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Franco Marino
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Finora il fenomeno di Selvaggia Lucarelli è stato esplorato da più punti di vista, secondo me quelli più superficiali, legati alla persona, al suo tipo di comportamenti. O anche quello legato alle sue opinioni. Contro di lei è nato anche un blog dove si fanno le pulci alla sua vita e alla sua...
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Un articolo del Frankfurt Allgemeine prova a tracciare un parallelo tra il bipolarismo della Guerra Fredda e quello di oggi tra Stati Uniti e Cina. Scrive – con piena ragione – che la guerra fredda è stata alla base della prosperità dei paesi europei e si chiede come mai la stessa cosa non stia...
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Soltanto ieri ho parlato dell’amor di patria. E amando il mio paese, non posso che dolermi del triste momento che sta vivendo. Ma ci sono anche circostanze in cui si può essere sinceramente dispiaciuti per le sorti di un paese straniero che ci è caro. Che nel mio caso sono tre: Norvegia, Libia...
Il titolo è ispirato da una citazione che molti attribuiscono a Putin. Ma è anche il senso di una discussione che ho avuto su whatsapp con un amico rumeno che mi ha aggiunto dopo avermi letto sul Detonatore, col quale tuttavia, scrivendo egli in un ottimo italiano (credo di aver capito che abbia...
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In queste ultime settimane impazza la querelle Polonia contro Unione Europea e subito leggo i commentatori mainstream - sia il mainstream europeista che quello fintosovranista - guardare la vicenda, puntualmente, dal lato sbagliato. Che lo facciano in malafede, questo è palese. Il problema è che...
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  3. GLI SCIENZIATI SONO I NUOVI MAGISTRATI
    Chi ha dai trenta anni in su, ha vissuto nell’età della ragione tutta la Seconda Repubblica col suo carico di fuffa ad essa associato, in particolar modo lo scontro tra berlusconiani e antiberlusconiani. Che lungi dall’essere uno scontro di idee del tutto normale in Occidente dove in Francia ci si divide tra destra repubblicana (qualche volta lepenista) e sinistra socialista, in Germania tra cristiani democratici e e socialdemocratici, negli USA tra Repubblicani e Democratici, in Inghilterra tra laburisti e conservatori, in Italia assunse la grottesca piega di uno scontro identitario, con venature giudiziarie.
    A destra si diceva che la magistratura fosse fatta di toghe rosse, a sinistra – quando ancora i discendenti di Di Pietro non avevano iniziato a colpire il PDS e derivati – si esaltava la magistratura come argine contro lo strapotere berlusconiano, ignorando tutti i marchiani errori logici sottesi a tale esaltazione. E ho assistito con i miei occhi alla sconcertante lite tra uno zio e il nipote che arrivavano alle mani non per questioni ereditarie – come pure sarebbe stato più normale ancorché sgradevole – ma se Berlusconi sapesse o meno che Ruby era minorenne. Il tutto mentre il Cavaliere se la godeva in una delle sue ville megagalattiche magari beandosi di tanta attenzione, sia negativa che positiva.


    Intendiamoci bene, la magistratura è il cardine di uno stato di diritto ed essa è sicuramente composta da fior di cervelloni che, nella stragrande maggioranza dei casi, per accedervi vincono un concorso durissimo, che miete vittime anche tra coloro che poi svolgeranno una fortunatissima carriera in altri mestieri giurisprudenziali. Ma in quanto potere composto da uomini, naturalmente va sottoposta a controlli come qualsiasi potere. Epperò non c’è niente da fare, una pessima Costituzione ha deciso che debbano essere intoccabili e oggi ci ritroviamo a discutere di scandali che sorprendono solo chi ha identificato nel magistrato un oplita del Bene sempre proteso all’inseguimento di una perpetua palingenesi morale e sociale. Di sicuro non i tanti che la giustizia l’hanno vista funzionare troppo da vicino per pretendere che si idealizzasse. La magistratura ha, così, toccato il punto più basso della sua popolarità e un’eventuale riforma della giustizia, dai contenuti radicali, oggi incontrerebbe forse (dico forse) meno resistenze del passato.
    Il nostro è un paese che tritura tutto, imparando poco. Alla sporcizia dell’agone politico abbiamo immolato svariati princìpi che godevano di un credito illimitato. Che un geniale imprenditore fosse automaticamente anche un grande politico; che l’onestà e la parità tra gli iscritti ad un partito fossero forieri di prosperità e ricambio politico; che i tecnici al governo alla maniera del signor Wolf avrebbero risolto quei problemi che una pasticciona classe politica, alla maniera di Vincent Vega e Jules Winnfield aveva creato; che bastasse “rottamare” un’intera classe politica per cambiare questo paese; in sostanza abbiamo assistito alla sistematica caduta di miti che hanno caratterizzato la narrazione di tutta la politica della seconda Repubblica.


    Ogni narrazione – sennò non la definiremmo tale – conteneva numerosi errori logici di fondo. Un imprenditore può realizzare grandi imprese nel privato ma fallire la rivoluzione liberale. Un movimento può essere fatto di persone incensurate, specie se divinizza acriticamente la magistratura, e pur tuttavia rinnegare disonestamente i cardini ideologici che ne avevano favorito l’ascesa. Un governo di tecnici può conoscere alla perfezione la materia ma se non è provvisto di visione politica, delle conoscenze tecniche non sa cosa farsene. E magari se ne va lasciando il paese in condizioni persino peggiori. E la rottamazione non serve assolutamente a nulla se quelli che arrivano dopo sono peggiori di quelli di prima.
    Ora va di moda un’altra narrazione: l’idea che affidando il paese agli scienziati, altrettanto scientificamente il paese si salva e diventa virtuoso. E questa è forse la narrazione che di errori logici ne contiene di più – e ce ne vuole – rispetto alle altre.
    Il primo di essi lo si scorge se si conosce l’etimologia della parola “scienza” che deriva dal latino “scio”, io so. Ma ciò che io so non è detto che sia quello che è. Per secoli la scienza, nelle sue declinazioni, ha creduto vere cose che poi si sono rivelate clamorosi falsi. Per secoli si riteneva che il Sole girasse attorno alla Terra. Che per guarire un paziente bisognasse praticargli dei salassi. Recentissimo è il caso della “memoria dell’acqua”, scoperta che sbugiardata valse al suo teorico il Premio Ignobel (una specie di Razzie Awards della scienza, suppongo) un po’ meno recente è l’errore dei raggi N. Per cento anni tra Settecento e Ottocento, si credette di poter curare le persone sfruttando i campi magnetici. Cose che oggi fanno ridere ma che ai tempi costituivano il “sapere” propriamente detto, ciò che io so, scio, dunque scienza. Ma che non è detto che corrisponda a ciò che effettivamente sia. Errori normalissimi perché, come ricordava Richard Feynman (premio Nobel per la Fisica nel 1965): “la Scienza è fatta di errori, che sono utili perché, piano piano, sono proprio questi errori che ci guidano verso la verità”.
    La teoria della relatività che consacrò Einstein ancora oggi incontra numerosissimi contestatori, tutti fior di scienziati. Un mio parente, che fu un importante ricercatore, si diceva convinto che TUTTI i tumori avessero un’origine virale, opinione osteggiata dalla comunità scientifica. Ed è tuttavia, oggi, opinione comune che il Papilloma virus induca il cancro all’utero. E qui c’è il secondo errore logico, ricorrente anche quando si parla di diritto e dunque di magistratura, e cioè che sia sufficiente avere ragione per vedersela data. Gli scienziati sono, di fatto, una comunità umana come tutte le altre. Così come la magistratura, è fatta da persone virtuose come lo erano Falcone e Borsellino, ma che possono anche essere parte di sistemi deviati come Palamara. E così come stiamo scoprendo una Magistropoli, è possibilissimo che un giorno scopriremo una Scienzopoli. Se un domani io scoprissi, che ne so, la cura del cancro, non basterebbe che questa guarisca il paziente: la comunità scientifica dovrebbe riconoscerla come valida per poter essere applicata né più né meno di come un imputato può trascorrere l’intera vita in galera per un reato che non ha commesso e un delinquente può farla franca. Magari perché il giudice che doveva condannare il colpevole o assolvere l’innocente, è stato corrotto o minacciato. E dunque la mia cura potrebbe essere sabotata dalla comunità scientifica. Magari perché qualche scienziato viene corrotto da qualche casa farmaceutica.


    Nel caso di tutta la controversa querelle sul covid-19, ma anche quella relativa ai vaccini, scientisti e antiscientisti, messi gli uni contro gli altri dalle squadriglie politiche, dimenticano il punto di fondo: della scienza non è lecito dubitare in quanto scienza ma in quanto amministrata da esseri umani. Il problema non è, cioè, se esista o meno il covid-19, se i vaccini facciano bene o male. La vera domanda è “Possiamo fidarci di questa classe di scienziati?”.
    Ognuno avrà la sua risposta a questa domanda ma se è perfettamente lecito che qualcuno decida di affidare acriticamente la sorte dei propri figli ad un Burioni o chi per lui, dall’altro è altrettanto lecito che prima di far sbucherellare allegramente i nostri bambini per poi, come è avvenuto svariate volte, scoprire che una partita di vaccini può essere avariata, che quel vaccino possa essere pericoloso, che le trasfusioni vengano fatte con sangue infetto da AIDS, perché magari un ministro si è venduto alle case farmaceutiche – ed è successo proprio in Italia – dicevamo è altrettanto lecito non fidarsi a priori. E dunque cercare di capire se esistano alternative. Informarsi ovunque possibile, naturalmente evitando di cadere nelle trappole dei siti spacciabufale – che sono, oggi, un business al pari di Big Pharma – o di dare per scontate le tesi opposte.
    La scienza ha compiuto passi che hanno migliorato la nostra vita. Allungandola, rasserenandola. Ma anche commesso gravi errori. Non va demonizzata ma neanche esaltata. E’ fondamentale ma non deve scadere nel fondamentalismo. E soprattutto non le va affidato il compito di governare un paese perché, come la magistratura, fornisce informazioni pure e semplici, di cui poi il politico – che risponde al popolo del suo operato – deciderà che uso farne. L’energia nucleare è un’informazione con cui si possono fare cose meravigliose e cose pericolosissime. I vaccini, se fatti come si deve, debellano malattie pericolosissime ma se non ben confezionati, possono divenire una pericolosissima arma virologica.
    E soprattutto, così come vale per qualsiasi cosa, bisogna sempre tenere alto lo spirito critico.
    Un giorno potremmo scoprire che anche nei laboratori scientifici si nasconde un Palamara.
    Magari dopo aver rovinato la salute dei nostri figli.
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  6. Finora il fenomeno di Selvaggia Lucarelli è stato esplorato da più punti di vista, secondo me quelli più superficiali, legati alla persona, al suo tipo di comportamenti. O anche quello legato alle sue opinioni. Contro di lei è nato anche un blog dove si fanno le pulci alla sua vita e alla sua carriera. Un’iniziativa che personalmente non mi sento di approvare per gli stessi motivi per cui non approvo lei: non ha il minimo senso attaccarsi alla sua vita privata, di cui ognuno conserva i propri scheletri nell’armadio, come fa lei attaccandosi spesso a quella di chi è oggetto delle sue critiche. Come non ha senso appellarsi al fatto che per tanti anni, senza avere alcun titolo (salvo aver acquisito, recentemente, quello di pubblicista) abbia scritto sui giornali. In un paese sano, l’Ordine dei Giornalisti andrebbe abolito domani. Un obbrobrio che abbiamo, con queste caratteristiche, solo noi in Italia e che per giunta fu ideato da quello stesso fascismo contro cui lei stessa si scaglia.


