterali dei vaccini dilagano, dagli USA e da Israele stanno arrivando una marea di marce indietro sul tema dell'obbligo vaccinale e se a questo si aggiunge che presto potrebbero arrivare delle varianti, si capisce perfettamente che le punture non finiranno qui. L'illusione che al battaglione dei vaccinati corrisponda un esercito di gente pronta a colpire i non vaccinati, è a mio avviso alquanto prematura. I non vaccinati, quelli che non vogliono cedere a questo ricatto, sono pronti almeno idealmente a prendere le armi e hanno smarrito completamente ogni inibizione. Personalmente, per quello che conta, se qualcuno si presentasse da me e dicesse "Andiamo a fare la resistenza" non avrei alcuna esitazione.
    E' sufficiente parlare con la dissidenza per rendersi conto che se i lobotomizzati del medicalmente corretto, tra minacce da parte di medici e infermieri di non curare i pazienti e continui insulti a chi non si uniforma, stanno diventando feroci, è altrettanto vero che la ferocia sta crescendo a dismisura anche dall'altra parte. Con una differenza. Dall'altra parte si ha ben poco da perdere e sempre meno inibizione nell'invocare processi di Norimberga a carico degli avversari. A tal proposito, alcuni rapporti dei servizi segreti hanno evidenziato negli ultimi mesi un aumento negli acquisti di armi illegali. Magari, non c'è alcuna correlazione come direbbe un virologo. Ma è così strano pensare che a comprare quelle armi siano quelli che si sentono minacciati dalle classi politiche?

    Insomma, in caso di guerra civile, l'esito sarebbe tutt'altro che scontato. I non vaccinati hanno a disposizione una cosa che i vaccinati non hanno avuto. Il coraggio di dire NO ad un regime. E non è un vantaggio da poco.
    Poi i vaccinati hanno sicuramente i loro punti di forza: il sostegno di un sistema che occupa militarmente ogni ganglo della società civile. Ma se bastasse ad un sistema essere dominanti sulle altre categorie, non avremmo assistito alle rivoluzioni che nella storia hanno cambiato regimi ben più robusti e strutturati di questo.
    Insomma, se i vaccinati credono di aver vinto, si sbagliano di grosso.
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  11. Il titolo sembra l’incipit della lettera di un parricida. Invece no. Ho amato profondamente mio padre e mia madre, li ho assistiti da solo dall’inizio alla fine delle loro rispettive malattie e ancora oggi faccio fatica ad accettare che non ci siano più. D’altra parte, si nasce, si cresce, si matura e tra gli effetti indesiderati di questo percorso c’è di perdere quelle persone che amiamo, ma che hanno il difetto, se così si può definire, di essere un bel po’ più grandi di noi.
    E pur tuttavia una condizione gravosa, una crisi, una perdita, non necessariamente produce solo effetti negativi. Essere orfani produce un’infinità di condizioni sgradevoli sul piano psicologico e materiale. Ma anche l’evento più tragico offre delle opportunità per chi le sa sfruttare. La prima di queste è che non si hanno più freni inibitori. Il padre non è più soltanto la figura rassicurante che ci tira fuori dai guai ma è anche un arbitro che ci dice cosa si deve e non si deve fare. E quando non ha più il potere di imporcelo, mantiene pur sempre quello sguardo severo che si poggia su noi e che ci suggerisce che potremmo aver sbagliato. Anche quando siamo economicamente autosufficienti, la morte di un padre è la fine anzitutto di un’autorità morale, prima ancora che materiale. Perlomeno in chi ha avuto un padre degno di questo nome.
    Sono diventato orfano sufficientemente tardi da non essere costretto all’elemosina per campare ma sufficientemente presto da avere ancora le energie per poter affrontare la cosa. E da aver capito che sono interamente padrone di un destino nel quale tutto il bene e tutto il male che mi capiterà, dipenderà da me e dove dovrò fare quanto è in mio potere per rendere la mia vita degna di ciò che hanno cercato di darmi i miei.