    La Lucarelli, in realtà, è un falso problema. Lei è solo l’ariete di un meccanismo che parte da lontano e che porta tantissimi lettori a seguire lei e altri suoi colleghi, facendoli divenire popolari. Chi l’ha aggredita (che poi in realtà non ha aggredito lei ma la telecamera) evidentemente non si rende conto che anche se un giorno, per assurdo – e speriamo di no, non tanto perché non vogliamo essere accusati di istigazione a delinquere ma perché sarebbe un gesto totalmente controproducente e sbagliato – qualcuno le facesse seriamente del male, nascerebbe immediatamente un’altra Lucarelli che ne erediterebbe il posto. Infatti la giornalista di Civitavecchia non è che l’ennesima riproduzione del cosiddetto “criticismo”, un fenomeno che nasce da lontano e che specialmente con l’avvento dei social, è letteralmente esploso. Quel meccanismo per cui un’opera che non rientrerebbe minimamente nei parametri oggettivi, positivi o negativi, attraverso i quali valutarla o la cui soggettività richiederebbe che venisse compensata da una competenza specifica, viene invece apprezzata o disprezzata, prevalendo sui canoni oggettivi. Quando questo fenomeno diviene sistematico e incoraggiato dalle istituzioni, abbiamo il nuovo tirante della tirannia non ufficiale ma in verità ufficiosissima che forma opinioni sbagliate e costruisce carriere immeritevoli. Ottenendo come risultato quello di soggettivare la qualità artistica, rendendola incomprensibile.

    Spiego. Supponiamo, per esempio che io domani decidessi di scrivere un libro, che peraltro è un’idea che ho in carniere già da un po’. Il parametro oggettivo con cui valutarlo è uno solo: se vende più o meno delle spese necessarie per produrlo. Se, in sostanza, per promuoverlo spendessi 2000 euro e ne guadagnassi 5000, potremo considerarlo un successo. Se però per guadagnare quei 5000 ne spendessi 10000, sarebbe un flop. E non è un discorso di natura commerciale. Se guadagni più di quel che spendi per produrre un’opera, questo significa che i tuoi sforzi sono stati compensati dall’apprezzamento dei lettori. Fin qui tutto bene, finché non arriva il critico. Il quale vi spiega perché dovreste comprare il mio libro e perché no, frapponendosi nel vostro meccanismo decisionale.
    Occorre chiarire che non sto dicendo che la critica sia dispensabile, anzi. Un ottimo e onesto critico permette ad un lettore che si addentra in un universo a lui sconosciuto, di non buttare tempo e soldi in qualcosa di poco qualitativo. Ma questo meccanismo, per rimanere proficuo, produttivo, serio, necessita di due cose: una competenza provata e specifica del critico e la volontà del lettore di non adagiarsi sulle competenze acquisite grazie al critico, il quale a sua volta dovrebbe anche contribuire ad accrescere lo spirito critico del lettore.


    Questo, nel mondo ideale.
    Nel mondo reale, il critico è spesso agganciato più o meno esplicitamente alle caravane del potere politico o finanziario. O più banalmente, come forse nel caso della Lucarelli, un personaggio alla ricerca di una platea che gli consenta di vendere le proprie opere o la propria immagine. Col lettore che spesso gli appalta il proprio spirito critico senza minimamente chiedersi se sia davvero competente in ciò che scrive.
    Inoltre, se un argomento è tecnico e per impossibilità materiale di essere onniscienti, dobbiamo usufruire di qualcosa che non conosciamo, il critico è fondamentale. Ma quando il meccanismo diviene sistematico, fino all’inflazione, esso è il sintomo (ma qualche volta anche la causa) di un’ignoranza divenuta virale. E con essa di una caratteristica tipica di molti ignoranti: parlare di cose che non si sanno, diventare ipercritici nei confronti dell’operato altrui, che lo si consumi o lo si osservi, senza naturalmente mai provare di saper fare meglio. Qualcosa che non ha certo origine dalla Lucarelli. Perché da Sgarbi in poi, divenuto famoso quando la nostra frequentava il Liceo Classico Guglielmotti (quindi non ancora pronta per essere colpevole di qualcosa) sono stati sdoganati, nell’aere dell’agorà, atteggiamenti che un tempo sarebbero valsi la cacciata da qualsiasi dibattito e che oggi sono considerati assolutamente normali. E che hanno convinto la Lucarelli che il massimo della gratificazione morale sia poter ogni giorno affossare un’opera o il personaggio che la produce, senza aver dato alcuna dimostrazione che si potesse e sapesse fare meglio.
    E sia chiaro che il problema non è, in sé, criticare. Il diritto di opinione e di critica è garantito dalla Costituzione. Il punto è che ragioni di opportunità e di buonsenso imporrebbero che la critica in primo luogo fosse educata e adeguatamente motivata. E in secondo luogo, che venisse da critici che hanno dimostrato qualcosa sul campo. Curiosamente, più l’opinione viene da un tecnico del mestiere, più questi, come critico, sarà umile e compìto. Questo vorrà pur dire qualcosa.


    In altre parole, se la Lucarelli leggesse questo articolo e dicesse che non è scritto bene o che non scrivo bene io, la cosa avrebbe un senso. In fin dei conti stiamo parlando di una buona scrittrice, che secondo me non ha prodotto capolavori della letteratura (e penso che nemmeno lei abbia la pretesa di considerarli tali) ma libri che si possono comunque leggere. Viceversa, nel momento in cui, dopo un’esibizione di un ballerino a Ballando con le Stelle, inveisce critiche senza senso contro il poveretto di turno, salvo poi querelarlo se questo gli risponde per le rime, il tutto senza aver mai avuto una carriera come ballerina, oppure si lancia in giudizi politici trancianti contro chiunque non la pensi come lei, a quel punto deve pure mettere in conto che molti si infastidiscano. Fino ad arrivare agli estremi di gesti inconsulti, censurabilissimi ma che denunciano chiaramente un fatto: la Lucarelli tende a produrre con una certa facilità reazioni che si sarebbero potute evitare se invece si fosse scelto un altro linguaggio linguistico. E che con altri non si producono.

    Perché lo fa? Perché purtroppo molti suoi lettori vogliono questo. Se i critici raggiungono il successo, parlando con sicumera di cose di cui non hanno una provata competenza, il motivo risiede in un basso livello di educazione generale, associato ad una profonda ignoranza. Che non è soltanto contenutistica, è anche logica. Anche per colpa della “guerra al complottismo” che non si limita a denunciare le falsità dell’antisistema ma si estende anche al palese tentativo di disattivare lo spirito critico dell’individuo, in luogo della preconfezionata pappa del pensiero unico. Rendendolo dunque schiavo del conformismo criticistico.
    La Lucarelli non è certo l’iniziatrice di questo disfacimento. Contribuisce senza dubbio a diffonderlo. Ma ha preso avvio il giorno in cui – tutta questa roba inizia negli anni Ottanta, quando la Lucarelli era piccola – si sono sdoganati atteggiamenti che in altre ere sarebbero valse la cacciata a pedate da qualsiasi dibattito pubblico, almeno televisivo. E non di scarso rilievo è stato il declino dell’istituzione scuola. Che, quando era qualcosa di immensamente più serio di oggi, non avrebbe mai permesso ad un allievo di assumere certi atteggiamenti. A quei tempi, si poteva avere un rendimento eccellente ma se si aveva un voto basso in condotta, si veniva bocciati senza appello.
    Non voglio certo tornare alle atmosfere compassate delle tribune politiche degli anni Cinquanta quando un giovanissimo e sbarbato Scalfari, levatosi in piedi come un docile scolaretto, poneva domande con fare compito ad un sussiegoso e professorale Aldo Moro, comodamente seduto. Vorrei solo il ripristino di alcune regole di educazione e buonsenso. Rivolgersi alle persone che critichiamo con educazione, magari indicando come si farebbe al loro posto. Non interrompere mai chi sta esponendo il suo pensiero (se sai che va per le lunghe, non lo inviti alle tue trasmissioni). Fare un maggiore uso di condizionali, di “a mio modesto parere” o di “secondo me”. Perché le regole dell’educazione non servono a rendere una società vuotamente formale e ipocrita. Ma a rendere la convivenza più serena e civile. E una società nella quale chi critica, per giunta senza aver dimostrato competenze, è molto più prestigioso e seguito di chi fa, diventa una stanza ospedaliera sterilizzata dove nessuno produce più nulla. Limitandosi a criticare altre stanze ospedaliere sterilizzate. In un grande rumore di fondo la cui somma è lo zero assoluto.

    Dopodiché, nel diminuire l’importanza della Lucarelli come icona di nemico pubblico dei dissidenti, non mi sfugge certo l’inquietante timore che molti hanno delle sue reazioni, manco fosse la regina di Inghilterra. Di cui certo non mi lascia indifferente la propensione nel capovolgere i ruoli delle sue tenzoni dialettiche, trasformandosi da provocatrice a vittima. Né le provocazioni che ogni giorno rivolge a quelli che lei etichetta come “novax”, salvo poi stupirsi che qualcuno reagisca in maniera scomposta. Semplicemente, la cosa che non si capisce è che lei dà quel che i lettori le chiedono. Sgarbi una volta lo ammise tranquillamente: io sono così perché sennò non mi si fila nessuno. La Lucarelli, se fosse diversa (e secondo me, dal vivo è molto diversa dalla sua immagine pubblica) non avrebbe raggiunto i milioni di follower che ha. Se puntasse davvero a migliorare i lettori che la leggono, non userebbe quei toni, non si rivolgerebbe in quel modo alle persone oggetto della sua critica, non userebbe quel sarcasmo che spesso profonde nei suoi articoli e nei suoi post. Solo che a quel punto verrebbe rapidamente fatta fuori dallo stesso sistema che le ha consentito di diventare famosa. Come verrebbe fatto fuori Burioni se cercasse un dialogo con i non vaccinati.
    Perché l’obiettivo dei tutori del sistema tirannico,
    travestito da democrazia, è quello di trasformare i cittadini in militanti del pensiero unico. Da blandire con carezze e intimidire con sferzate mirate a vulnerarne l’autostima. “Se la pensi come noi, sei gradito, altrimenti non sei degno di godere dei tuoi diritti”
    Il problema, come al solito, siamo noi lettori. Noi che fabbrichiamo carriere che meriterebbero invece umili approdi. Che condanniamo al silenzio chi invece ha cose belle e importanti da dire ma, nel temere di essere ferito sul piano personale da persone completamente prive di empatia, preferisce astenersi. Che non cacciamo mai dai posti di potere ufficiali e ufficiosi chi ambisce a renderci schiavi morali e, tra poco, anche materiali.

    FRANCO MARINO
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  7. Un articolo del Frankfurt Allgemeine prova a tracciare un parallelo tra il bipolarismo della Guerra Fredda e quello di oggi tra Stati Uniti e Cina. Scrive – con piena ragione – che la guerra fredda è stata alla base della prosperità dei paesi europei e si chiede come mai la stessa cosa non stia accadendo con la Cina, dicendo di trovare assurdo che i paesi europei non ne approfittino.
    Ma quando una spiegazione è assurda, semplicemente la spiegazione è un’altra e proveremo qui ad identificarla.


    L’autore, dicevamo, ha perfettamente ragione quando scrive che il conflitto ideologico ma mai, per fortuna, bellico tra Stati Uniti e URSS è stato alla base dei nazionalsocialismi in Europa prima e delle moderne società di oggi. Apparentemente diversi tra loro – i primi totalitari, le seconde democratiche – ma uniti dall’ideologia del compromesso tra capitale e lavoro, sia il fascismo che il nazismo furono apertamente finanziati da americani e inglesi, i quali semplicemente temevano che i paesi europei, impoveriti dalle guerre, si facessero sedurre dall’URSS che nel 1917 aveva fatto la sua comparsa nel proscenio europeo. La minaccia sovietica è stata sia alla base del grande successo che fascismo e nazismo incontrarono nei paesi europei, sia della prosperità del tutto fasulla del dopoguerra. Col crollo dell’URSS, gli americani e gli inglesi, veri proprietari dell’Occidente, decisero di riprendersi lentamente tutto ciò che avevano prestato (facendo finta di donarglielo) ai paesi europei. Fu il tempo delle svendite, delle privatizzazioni, dello smantellamento dello stato sociale universale, tutte conquiste dei nazionalsocialismi.
    Oggi che è comparsa la Cina, l’autore si chiede perché non sia possibile ricreare le medesime condizioni, dal momento che quel gigante asiatico ha un’ideologia molto simile. E la risposta, che presupporrebbe chissà quali competenze geopolitiche o storiche, in realtà è semplicissima. L’URSS si proponeva come interlocutore del proletariato europeo alla cui miseria contrapponeva una serena povertà. La Cina si propone come interlocutore di società europee grasse, caratterizzate da una finta ricchezza che in realtà è puro e semplice debito che può, in qualsiasi momento, crollare facendoci piombare nella miseria.


    Se gli Stati Uniti stanno rivelando la perfidia del proprio sistema ideologico, la Cina non può costituire né un’alternativa né una scappatoia. Il sistema cinese in linea di principio assicura a tutti la stessa serena povertà sovietica. Ma vi aggiunge un totale spregio dei diritti a cui noi occidentali siamo stati abituati. L’uomo occidentale ha l’illusione di essere libero. Di vivere una vita che vada oltre la sua effettiva dimensione di pollo da batteria. Ma se Washington piange, Pechino non ride. Il cinese medio non è che un’ape di un’alveare che può essere in qualsiasi momento soppressa per mille ragioni o forse nessuna. Il diritto cinese prevede la pena di morte per reati che qui in Italia al massimo prevedono un’ammenda. Come si può pensare che possa costituire il punto di approdo di popoli europei panciuti che, abbracciato il sistema cinese, dovrebbero rassegnarsi a lavorare come animali mediante paghe da fame, per poi essere soppressi magari da qualche finto vaccino?
    Porsi la domanda su chi sarà il nostro salvatore presuppone lo stesso medesimo errore che ci ha fatto abbracciare gli americani: nessuno salva nessuno gratis. Poi che il conto si paghi a scoppio ritardato come sta avvenendo qui in Occidente dove tutti si stupiscono della piega totalitaria che si è presa dopo la vicenda Covid, senza neanche provare a porsi il dilemma che questo sia semplicemente lo svelamento della finzione che voleva gli americani protettori delle tasche e dei sederi europei, questo ci dà l’idea di quanto gli esseri umani amino adagiarsi sulle proprie illusioni, trasformando in salvatori, in angeli, autentici farabutti abilissimi a manipolare la realtà sensibile. Un errore che nelle vicende pubbliche e in quelle private, commettiamo un po’ tutti, ogni giorno.


    Non so come finirà tutta questa storia. Forse non arriverò a vederla. Forse arriverò a vederla ma sarò troppo vecchio per goderne i frutti. Forse il giorno che arriverà sarò un grandissimo eroe in grado di gestirla, discutendone con un grande capo religioso, mentre nell’ospizio in cui sono ricoverato per qualche demenza arriveranno gli infermieri a sedare un matto che si crede un famoso rivoluzionario e l’altro che si crede papa. Quello di cui sono sicuro è che quando quel giorno arriverà, questo sarà un mondo sicuramente diverso da come è adesso. Dove si ritorna alla sana realtà. Quella che ci dice che i liberatori non liberano nessuno, realizzano solo un passaggio di proprietà. Dove non si fanno debiti se non si ha un serio piano di rientro economico. Dove se si viene aggrediti, ci si difende: magari attaccando per primi i potenziali aggressori. Dove si accetta l’idea che i diversi vengano emarginati, non perché sia in sé “giusto” farlo, ma perché purtroppo l’architettura del sistema nervoso umano funziona così e alterarlo significherebbe trasformare l’umanità in un ospedale psichiatrico.
    Un mondo forse molto più spietato di quello che si è raccontato favole negli ultimi ottant’anni. Ma sicuramente migliore.


    Una cosa è certa. Un detenuto che voglia evadere da un carcere, deve liberarsi del carceriere più pericoloso: se stesso, la sua sudditanza psicologica, i suoi megalomaniaci sogni, l’illusione che ci sia qualcuno che voglia salvarci.

    Questa volta non ci salverà nessuno. Ci salveremo soltanto da soli.

    FRANCO MARINO
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  8. Soltanto ieri ho parlato dell’amor di patria. E amando il mio paese, non posso che dolermi del triste momento che sta vivendo. Ma ci sono anche circostanze in cui si può essere sinceramente dispiaciuti per le sorti di un paese straniero che ci è caro. Che nel mio caso sono tre: Norvegia, Libia, Russia. La Norvegia perché ci ho vissuto alcuni anni molto belli, la Libia perché ci ho lavorato e di cui ricordo la meraviglia dei paesaggi e delle costruzioni, la Russia perché, per via di parenti lì, ci sono stato spesso, scoprendo la bellezza di San Pietroburgo. Paesi ai quali se accadesse qualcosa di male, ovviamente mi dispiacerebbe molto di più rispetto ad altri. Senza nulla togliere a questi altri. E’ un fatto sentimentale. Ma mentre dalla Norvegia e dalla Russia non mi giungono notizie di sconvolgimenti in atto, da dieci anni invece la Libia è martoriata da una sanguinosa guerra che ha quasi completamente distrutto quel paese. E da ieri si sta tenendo una conferenza per discutere di quali saranno le sorti per la Libia, nella quale a fine Dicembre si terranno le elezioni per stabilire la nuova leadership.


    I media parlano di questo evento come fosse l’alba di una nuova fase e al riguardo non si può che dubitarne. Non si vuole da questa mia modesta postazione insegnare il mestiere a gente che si occupa di geopolitica da tanti anni, ciò non significa che se si dice che Tripoli è la capitale degli Stati Uniti, si debba accettare la cosa solo perché magari, dico per dire, la dice un esperto di geografia o geopolitica. Un errore rimane tale, quale che sia l’autorevolezza di chi lo compie.

    Al riguardo, quando si parla di Libia, è sempre bene tenere conto che si parla del nulla assoluto. Perché come nazione non esiste. Fu arbitrariamente creata dall’ONU, all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale quando, progressivamente, tutti i paesi del continente europeo persero le colonie. In quella che noi chiamiamo Libia, esistono ben centoquaranta tribù, ognuna con usanze completamente completamente diverse e antitetiche tra loro, per religione, etnia, lingua e dunque storia e cultura. Unite solo da una cosa: considerare Gheddafi prima e Al Serraji e Haftar poi, personaggi abusivi che non rappresentano certo tutte le istanze libiche. E che naturalmente subiscono le ostilità – peraltro eterodirette dalle potenze geopolitiche – delle altre tribù.
    E’ del tutto impensabile che possa nascere una democrazia in quei posti. Perché la democrazia è fatta di leggi la cui presenza presuppone uno stato figlio di una nazione in cui tutti si riconoscano. Anche perché è la cultura di un popolo a dargli quei princìpi che poi si convertiranno in leggi.
    Si capisce già da questo che oggi come oggi, non sia possibile alcuna democrazia in Libia e che l’unica salvezza di quel popolo possa arrivare solo da qualcuno che si assuma la responsabilità, senza sensi di colpa, di andare lì, fare tabula rasa di tutte le culture locali, di tutti i tanti capi e capetti di quelle zone e di fatto annettere quel territorio alla propria nazione. Schema che, per come la vedo io, andrebbe replicato su tutti i paesi africani che si trovano nella medesima condizione dato che sono tutti nelle medesime condizioni della Libia, stesso punto di partenza, stessi guai. L’Italia, che sta proprio di fronte ai libici, dovrebbe semplicemente prendere – è il caso di dirlo – armi e bagagli, andare lì e occupare quei territori, senza andare troppo per il sottile. E non è questione di voler fare la guerra preventiva. E’ che così come non possiamo vivere in un condominio dove c’è un appartamento abbandonato dove bivaccano tossici violenti, non possiamo nemmeno avere un non-stato davanti alle nostre coste, con tutto ciò che ne consegue, sul piano pratico, anche in termini di immigrazione. So benissimo che molti terzomondisti mi faranno il nome del figlio di Gheddafi. Soltanto che quel ragazzo purtroppo ha la stessa ottusità del padre: pensa ancora alla possibilità che nasca una nazione libica e il massimo che è disposto a concedere è una partnership. E qua c’è da trasecolare: come può pensare di pretendere che qualcuno lotti per l’indipendenza della Libia senza ricavarne ritorni economici e geopolitici blindati? Chi è il pazzo sprovveduto che spenderebbe soldi e uomini solo per una semplice partnership? Io che da sempre sogno una Libia italiana o almeno filoitaliana, sarei il primo a trovare folle una cosa del genere.
    Ma Gheddafi figlio è l’ultimo dei problemi. Non sono le resistenze locali ad impedire lo scenario sopra descritto. Se il problema fosse solo l’Italia contro la Libia, l’esito della guerra non sarebbe scontato ma saremmo fortemente favoriti per la vittoria.