    L’Italia attraversa un momento simile. Aveva due genitori. Una era l’URSS e l’altro sono gli USA. La propria Costituzione era scritta su loro dettatura ed ispirata, infatti, ai princìpi di quei partiti (PCI e DC) che erano emanazione di quelle due gigantesche potenze geopolitiche. L’interesse di entrambe non aveva certamente nulla a che fare con l’amore genitoriale. L’URSS voleva realizzare l’internazionale socialista, gli USA il Nuovo Ordine Mondiale liberista. Ma il meccanismo è simile. Entrambi si sono presi cura dell’Italia, impedendo che sprofondasse nella miseria. E l’Italia, come quel figlio eternamente adolescente anche a trent’anni, ha vissuto illudendosi che certe cose fossero eterne.
    Cosa che sistematicamente accade quando si rimane per troppo tempo a casa da mammà e papà. Invece il fanciullo, se ha dei genitori coscienziosi e responsabili, capisce ben presto che deve studiare, formarsi come uomo e come cittadino. Capisce che le cose che impara a scuola non sono finalizzate a fare bella figura davanti agli altri ma ad accrescere il proprio bagaglio culturale e spirituale. Si rende conto che per sopravvivere, deve trovare un lavoro. In un mondo spietato dove non esiste la sufficienza perchè chi vuole sfruttare il tuo lavoro per arricchirsi non si accontenta del “sei” ma vuole il massimo da te. Invece, la permanenza a casa di genitori che, anche a voler fare la faccia feroce, mai ti metterebbero fuori alla strada, falsa la comprensione di una realtà che invece emerge brutalmente quando si è completamente soli. Non c’è nessuno che ci protegga da Equitalia se non paghi i tuoi debiti col Fisco. Non c’è nessuno che ci ripari dal distacco della luce, dal gas e dall’acqua se non paghiamo le bollette. Non c’è nessuno che ci difenda da una causa intentata se facciamo qualcosa di sbagliato e nel contempo abbiamo qualcosa da perdere. E’ in quel momento che, immancabilmente, si capisce l’importanza di dover badare a se stessi.
    L’Italia si è approfittata per troppo tempo della benevolenza interessata di mamma URSS e di papà USA. Ha creduto che quei benefici sarebbero durati in eterno. Che non arrivasse mai il momento in cui avrebbe dovuto fare da sola. Ha pensato di appaltare la propria difesa militare ad un paese straniero, ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, tanto ci avrebbe pensato papà.
    Oggi tutto questo non è più vero. Anche perchè il papà in questione in realtà non vuole bene ai figli e non è un padre ma un padrino e un padrone. E dunque sta portando via loro tutto quello che gli ha, in maniera interessata, dato per decenni, senza chiedergliene conto.

    L’Italia si è scoperta orfana. Si è resa conto di essere una zattera nell’oceano, senza direzione. Ha capito che quando si è orfani, spesso i fratelli sono i primi nemici. Specie se non sono fratelli di sangue ma si chiamano Germania, Francia, Spagna. In fin dei conti, i fratelli sono tali per volontà dei genitori che li fanno. Non per volere dei fratelli. Che quando sono troppi, può accadere persino quello che raccontava il famoso comico Franco Franchi che, figlio di una famiglia di diciotto figli, riempiva di sale i legumi dei fratelli per non farglieli mangiare e per mangiarseli lui. E se accade tra fratelli, figuriamoci tra paesi. E quando si è da soli, si riscopre l’importanza dell’essenziale, la futilità dei problemi stupidi e inutili. La necessità di provvedere da soli alla propria difesa personale. Di fare piazza pulita di tutte le amicizie inutili, tenendo a se solo le persone che contribuiscono alla propria sicurezza e benessere. Di badare unicamente a se stessi, eliminando la trattazione di problemi superflui. In quest’anno da orfano, per dire, in me si è completamente cancellata ogni forma di socialismo e di umanitarismo, già fortemente declinanti. Me ne strafrego del mio prossimo, penso soltanto a me stesso e al benessere delle persone che amo.
    Non abbiamo, noi italiani, più nessuno che ci difenda, che ci protegga, che ci nutra. Ma non avendo più padri alle spalle, non abbiamo più neanche padroni nè padrini. E’ rimasto soltanto l’alone di una soggezione genitoriale che non ha più ragione di esistere. Per certi versi è un male, per altri può essere un bene. Può essere una sventura sul momento ma può diventare una grandissima occasione di crescita.
    Se il nostro paese saprà capire questo momento storico e sfruttarlo, potrebbero aprirsi molte interessanti opportunità.
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