    Nel mondo ideale, appunto. Perché nel mondo reale, ovviamente, le cose sono molto più complicate. In primis, un’azione di questo tipo richiederebbe doverosamente la benedizione di paesi molto più grandi dei nostri che in quel caso vorrebbero la loro fetta della torta, specie dopo aver speso danari e uomini. Quando per esempio Francia assalì banditescamente Gheddafi, ebbe la benedizione degli americani che volevano toglierselo di torno, approfittando anche della debolezza politica di Berlusconi che era l’interlocutore privilegiato del defunto leader libico. E gli americani quel supporto se lo sono fatto pagare caro e amaro. In secundis, il vero problema, come dicevamo nel precedente paragrafo, non è tanto affrontare le resistenze dei locali. Saltando pie pari le sciocchezze di Di Battista che dice che la Libia sarebbe il nostro Vietnam, nella realtà quel paese è desertico, le sue comunicazioni sono rese difficili dalle distanze, il livello tecnologico degli armati che andremmo ad affrontare è basso, dunque tecnicamente non dovremmo avere problemi, anche se naturalmente è il benvenuto qualsiasi militare che abbia dati e prospettive differenti e voglia contraddirmi in merito. La questione non è quella ma come affrontare le azioni di sabotaggio che puntualmente arriverebbero dal giorno dopo da parte dei servizi segreti degli altri paesi. In parole povere, per fare davvero pulizia, l’Italia dovrebbe avere una serie di requisiti interconnessi. In primo luogo una politica forte, che non possa essere fatta fuori dal primo giudice. Poi, il controllo totale dei servizi segreti nazionali oltre ad un solido servizio segreto estero, una sorta di CIA italiana. In teoria esisterebbe l’AISE. Solo che, sarà che siamo di bocca buona, ma gli interessi italiani non è che ultimamente sembrino granché tutelati. Senza contare l’esistenza di quella gran buffonata del Copasir, “il controllo di trasparenza dei servizi segreti”, che è come dire il comitato di controllo dell’illibatezza di una prostituta. Dovrebbe avere una classe politica di gente non animata dall’irenica visione di un mondo arcobalenato dove guai a toccare l’Africa – e che però casomai permette all’Africa di toccare l’Europa – e soprattutto una mentalità che faccia giustizia di tutte le scemenze finora proferite sul colonialismo, a partire dallo sciocco senso di colpa che da quasi ottant’anni intossica ogni dibattito sulla questione africana e che tratta gli africani (quelli con la pelle nera) come povere vittime dell’uomo bianco, senza neanche contare che nei paesi a maggioranza islamica o di pelle nera, i bianchi cristiani vengano giornalmente massacrati. Scemenze che peraltro, purtroppo, non attecchiscono solo a sinistra ma imbevono anche un po’ di destra radicale.

    Soluzioni realistiche non ce ne sono. E forse è quello il punto: la malattia libica non ha cura. Perché la Libia è un paese ricchissimo di materie prime che servono a nutrire paesi che ne hanno bisogno. E che certamente non accetterebbero di sloggiare da lì, tantopiù se a muoversi fosse l’Italia. Tutte le volte che qualcuno parla di ripartizione della Libia, all’Italia assegnano la Tripolitania. Una regione quasi completamente priva di materie prime (che invece sono in Cirenaica e nel Fezzan, oltre che nel deserto), quindi sarebbe solo un costo aggiuntivo, quattro milioni di bocche in più da sfamare, mentre la vera torta se la prenderebbero gli altri.


    Forse bisogna rassegnarsi e considerare la situazione libica per quello che è: una malattia incurabile. Non rimane che sognare. Che, per esempio, crollino tutte le grandi potenze geopolitiche mondiali? Che si mettano d’accordo e ragionino responsabilmente e accettino che ogni parte del territorio africano abbia un padrone europeo? Che cinesi, americani e russi consentano che le nazioni europee tornino all’altezza della loro secolare fama? Nulla ci vieta di rifugiarsi in un onirico mondo di soluzioni mirabolanti. Il guaio dei sogni è che durano massimo qualche decina di minuti. Poi suona la sveglia.
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  9. Il titolo è ispirato da una citazione che molti attribuiscono a Putin. Ma è anche il senso di una discussione che ho avuto su whatsapp con un amico rumeno che mi ha aggiunto dopo avermi letto sul Detonatore, col quale tuttavia, scrivendo egli in un ottimo italiano (credo di aver capito che abbia trascorso alcuni anni in Italia), riesco a confrontarmi su moltissime cose. Siamo praticamente d’accordo su tutto tranne che sulla nostra visione della violenza. Che per me resta necessaria e inevitabile, per lui no, anzi è concepibile solo come legittima difesa. Chi ha ragione? Chi ha torto?


    La guerra preventiva è sempre stata aspramente criticata e si dimentica un particolare: che essa ha invece un senso ed è anzi inevitabile quando si ha la consapevolezza che il nemico, che pure non ha dichiarato ufficialmente guerra, lo farà a breve oppure la stia già facendo. In quel momento, conta solo la vittoria finale. Costi quel che costi. Chi ha colpito per primo oppure no, non ha alcun significato. Ed è sempre stato così nella storia. Si pensi a Roma e Cartagine. Quando Roma si convinse che Cartagine, pure vinta, avrebbe sempre rappresentato un problema e decise di distruggerla preventivamente, commise un crimine oggi inimmaginabile o si evitò una Quarta Guerra Punica che magari stavolta sarebbe stata fatale a Roma? Quando gli americani buttarono le due bombe atomiche in Giappone, commisero crimini di guerra oppure posero fine ad una guerra la cui inerzia avrebbe potuto volgere contro di loro? Dilemmi non da poco ma intanto Roma si levò di mezzo un nemico pericoloso – anche se Catone, che pronunziò la famosa “Carthago delenda est” morì un anno prima di veder soddisfatto il suo auspicio – e analogamente gli Stati Uniti vinsero la guerra.


    Al tempo stesso, la persona che non vuole rassegnarsi alla distruzione dei diritti del proprio paese, la compromissione della propria salute e di quella dei propri cari e nel contempo sa che nessuno verrà a salvarlo, ad un certo punto si ritrova di fronte ad una scelta: continuare a subire, aspettare che arrivi un liberatore oppure organizzare la propria reazione. In questo caso, reagire è l’unica strada e a quel punto tutto risiede nella qualità della reazione, che sarà poi quella che determinerà la vittoria finale. Una reazione sbagliata provocherà una controreazione ancor più violenta. Ma, proprio come (forse) dice Putin quando la rissa è inevitabile, chi colpisce per primo è quello che ha più possibilità di vincere. E semmai l’unico problema che deve porsi è fare male a sufficienza da scoraggiare la reazione del nemico. In quel caso, scoppierà una guerra. Che, per definizione, è violenza. Perché rompe le leggi vigenti, compromette uno status quo e costringe un uomo, per sopravvivere, a fare del male fisico o psicologico ad un suo prossimo. Nessuna persona assennata ne parla con leggerezza. Qualsiasi persona responsabile atterrirebbe all’idea di vedere il proprio paese sommerso da bombe, da colpi di mortaio e smitragliate, da mine antiuomo nelle quali magari egli stesso oppure i propri cari potrebbe mettervi un piede e saltare per aria. Qualsiasi persona sana di mente rabbrividirebbe all’idea di sparare a persone che magari anche conosce e con cui magari ha condiviso un vissuto. Su questo siamo tutti d’accordo.


    Ma una persona di buonsenso deve pensare anche all’alternativa che il suo prossimo sia prontissimo – e lo dicono con chiarezza – a fare lo stesso. Perché se anche l’idea di veder cadere una persona davanti ai nostri occhi può atterrire, bisogna sempre considerare che l’alternativa è quella di ritrovarci in un campo di concentramento perché qualcuno ha deciso che dobbiamo farci un vaccino potenzialmente pericoloso contro un virus influenzale. O anche permettere che circolino medici disposti a tutto, anche – e sarà il nuovo fronte, vedrete – a far morire i bambini, pur di costringere i genitori a vaccinarli e sottoporli al ricatto morale “Vaccinare mio figlio e rischiare che muoia oppure esporlo al Covid e rischiare che muoia?” o a quello materiale “Vaccinare mio figlio o rischiare che i servizi sociali me lo portino via?”. Oltretutto rischiando di mettere zizzania anche nelle famiglie, perché sicuramente non mancheranno casi in cui una moglie vorrà divorziare dal marito perché questi è contrario al vaccino dei figli. O viceversa. L’alternativa è veder virare la propria società verso una cinesizzazione del sistema politico ed economico del paese, per cui diritti e denari sono a forte rischio, con alcuni politici che iniziano a dire cose assai pericolose sulla proprietà privata.
    Credete davvero che con gente di questo tipo ci si possa porre il problema “faccio violenza prima a loro oppure aspetto che la facciano a me”.



    Poi certamente c’è chi crede che non ci sia nessuna guerra e che la strada intrapresa dai potenti sia quella da seguire e che il traguardo trasformerà il mondo in un posto migliore.
    A costoro, questo articolo ovviamente apparirebbe quello di uno psicopatico pazzo da incarcerare. Ma se, invece, si crede che ad essere psicopatici siano quelli che vogliono costruire “un nuovo umanesimo”, abbiamo brutte notizie per i pacifisti, per i dissidenti non violenti, per i democratici: per fermarli l’unica strada è la guerra. Perché giocare una partita seguendo le regole scritte da un avversario che nel mentre, per stare al sicuro, corrompe e minaccia gli arbitri, significa condannarsi ad una sconfitta sicura. E se il prezzo della vittoria è usare violenza contro questa gente, chi vuole vincere deve essere disposto a tutto, anche a fare le cose peggiori. Altrimenti non può vincere con avversari pronti a tutto pur di sopprimerlo.



    Questi sono discorsi che all’irenico mondo disegnato dai progressisti sicuramente appariranno da psichiatria. E può darsi che lo siano. Ma allora sarebbero da ricoverare in manicomio anche tutti i grandi leader politici della storia. Che hanno costruito intere nazioni e intere democrazie sul sangue dei nemici.
    Tutti pazzi anche loro? Sinceramente, lo trovo improbabile.
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  10. In queste ultime settimane impazza la querelle Polonia contro Unione Europea e subito leggo i commentatori mainstream - sia il mainstream europeista che quello fintosovranista - guardare la vicenda, puntualmente, dal lato sbagliato. Che lo facciano in malafede, questo è palese. Il problema è che molti ci cascano e allora dobbiamo fare un po' di sano debunking, partendo da due cose. Da cosa sia davvero accaduto in Polonia fino ad arrivare all'assetto dell'Unione Europea stessa e cercando di capire cosa l'UE sia davvero, ma non ce lo dicono. Ma soprattutto cosa ci dicano che l'UE sia ma non è davvero.



    Partiamo dal secondo punto: ossia ciò che l'Unione Europea non è ma ci dicono che sia. Quando in un determinato territorio, un gruppo di persone è forte a sufficienza da imporsi sugli altri gruppi, abbiamo uno stato. Dunque, l'Unione Europea, per quanto possa autocelebrarsi, dotarsi di un parlamento, di un potere esecutivo (la commissione europea) e di un potere giudiziario, istituzionalmente è il nulla. Uno stato propriamente detto, per ogni potere esecutivo ha delle forze armate in grado di imporsi su qualsiasi altro gruppo armato presente nel territorio in cui ambirebbero ad essere competenti. Viceversa la sua volontà è semplicemente una pura emissione di fiato e di carta. L'UE non ha nulla di tutto questo e, teoricamente, se un domani l'Italia volesse uscire dall'Euro, tecnicamente non incontrerebbe ostacoli. In qualsiasi momento potremmo ricominciare a stampare la lira e creare una banca nazionale totalmente pubblica e farci quel che vogliamo. Sul piano istituzionale, nessuno potrebbe fare nulla. Se non invaderci militarmente. Cosa che la Germania e la Francia non potrebbero fare. Anche perché un eventuale strappo di questo tipo vedrebbe molti paesi europei schierarsi con noi.
    Questo, ribadiamo, se ci limitassimo a considerare l'Unione Europea per quello che non è, istituzionalmente.



    Il vero problema della storia è ciò che l'Unione Europea è davvero ma non ci dicono. Mentre i commentatori istituzionali ci dicono che è l'unione di paesi che dopo essersi scannati per secoli, ad un certo punto hanno detto "Ma sì, scurdammoce 'o passato, simm Europa paisà", nella realtà l'Unione Europea e tutto il suo caravan serraglio non sono che l'evoluzione dell'accordo di spartizione tra americani e sovietici all'indomani della fine della seconda guerra mondiale. Il cui scopo era semplicemente trasformare l'Europa in un insieme di stati clienti degli americani e sovietici. Crollata l'URSS, gli americani si sono presi tutto il piattino così come ovviamente, se a crollare fossero stati gli americani, lo stesso piattino sarebbe finito ai sovietici.

    Tutto questo - e dunque cosa sia davvero l'UE - non viene raccontato perché metterebbe in luce come i paesi europei abbiano negli Stati Uniti il nemico più pericoloso. Cosa che obbligherebbe ad una reazione, ad una scelta di campo. Che ovviamente gli Stati Uniti non vogliono. E' probabile - anche se non lo darei per scontato - che gli americani virino verso un sostanziale isolazionismo ma è logico che nel frattempo cerchino di portarsi via dall'Europa quante più provviste possano, dopo averle date ai paesi europei per tanti anni. E sia chiaro, non potrebbero fare altrimenti. Hanno un debito enorme e se non lo facessero, semplicemente sarebbero falliti. Mentre all'orizzonte è comparsa la Cina ma soprattutto è ricomparsa la Russia. Le quali oltretutto detengono un bel po' di debito americano che potrebbero rilasciare quando vogliono, facendo fallire l'impero americano. Ma per mascherare questa realtà pura, semplice e banale, ci si è inventati l'onnipotenza della finanza, dei mercati, delle elite, dei globalisti. Talmente onnipotenti che Putin in pochi anni li ha sbattuti tutti in galera mentre con Jack Ma, patron di Alibaba, sappiamo benissimo la fine che fanno i ricchi imprenditori cinesi quando si mettono contro il Partito Comunista del posto. Se Russia e Cina avessero avuto un debito americano, tutto ciò non sarebbe stato possibile. Ma avendo debiti bassissimi, tutte le speculazioni finanziarie americane si traducono in un sistematico nulla di fatto. Tradotto, la finanza e le elite contano qualcosa solo quando uno stato non è autosufficiente.



    Nel momento in cui si chiarisce questo, ci si rende conto che i paesi europei - compresa la Germania - sono *tutti* nei guai. Perché hanno, ciascuno, chi più chi meno, un debito enorme che ci rende schiavi della finanza americana e ci impedisce quelle scelte che davvero ridarebbero sovranità ai paesi. E quel debito è a Wall Street dove risiedono tutti i finanzieri che hanno speculato contro le economie e le monete dei singoli paesi affinché si piegassero e fossero costrette ad accettare un ingresso nell'UE che tutti i politici davvero assennati di quegli anni definirono folle. Tra cui c'era anche quel PCI che, caduta l'URSS, si convertì alla narrazione europeista.
    La tanto temuta Troika è l'espressione di questi mercati. Se la Troika decide che un paese debba fallire, quel paese fallisce. E la Troika non è altro che la longa manu del deep state americano. Che ispira peraltro non solo l'economia ma anche la subcultura e tutta la monnezza arcobalenata che ogni giorno tormentano il dibattito pubblico. Mettersi contro la Troika è possibile solo con un'alleanza robusta e con la protezione - che non sarebbe certo disinteressata - della Russia o della Cina. Meglio se di entrambe. E non è detto che poi la destinazione sarebbe migliore. Passi per la Russia che è un paese sostanzialmente europeo ma passare dagli USA alla Cina significherebbe passare da un padrone perfido ma sostanzialmente a noi vicino sul piano culturale ad un altro padrone i cui costumi sono totalmente incompatibili con quelli occidentali.



    Questo lungo preambolo è necessario perché la questione della Polonia non va affrontata sul piano giurisprudenziale chiedendosi se abbia torto o ragione. Torti e ragioni non rientrano in canoni universali. I diritti di un paese sono i reati di un altro. Ciò che troviamo non solo lecito ma addirittura morale, altrove è immorale ed è vietato. Non ha senso chiedersi se la Polonia abbia il diritto di ritenere illegittima la UE e dunque i trattati ad essa correlati, come del tutto pretestuoso-- specie se l'accusa viene da quei tedeschi che debbono gran parte della propria prosperità ad un debito di guerra cancellato - è rinfacciare i soldi che i polacchi avrebbero ricevuto. Perché essenzialmente le uniche cose che contano nel diritto internazionale sono i rapporti di forza. E poi perché, finora, non è successo niente di che. Se la corte costituzionale polacca dice che l'UE è illegittima, la Polonia può facilmente approvare una modifica costituzionale che, di fatto, la renderebbe legittima. E' anche per questo che nonostante la questione sul Polexit sia ormai sui giornali da mesi, l'ho ignorata. Perché, di per sé, ad ora siamo ancora "a carissimo amico". Tutto dipende da ciò che vorrà la classe politica polacca. Se la corte costituzionale ha decretato l'illegittimità dell'UE, due sono le cose. O la Polonia esce dall'UE - sottolineo dall'UE perché la Polonia (come la Gran Bretagna) nell'Euro non c'è mai stata - oppure preparerà in pochi giorni una legge che di fatto annullerà la decisione della corte costituzionale.

    Nella prima delle ipotesi, tutto sta nel capire se la Polonia ha qualcuno che le sta coprendo le spalle, magari dicendo "Non preoccuparti. Se i finanzieri fanno gli idioti, li compriamo noi i tuoi titoli di stato. E se a qualcuno venisse in mente di attaccarti, noi ci muoveremo in tua difesa". E questo fa pensare che a muoversi siano i russi, per esempio. Oppure anche i cinesi. Se così fosse, l'uscita della Polonia sarebbe l'inizio della fine del fantomatico "sogno europeo". Non che i sogni russi e quelli cinesi siano migliori e certo i polacchi non debbono aspettarsi che la brace russocinese sia migliore della padella euroamericana. Occorre capire se russi e cinesi abbiano l'interesse ad accelerare il crollo dell'asse euroatlantico oppure aspettino che, prevedibilmente, crolli da solo per poi raccogliere a costo zero le economie europee come, peraltro, in parte già sta accadendo. In questo caso, la classe politica polacca non avrà altra scelta che aggiustare la decisione dei giudici con una legge costituzionale, viceversa la Troika potrebbe semplicemente ridurre l'economia polacca in pura e semplice poltiglia nel giro di ventiquattro ore. Basterebbe anche solo annunciare che i titoli di stato polacchi non verranno rinnovati e accadrebbe la medicina già sperimentata in Italia e in Grecia: spread, "fate presto!", governi tecnici, macelleria sociale. E tutto quel che tragicamente sappiamo.

    In sintesi, bisogna capire se la Polonia è protetta oppure no.
    E in base a questo, capiremo se davvero all'orizzonte si intravede una Polexit. Cosa che, purtroppo, io non vedo affatto scontata.
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  11. L

    La Grande Italia

    Il gruppo dei patrioti italiani
  12. L’unica cosa su cui sono d’accordo le due fazioni della guerra civile scatenata dal covid è che questa malattia ha cambiato la percezione della realtà. E questo è stato vero anche per me. Comunque finisca questa storia, niente sarà più come prima. Non riuscirò più a guardare le persone con gli occhi di prima, non riuscirò più a salutare chi ha brindato alla morte di chi, esercitando un diritto (diritto molto per modo di dire, ma formalmente tale) non si è voluto vaccinare, ma soprattutto non riuscirò più a vedere la collettività in un certo modo, cosa che comunque non facevo neanche prima. Perché, intendiamoci, il covid non ha creato nulla che non fosse già in nuce. Tre anni fa, quando il virus ancora non circolava, io e mio padre fummo cacciati di casa da amici di famiglia perché avevo osato dire di aver votato CasaPound. Per dire l’aria che già a quei tempi iniziava a tirare. Ma certamente, il covid ha posto una lente di ingrandimento su cosa siano gli individui oggi. Su come le società siano facilmente suggestionabili dai media ufficiali. Su quanta cattiveria ci sia in giro, specialmente in chi teoricamente dovrebbe rappresentare la voce dell’umanità e della bontà. Qualcosa su cui hanno scritto tanti psichiatri.



    Cosa c’entra questo con Facebook? Si chiederà il lettore. C’entra, c’entra. Perché a margine dell’annuncio di Zuckerberg di aver fondato Meta, un metaverso (dal greco “meta” cioè oltre) fior di opinionisti tecnologi si schierano a favore e contro, parlandone di un gran successo oppure di un potenziale flop. Come ogni azzardo di previsione, entrambe potrebbero rivelarsi vere o false. Chi posa a profeta, si assume sempre il rischio di fare figuracce ma, se ci becca, quantomeno diventa un guru agli occhi di chi lo legge. Chi però lo fa usando argomentazioni fallaci, la figuraccia non la chiama: la invoca. Perché il filo conduttore che unisce le previsioni sia quelle positive che quelle negative su Meta, parte da un presupposto sbagliato: la fiducia nei gusti del consumatore. E dunque l’idea che questi sia un individuo dotato di capacità autonome, dunque in grado di bocciare un cattivo progetto o di promuoverne uno buono.
    Facebook, spacciato come grande novità dell’informatica, non è né un progetto innovativo né di chissà quale qualità. E’ semplicemente un grande forum in php come ce n’erano tanti, strutturato su forme comunicative 2.0 e sull’idea che l’utente sia al centro della comunità e non i gestori della comunità stessa. E neanche questa è una cosa innovativa perché in Italia già c’era qualcosa di molto simile, sia pure embrionale: Forumfree.
    Facebook, peraltro, prima di esplodere nel 2007-2008, ha avuto ben quattro anni di vita nel corso dei quali non se lo filava nessuno. Per molti era quel sito rompicoglioni che ti mandava continuamente email con inviti a registrarti. A fare la differenza è stato che ad un certo punto i gruppi di potere su cui si regge il sistema finanziario americano – che sovrintende quello politico – hanno visto in quel sito rompicoglioni un interesse nel finanziarlo, nel propagandarlo a reti unificate. Tutti quanti sono stati praticamente costretti ad iscriversi. Persino novantenni sulla cui disponibilità a frequentare un qualsiasi luogo digitale, nessuno avrebbe scommesso neanche un centesimo.

    Abbiamo così chiaro un punto, che peraltro si estenderebbe a tantissimi altri campi che per ora non toccheremo, onde evitare divagazioni: neanche in Occidente, il successo è qualcosa di davvero spontaneo. C’è sempre qualcuno che lo guida, che lo orienta. Ci sono critici legati a doppio filo col potere, i quali ben consci che la loro opinione pesa, possono semplicemente decretare il flop o il successo di un qualsivoglia prodotto dell’intelligenza umana, che sia un libro, un album musicale o, appunto, una rete sociale. Contando su lettori che, del resto, se leggono quel critico è per farsi guidare, di certo non per perdere tempo.
    Su come il critico sia uno dei moderni gerarchi della dittatura occidentale ne parleremo a suo tempo. Per ora ci basti dire che se si volesse far fallire Facebook, basterebbe fare una cosa semplicissima: che attraverso gli stessi media che ne hanno diffuso l’immagine, si inizi a parlarne male, offendere sottilmente chi ne fa parte, a trovare “fighi” altri posti e altri luoghi. Anche senza che ve ne sia un valido motivo.


    Il che ci porta a Meta, la nuova creatura di Zuckerberg. Di per sé, neanche Meta è un progetto tecnologicamente innovativo. La realtà virtuale esiste da almeno trent’anni. Certo, nel tempo si sono fatti dei passi avanti, le schede grafiche sono molto più performanti e quella che trent’anni fa era una cosa avveniristica e futuristica, oggi potrebbe diventare realtà. Ma pensare che a deciderne il successo o l’insuccesso di Meta sarà la qualità del progetto e la capacità del consumatore di riconoscerne le opportunità e i rischi, significa non aver capito nulla dell’esperienza covid, di come l’umanità sia manipolabile.
    La persona razionale, intelligente, in possesso di una volontà autonoma, di una consapevolezza della realtà circostante, non troverà niente di eccitante nel partecipare ai concerti del proprio idolo con un’armatura addosso, saltellando come se si fosse ad un concerto degli Skunk Anansie. O nel fare sesso con l’immagine di una donna, mentre un dispositivo elettronico gli prende il coso e glielo stimola. E non si tratta di essere vecchi o di opporsi alla tecnologia. L’informatica è il mio mestiere. Ma solo un malato di mente preferisce al sesso reale quello virtuale, al concerto dal vivo, un concerto al quale assistere con un’armatura. Questo è ciò che penserebbe una persona sana di mente. Ma se un sistema di potere imporrà attraverso i suoi critici di regime, le sue riviste tecnologiche, i suoi canali media ufficiali, tutti legati direttamente o indirettamente agli stessi centri di potere che poi decideranno di finanziare Meta come hanno finanziato Facebook, di parlarne bene, ecco che Meta diventerà la novità della terza decade del terzo millennio, qualcosa di fighissimo, di meraviglioso, di irrinunciabile. E io il cretino che “non vuole adeguarsi al tempo che passa”. E dato che quando Meta entrerà nel vivo, io dovrei avere una cinquantina d’anni (più o meno si prevedono dai cinque ai dieci anni perché diventi una realtà consolidata) ecco che mi si darà del vecchio babbione che non capisce i giovani.

    Una volta che si chiarisce questo, si arriva alla risposta secondo me più opportuna alla domanda “Meta sarà un successo o un flop?”. E la mia risposta è una: dipende dalla sorte personale di Zuckerberg.
    E al riguardo, non si annuncia bel tempo a Palo Alto. Zuckerberg da un po’ di tempo gode di una pessima fama all’interno del sistema di potere americano e la cosa più grave è che questa diffidenza è bipartisan. E nasce prevalentemente dalla cronica incapacità, ammessa anche dai suoi collaboratori, da parte del fondatore di Facebook di capirne di politica.
    Quando Zuckerberg qualche anno fa annunciò che avrebbe fondato un partito, i suoi collaboratori gli diedero praticamente del matto. E molti di loro minacciarono di dimettersi, chiedendosi tra loro “Ma non è che siamo nelle mani di un cretino?”. E non è solo per questa scelta infausta. E’ che Zuckerberg di politica non sa nulla, non ha la minima dimestichezza di certi meccanismi. Come tutti quelli che non hanno il senso della politica, è completamente privo di una visione. E questo è il primo difetto che non deve avere qualcuno che deve combattere una battaglia politica, sia come politico, sia come gestore di un’azienda che per le sue dimensioni finisce sotto la lente della politica.
    Quando si dice che Zuckerberg è un arnese della sinistra americana, si dice una sciocchezza. Il fondatore di Facebook in realtà è notoriamente di destra. Semplicemente ad un certo punto si è trovato di fronte ad un bivio. Da una parte, la sinistra gli chiedeva con insistenza e facendogli enormi pressioni di bannare tutti i gruppi legati alla destra americana e in generale a tutte le destre europee. Cosa che, contrariamente a ciò che si sostiene e a quanto le censure continue darebbero a pensare, Zuckerberg non vorrebbe fare perché consapevolissimo che così si esporrebbe alla vendetta delle destre. Dall’altro, le destre sono sempre più consapevoli che oggi come oggi Zuckerberg è, volente o nolente, una marionetta nelle mani della sinistra DEM americana e quindi sempre più si assiste alla tendenza da parte della dissidenza di radunarsi altrove. A questo punto, una persona con un minimo raziocinio opera una scelta: o si mette sotto la sinistra o si mette sotto la destra, assumendosene i rischi e dunque la responsabilità – in entrambi i casi gravosi – e guadagnandosi così la benevolenza di una delle due parti. Perché la vera cosa che pochi sembrano aver capito è che ormai, in Occidente, è in atto una guerra civile tra mondi contrapposti, che già c’era prima del covid e che la pandemia ha solo ufficializzato.
    Invece Zuckerberg ha gigioneggiato, col risultato di aver conquistato le diffidenze sia della sinistra che della destra. Ed essere diventato un nemico per entrambe.

    In più, c’è da dire che la deriva di Facebook a nazione digitale è sempre più conclamata. Ed è stata suffragata sia da Cambridge Analytica – che non ha fatto altro che ufficializzare il segreto di Pulcinella che i nostri dati vengono utilizzati per fini politici – sia dalla notizia che Zuckerberg ha coniato la sua moneta digitale, Libra. Entrambe cose che fanno apparire sempre più chiara a tutti la volontà da parte del fondatore di creare una sorta di stato digitale. Cosa che naturalmente fa paura a tutti gli stati tradizionalmente intesi. I quali a quel punto, con una scusa o l’altra, potrebbero farlo fuori, prima che il buon Mark, dopo aver coniato la sua moneta digitale, non decida di farsi un esercito personale, di mercenari o magari di criminali, cosa per le quali avrebbe tutti i mezzi e che non è escluso che stia già accadendo.
    Oggi come oggi, la convinzione dei centri della politica è che Facebook sia diventato troppo pericoloso. E fin quando la cosa la dice quel cattivone di Trump che è stato bannato, è un conto. Quando incomincia a dirlo la sinistra americana, che dell’ascesa di Facebook è stata la protagonista, ciò vuol dire che all’orizzonte di Palo Alto si stagliano nuvoloni nerissimi.

    E questo influisce anche sulla sorte di Meta. Che è legata a quella del suo fondatore. Se Meta dovesse essere vista come un pericolo per gli stati, ecco che partirà l’ordine dall’alto di non nominarla, di non citarla neanche per sbaglio, di parlarne ma sempre in maniera negativa. E sarà un flop.
    Se nel frattempo, lo stesso sistema che ha protetto e appoggiato Facebook avesse per le mani un altro diciottenne che dal cesso di casa sua (i garage con quello che costano, non sono più di moda. Un tempo dai garage creavi una grande azienda, oggi devi creare una grande azienda per poter comprare un garage) dopo aver consumato un lauto pasto, crea un social network di mangiatori di cacca, Caccabook, e dicesse che la coprofagia è figa e che mangiare la pupù sarà l’alternativa al consumo di carne da parte di quei cattivoni che la mangiano, assisteremo ad un consumo massiccio di merda che diventerà mainstream.
    Non c’entrano nulla le scemenze di chi, come Paolo Attivissimo, parla di Meta come una seconda Second Life (tipico di chi non sa cosa fosse Second Life, che peraltro per la cronaca è ancora in attività) di chi dandosi arie da “giovanologo” ci spiega che Facebook non piace ai ragazzini – come se i ragazzini rimanessero tali in eterno e giocassero sempre ai videogiochi – o ancor peggio dei fessi che da dieci anni strologano sul declino di Facebook, venendo puntualmente smentiti dai dati.
    C’entra che nella dittatura occidentale, non vieni obbligato ad andare su Facebook o su Meta se non vuoi andarci. Semplicemente vieni emarginato se non lo fai, vieni trattato da persona strana, di cui diffidare. Esattamente il meccanismo che è alla base del green pass. Non è obbligatorio vaccinarsi, ti viene semplicemente resa la vita impossibile se non lo fai. Se la dittatura occidentale, attraverso i suoi critici da strapazzo, dice che è giusto espellere da ogni consesso civile i non vaccinati e che caccabook è figo, tutti espelleranno i non vaccinati e diventeranno tutti mangiatori di merda. Perché se c’è una cosa che l’esperienza del covid ha insegnato è che l’individuo non conta nulla in quanto tale. Conta solo se inserito all’interno di una massa. Che per definizione è acritica. E se la massa dice che bisogna mettersi le mascherine, farsi il vaccino e mangiare merda, un individuo per non essere ridotto all’irrilevanza sociale e alla miseria, dovrà mettersi la mascherina, farsi il vaccino e mangiare merda.


    A quel punto, il grosso problema sociale sarà l’alitosi generale, specie nei luoghi al chiuso. Ma se oserete lamentarvene, verrete bannati perché il vostro post non rispetta gli standard della comunità. E poi diciamoci la verità, che sarà mai mangiare un po’ di merda. Come recitava una famosa battuta, miliardi di mosche non possono essersi tutte sbagliate.
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  13. Da molto tempo non ho più voglia di interrogarmi se un dissidente sia sincero o no. Intanto perché al dissidente, giustamente, non interesserebbe nulla. Se un Franco Marino qualsiasi dubita di un personaggio assurto agli onori della fama, questi potrebbe tranquillamente rispondere “Io intanto sto qui e tu? Chi sei?”. E avrebbe ragione. Inoltre, non potendo provare i miei sospetti, rimarrebbe un puro e semplice chiacchiericcio che indignerà i tifosi che lo hanno scelto come capo ultrà – in quel caso esponendosi al linciaggio della curva – e rovinerà i rapporti personali con quella persona che magari potrebbe anche essere sincera.

    E’ con questo presupposto che approccio la figura di Nunzia Alessandra (Nandra) Schilirò, vicequestore di Polizia. Di cui alcuni su whatsapp mi hanno chiesto un parere. Chiedendomi se sia sincera o se non sia l’ennesimo contenitore del malcontento calato dal sistema per rabbonire i dissidenti codardi. Ed è una domanda alla quale, proprio per la premessa di cui sopra, non ho interesse a rispondere. Non mi va di dover sopportare le reazioni scomposte di chi l’ha già eletta come Giovanna D’Arco 2.0 né voglio fidarmi a tutti i costi di una poliziotta di alto lignaggio che ha semplicemente detto le uniche cose sensate che qualsiasi persona con un briciolo di dignità direbbe. Ma che non bastano a ritenerla “una di noi”. D’altra parte, i sospetti sono autorizzati dalle sue apparizioni di qualche mese fa presso i media ufficiali per pubblicare un suo romanzo, da Maurizio Costanzo – non proprio un giornalista antisistema – o anche dalle sue presenze su Byoblu, canale che ha dato un fattivo contributo alla fioritura del bluff pentastellato e di cui, anche se so di deludere qualche lettore, non ho grande fiducia. Mi interessa semmai smontare l’ennesima illusione di un’uscita pacifica da questa oscena e orrenda situazione. A partire da un concetto che sento nominare sempre più spesso: la disobbedienza civile.


    Quando si vuole inquinare la comprensione di un concetto, occorre manipolare il significato della tassonomia ad esso correlata. Il termine “disobbedienza civile”, nel naso di alcuni fa sorgere un rilassante odore di lavanda mentre quello di “violenza” tradisce l’acre puzzo del sangue. Ma l’etimologia delle parole, che mai tradisce, ci dice che disobbedire è per eccellenza un’azione incivile. Se una società si dà delle regole e tu istighi alla disobbedienza, in sovrappiù in forza dell’arma cui appartieni, di fatto ti poni al di fuori di questa società, dimostrando di essere “incivile” nel senso etimologico della parola. Se però si tributa al concetto di inciviltà una negatività a priori, si fa puro moralismo.
    Confondere le acque serve ad inoculare il pregiudizio – falso ed antistorico – dell’inciviltà della violenza, ignorando che la democrazia stessa nasce in violazione dell’ordine precedente e si può mantenere solo se si fa violenza contro chi vuole sovvertirlo. Chi lo nega, non sa letteralmente di cosa parla.
    “Disobbedienza civile” è una contraddizione in termini, un modo per dire e non dire. Insomma, una scemenza.

    L’altro equivoco è che la violenza sia necessariamente qualcosa di fisico e cioè “Io vengo da te, ti picchio, ti stupro, ti torturo e poi ti ammazzo”. Ma l’etimologia della parola “violenza” non indica questo. Infatti si parla di “violenza psicologica” o “violenza fisica” proprio perché la parola “violenza” da sola ci dice solo che violiamo qualcosa ma non le modalità o le finalità.
    Quando dico che l’unica cosa che salverebbe questo paese è una rivoluzione, prendo sempre ad esempio la denazificazione tedesca che di fatto costrinse milioni di tedeschi ad una sorta, si direbbe oggi, di greenpass che certificasse il loro ruolo nell’ascesa del nazismo. A quasi nessuno di coloro che collaborarono al nazismo fu torto un capello. Semplicemente, chi sostenne il nazismo fu praticamente escluso dalla società civile e gli fu vietato qualsiasi lavoro e qualsiasi ruolo che non fosse quello di sottoposto, venendo praticamente costretto ai lavori forzati per ricostruire l'economia tedesca. In Italia tutto ciò si concreterebbe nel costringere i vari personaggi pubblici e privati che negli spazi digitali e fisici hanno sostenuto la dittatura sanitaria a perdere tutti i beni e i risparmi che hanno accumulato, ridistribuirlo a coloro che hanno resistito e condannarli a non poter mai più fare il lavoro che facevano prima. E mandarli nei campi e nelle fabbriche a ricostruire praticamente come schiavi l'economia che hanno contribuito a distruggere. Tutto questo implicherebbe violenza perché viola le leggi che impedirebbero quanto sopra. Ma è l'unico modo per uscirne.

    L’idea stessa di limitarsi a non obbedire le leggi è semplicemente folle. In primo luogo perché lo stato, avendo il controllo diretto e indiretto di tutti i gangli su cui si sviluppa il suo potere, può multare, imprigionare un dissidente attraverso le leggi oppure calunniarlo e ucciderlo attraverso i servizi segreti. Fino a ricondurre alla ragione il dissidente non violento, magari dopo averlo mandato sul lastrico. So che adesso mi citerete Gandhi. Il quale però aveva l’appoggio di una borghesia e di paesi stranieri pronti ad intervenire con le maniere forti se la “non-violenza” (parola che non significa nulla) fosse fallita. Chi descrive Gandhi come un soave pacifista, rischia di prendere una cantonata.
    In secondo luogo perché la disobbedienza civile prevede anche che il disobbediente venga soccorso sottobanco dai rivoluzionari pronti ad aiutarlo a sopravvivere alle conseguenze. Una cosa di fattibile solo in presenza di una solidissima organizzazione come quella di Gandhi.
    E sia detto per inciso, l’India è sempre lo stesso sistema castale, misogino, incivile e dove è facile prendersi malattie che era da millenni prima del Mahatma e che sarà per altri millenni dopo lui.

    Se mancano queste condizioni, la “disobbedienza civile” è solo un semplice calmante, suggerito dall’alto per assopire gli istinti di un’ampia fetta di popolazione, stanca di questa situazione e tuttavia non ancora consapevole di dover rischiare la propria libertà e la propria vita per uscirne. Ed in senso classico. Cioè affrontando conflitti e compiendo azioni che troveremmo assai poco morali. Cosa che saremmo disposti a fare se un malvivente cercasse di fare del male a noi e ai nostri cari e nel contempo sapessimo di non poter contare su uno stato che ci difenda.
    La poliziotta Nunzia Alessandra Schilirò, in buonafede o meno, è solo l’anestetico di una rabbia che darà frutti solo se chi detiene il potere verrà rimosso. Il nostro paese è affetto da un cancro, per definizione mortale. La chemioterapia è una cura terribile per il carico di sofferenze che provoca ma, ad oggi, è l’unica che fa intravedere una speranza di salvezza nel malato. Che viceversa avrebbe la certezza di morire di lì a poco.

    Non può esistere nessuna disobbedienza civile perché la disobbedienza è, per principio e definizione, incivile: ci si dichiara al di fuori dalle regole che una civiltà decide di darsi. E non c’è alcun modo di uscire da questa situazione in maniera non violenta. Perché se una civiltà – in quanto tale fatta da regole – viene saccheggiata dalle istituzioni che ne distruggono i valori fondamentali, reagire non è violenza ma legittima difesa. Anche se comporta spargimenti di sangue. Se qualcuno viene a casa vostra e cerca di ammazzarvi, è lui il violento, non voi che vi difendete.
    Non fatevi fregare. Il principio di fondo resta sempre quello che vi ripeto da anni. Non se ne andranno con le buone. E non significa istigare alla violenza o a delinquere. I violenti e delinquenti sono loro. Noi ci stiamo solo difendendo. E difendersi con l’uso della forza da chi vuole distruggere le regole del vivere civile non è violenza ma è esattamente l’unica cosa che può salvare una democrazia liberale.
    Se pensate che questi siano criminali, sappiate che quando i criminali occupano le istituzioni, da lì se ne vanno solo con la forza. Oppure per voi non sono criminali e a quel punto trovate tutto normale quel che sta accadendo.
    A voi l’ardua sentenza. Ma assumetevene una buona volta la responsabilità.
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  14. I parenti non si possono scegliere. Se abbiamo metà della famiglia composta da idioti, non possiamo nè farci un lavaggio del sangue nè cambiare DNA. Possiamo mandarli al diavolo, con tutti i rischi annessi e connessi. Non di più. Con le alleanze è più o meno lo stesso. In una guerra da combattere, il nemico del mio nemico è mio amico, anche se in realtà non è che si vada troppo d’accordo. Se uno stato da solo non riesce a vincere una guerra e ci riesce, quell’alleato è benedetto. E pur tuttavia ci sono vittorie che sono la premessa di future sconfitte. Come quando ci si sceglie cattivi alleati. L’esempio lo abbiamo in casa. L’Italia vinse la prima guerra mondiale, ma tradita dagli alleati, ottenne meno della metà del bottino concordato. Cosa che valse a quell’impresa la denominazione di “vittoria mutilata”. Dunque il tema della qualità dell’alleato non è irrilevante.


    Questo ci conduce a Rizzo. Da molti a destra idolatrato perchè sul Covid e su altri temi ha preso una posizione indubbiamente molto netta che ci dovrebbe portare a gradirlo come compagno di questa guerra. E invece, senza escludere che sia un galantuomo, sul piano politico non voglio averci nulla a che fare. Per un motivo molto semplice. Rizzo è un comunista. Diversamente da quelli del PD, non ha mai rinnegato se stesso. E questo gli fa onore. Ma appartiene ad una cultura che teorizzando il primato dello stato nei confronti del cittadino, di fatto legittima le logiche che hanno condotto alla tirannia sanitaria. E’ imbevuto di una cultura e di una storia politica che hanno certamente avuto i loro quarti di gloria e la loro importanza per il mondo: l’assenza di un contrappeso sovietico di fronte allo strapotere americano e al pericolo cinese, è la causa di gran parte dei guai di oggi. Ma nel nome del socialismo reale si sono compiute atrocità ben peggiori di quelle che – ma presto arriveremo a quei livelli – vengono compiute nella tirannia sanitaria. Senza contare che il socialismo reale teorizza, sin dal manifesto di Marx, l’abbattimento di tutte le sovranità in nome del proletarismo internazionale. Un globalismo in salsa rossa del tutto speculare a quello finanziario. Rizzo e in generale i comunisti potrebbero essere paragonati a quel farmaco che per curare una malattia ne fanno venire un’altra, dello stesso ceppo. Proprio come i vaccini anticovid. E, di nuovo, si specifica che ci si riferisce al politico, non alla persona.


    Consapevolizzare la tirannia odierna è possibile solo identificando gli effetti collaterali della libertà. La paura di non avere di che campare, la necessità di sapersi prendere cura di se stessi, l’accettazione del rischio di fallire, la capacità di sapersi reimpiegare in ambiti professionali differenti da quelli di partenza.
    Non si può fare a meno dello stato perchè è l’elevazione al massimo livello della tendenza umana alla socialità e dunque alla reciproca assistenza. Ma quando ad esso si delegano troppe cose, esso per sopravvivere ne chiede altrettante. Dalle tasse fino alla custodia psicofisica di un intero popolo. Eliminando quelli che sono di troppo.
    Allearsi con Rizzo significherebbe condividere un percorso che non deve mai essere di sola eliminazione dei tiranni che tengono sotto sequestro una nazione, ma anche della mentalità che ha favorito la nascita della gramigna scientista e arcobalenata: lo stato come padre, padrone e padrino. E’ un controsenso, dunque, dividere il companatico della lotta con chi si rifà ad una cultura che per quanto valorialmente diversa da quella che sottende il globalismo sanitario, ne condivide la natura statolatrica.

    Vade Retro Rizzo. Anche se sul Covid e sulla sinistra italiana la pensi come noi.
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  15. La democrazia viene impropriamente confusa col diritto da parte di chiunque di opporsi alla volontà dominante, sempre e comunque. E naturalmente non è così. Per democrazia si intende, etimologicamente, il potere del popolo e dunque la facoltà di scegliersi i propri governanti. Che, vincendo le elezioni, conquistano il comando delle operazioni che, viceversa, in una dittatura spettano al capo vita natural durante, fintanto che questi non venga rovesciato oppure – raramente ma accade (fu il caso di Francisco Franco) – decida di abdicare.
    Una volta che la maggioranza si forma, questa ha il potere di governare e dunque di prendere decisioni che inevitabilmente impattano anche sulla minoranza. Che a quel punto si troverà di fronte ad un bivio: o le rispetta o inevitabilmente si pone al di fuori delle regole. Se un Parlamento decide, in maggioranza, che gli italiani si debbano obbligatoriamente vaccinare, ai dissenzienti non rimane che espatriare oppure ribellarsi anche in maniera violenta. Ma certamente, si porranno al di fuori della democrazia.
    Qualcuno ha osservato che anche nelle dittature avviene questo. Che un tiranno deve comunque godere di un consenso che viceversa lo farebbe capitolare sia per mano di nemici interni, sia ad opera dei dissidenti. Ma la differenza è che nelle democrazie, che peraltro sono convenzioni scritte facilmente sabotabili, esistono delle regole che la maggioranza deve rispettare, proprio per consentire che la minoranza possa organizzarsi e divenire maggioranza.


    E’ con questa premessa che bisogna rispondere alla domanda: siamo ancora in democrazia? In un regime liberale? E la premessa di cui sopra, risponde agevolmente alla domanda.
    Ritorniamo al punto di fondo, cioè all’obbligo vaccinale, ripetendo la premessa: se la maggioranza deciderà per l’obbligo vaccinale, la minoranza avrà l’obbligo di accettarlo. Non è qui che si vedrà se la democrazia è stata rispettata. Una democrazia si vede in base a come si raggiunge quella maggioranza. Su un tema così cruciale come la decisione di imporre un trattamento sanitario obbligatorio non privo di potenziali rischi, oltretutto riguardante un diritto costituzionale, la discussione in una democrazia deve condursi sui binari del rispetto reciproco.
    In quest’anno, invece, abbiamo assistito a continue violazioni istituzionali e costituzionali. Presidenti del consiglio hanno abusato della decretazione d’urgenza per limitare le libertà fondamentali dell’individuo. Virologi mediatici hanno irriso chiunque – compresi loro colleghi – osasse porre dubbi sulla gestione generale dell’emergenza e sulla sacralità dei dogmi medicalmente corretti. Il paese è stato trascinato sull’orlo di una guerra civile che da fredda potrebbe diventare calda. E se un mio vecchio amico, un serbo trapiantato in Italia, mi scrive dicendosi fortemente preoccupato che questo paese sprofondi in una guerra civile simile a quella che ha dilaniato la Jugoslavia – e lo dice uno che ha vissuto i momenti ad essa antecedenti – è facilissimo rendersi conto di come questa situazione stia divenendo preoccupante.
    In questo modo, si può ancora parlare di democrazia?
    In un paese dove le regole funzionano, ognuno dice la sua ma nel rispetto delle opinioni altrui. Se si debbono imporre limitazioni che toccano le libertà più tipiche di una democrazia, tutto questo non si decide abusando di una misura emergenziale quale il decreto legge. Si discute la cosa nelle aule parlamentari, seguendo un processo ordinario e sottomettendosi ai bilanciamenti che la Costituzione prevede quando si modifica la Costituzione: ossia una maggioranza rafforzata e la possibilità di indire un referendum.
    In un paese dove le regole funzionano, i virologi che si permettono di irridere e offendere quelli che hanno deciso di non vaccinarsi, compiendo una scelta discutibile quanto si vuole ma legittima, non vengono lasciati a scorrazzare per l’etere senza che qualcuno gliene chieda conto.


    Il processo di formazione delle opinioni non è mai stato sereno e rispettoso. Dunque non è mai stato democratico. Perchè la democrazia che, lo ripetiamo per l’ennesima volta, non è un’eterna discussione ove tutti hanno diritto di veto ma è semplicemente un processo decisionale che segue determinate regole, si distingue dalle dittature proprio per come si formano le opinioni.
    Non è democratico un paese dove si ricatta la popolazione, limitando per decreto legge le libertà dei singoli. Non è democratico un paese dove in barba al principio giuridico che la responsabilità penale è personale, si spiattellano sui media foto e video di assembramenti dicendo “Se si continua così, dobbiamo chiudere tutto”, invece di rintracciare i suddetti assembratori e punirli.
    Non è democratico un paese ove si lavora ai fianchi lo spirito critico dei cittadini, criminalizzando qualsiasi forma di diversione dal pensiero unico.
    La fine della democrazia non avverrà quando si introdurrà l’obbligo vaccinale. Perchè la democrazia è finita ormai da decenni. I punti di non ritorno che questo paese ha percorso sono ormai numerosi e persino antecedenti al Covid. Ma soprattutto, la democrazia finisce ogni qualvolta si persegue e si perseguita qualcuno perchè ha idee diverse. Presi come erano a combattere giustamente le discriminazioni più di moda nella cultura liberal, tutti si sono dimenticati di quella più importante: la discriminazione politica.
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  16. Il titolo sembra l’incipit della lettera di un parricida. Invece no. Ho amato profondamente mio padre e mia madre, li ho assistiti da solo dall’inizio alla fine delle loro rispettive malattie e ancora oggi faccio fatica ad accettare che non ci siano più. D’altra parte, si nasce, si cresce, si matura e tra gli effetti indesiderati di questo percorso c’è di perdere quelle persone che amiamo, ma che hanno il difetto, se così si può definire, di essere un bel po’ più grandi di noi.
    E pur tuttavia una condizione gravosa, una crisi, una perdita, non necessariamente produce solo effetti negativi. Essere orfani produce un’infinità di condizioni sgradevoli sul piano psicologico e materiale. Ma anche l’evento più tragico offre delle opportunità per chi le sa sfruttare. La prima di queste è che non si hanno più freni inibitori. Il padre non è più soltanto la figura rassicurante che ci tira fuori dai guai ma è anche un arbitro che ci dice cosa si deve e non si deve fare. E quando non ha più il potere di imporcelo, mantiene pur sempre quello sguardo severo che si poggia su noi e che ci suggerisce che potremmo aver sbagliato. Anche quando siamo economicamente autosufficienti, la morte di un padre è la fine anzitutto di un’autorità morale, prima ancora che materiale. Perlomeno in chi ha avuto un padre degno di questo nome.
    Sono diventato orfano sufficientemente tardi da non essere costretto all’elemosina per campare ma sufficientemente presto da avere ancora le energie per poter affrontare la cosa. E da aver capito che sono interamente padrone di un destino nel quale tutto il bene e tutto il male che mi capiterà, dipenderà da me e dove dovrò fare quanto è in mio potere per rendere la mia vita degna di ciò che hanno cercato di darmi i miei.


    L’Italia attraversa un momento simile. Aveva due genitori. Una era l’URSS e l’altro sono gli USA. La propria Costituzione era scritta su loro dettatura ed ispirata, infatti, ai princìpi di quei partiti (PCI e DC) che erano emanazione di quelle due gigantesche potenze geopolitiche. L’interesse di entrambe non aveva certamente nulla a che fare con l’amore genitoriale. L’URSS voleva realizzare l’internazionale socialista, gli USA il Nuovo Ordine Mondiale liberista. Ma il meccanismo è simile. Entrambi si sono presi cura dell’Italia, impedendo che sprofondasse nella miseria. E l’Italia, come quel figlio eternamente adolescente anche a trent’anni, ha vissuto illudendosi che certe cose fossero eterne.
    Cosa che sistematicamente accade quando si rimane per troppo tempo a casa da mammà e papà. Invece il fanciullo, se ha dei genitori coscienziosi e responsabili, capisce ben presto che deve studiare, formarsi come uomo e come cittadino. Capisce che le cose che impara a scuola non sono finalizzate a fare bella figura davanti agli altri ma ad accrescere il proprio bagaglio culturale e spirituale. Si rende conto che per sopravvivere, deve trovare un lavoro. In un mondo spietato dove non esiste la sufficienza perchè chi vuole sfruttare il tuo lavoro per arricchirsi non si accontenta del “sei” ma vuole il massimo da te. Invece, la permanenza a casa di genitori che, anche a voler fare la faccia feroce, mai ti metterebbero fuori alla strada, falsa la comprensione di una realtà che invece emerge brutalmente quando si è completamente soli. Non c’è nessuno che ci protegga da Equitalia se non paghi i tuoi debiti col Fisco. Non c’è nessuno che ci ripari dal distacco della luce, dal gas e dall’acqua se non paghiamo le bollette. Non c’è nessuno che ci difenda da una causa intentata se facciamo qualcosa di sbagliato e nel contempo abbiamo qualcosa da perdere. E’ in quel momento che, immancabilmente, si capisce l’importanza di dover badare a se stessi.
    L’Italia si è approfittata per troppo tempo della benevolenza interessata di mamma URSS e di papà USA. Ha creduto che quei benefici sarebbero durati in eterno. Che non arrivasse mai il momento in cui avrebbe dovuto fare da sola. Ha pensato di appaltare la propria difesa militare ad un paese straniero, ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, tanto ci avrebbe pensato papà.
    Oggi tutto questo non è più vero. Anche perchè il papà in questione in realtà non vuole bene ai figli e non è un padre ma un padrino e un padrone. E dunque sta portando via loro tutto quello che gli ha, in maniera interessata, dato per decenni, senza chiedergliene conto.

    L’Italia si è scoperta orfana. Si è resa conto di essere una zattera nell’oceano, senza direzione. Ha capito che quando si è orfani, spesso i fratelli sono i primi nemici. Specie se non sono fratelli di sangue ma si chiamano Germania, Francia, Spagna. In fin dei conti, i fratelli sono tali per volontà dei genitori che li fanno. Non per volere dei fratelli. Che quando sono troppi, può accadere persino quello che raccontava il famoso comico Franco Franchi che, figlio di una famiglia di diciotto figli, riempiva di sale i legumi dei fratelli per non farglieli mangiare e per mangiarseli lui. E se accade tra fratelli, figuriamoci tra paesi. E quando si è da soli, si riscopre l’importanza dell’essenziale, la futilità dei problemi stupidi e inutili. La necessità di provvedere da soli alla propria difesa personale. Di fare piazza pulita di tutte le amicizie inutili, tenendo a se solo le persone che contribuiscono alla propria sicurezza e benessere. Di badare unicamente a se stessi, eliminando la trattazione di problemi superflui. In quest’anno da orfano, per dire, in me si è completamente cancellata ogni forma di socialismo e di umanitarismo, già fortemente declinanti. Me ne strafrego del mio prossimo, penso soltanto a me stesso e al benessere delle persone che amo.
    Non abbiamo, noi italiani, più nessuno che ci difenda, che ci protegga, che ci nutra. Ma non avendo più padri alle spalle, non abbiamo più neanche padroni nè padrini. E’ rimasto soltanto l’alone di una soggezione genitoriale che non ha più ragione di esistere. Per certi versi è un male, per altri può essere un bene. Può essere una sventura sul momento ma può diventare una grandissima occasione di crescita.
    Se il nostro paese saprà capire questo momento storico e sfruttarlo, potrebbero aprirsi molte interessanti opportunità.
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