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Franco Marino
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Ho esitato molto prima di scrivere un articolo su questo. In primo luogo perché scrivere contro gente che, in teoria, dovrebbe stare dalla nostra parte, significa mettersi contro tantissime persone che ancora si illudono di essere salvate da un improvvisato capopopolo. E poi perché chiedersi...
L’unica cosa su cui sono d’accordo le due fazioni della guerra civile scatenata dal covid è che questa malattia ha cambiato la percezione della realtà. E questo è stato vero anche per me. Comunque finisca questa storia, niente sarà più come prima. Non riuscirò più a guardare le persone con gli...
Quando ci capita una macchina davanti, la tentazione è quella di vedere se la carrozzeria è a posto, se ci sono graffi. E, a meno che uno non cerchi una macchina nuova di superlusso, non sono le cose più importanti. Se si ha un budget limitato e ci occorre un mezzo che ci scarrozzi in giro per...
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Da molto tempo non ho più voglia di interrogarmi se un dissidente sia sincero o no. Intanto perché al dissidente, giustamente, non interesserebbe nulla. Se un Franco Marino qualsiasi dubita di un personaggio assurto agli onori della fama, questi potrebbe tranquillamente rispondere “Io intanto...
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Gli ultimi ottant'anni della storia occidentale sono passati alla storia per aver consacrato un dogma inscalfibile da qualsiasi obiezione anche logicamente fondata: l'ineluttibilità della democrazia. Dal momento che il pensiero dogmatico, per definizione, non ammette repliche, nel momento in cui...
  1. Altra prova ancora dittatura prova trending tag
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  2. Vediamo se va prova testo dittatura
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  3. Altra prova post dittatura
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  4. Prova post dittatura
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  5. Non vorrei peccare di eccessivo ottimismo ma ho l'impressione che stavolta, con Djokovic, la dittatura sanitaria abbia pestato il classico merdone.
    Guai mettersi contro uno sportivo di quel calibro, uno che sta al tennis come Maradona stava al calcio.
    E no, stavolta la character assassination e la damnatio memoriae non vi riuscirà. Perché Djokovic non è un artista, non è un intellettuale, ma uno sportivo. Uno che quando arriva primo, è primo, per meriti propri. I suoi risultati sono lì, a disposizione di tutti. Quelli sono i suoi numeri e sono numeri mostruosi che gli danno un'influenza sull'opinione pubblica non da ridere.
    Stateci. Avete fatto un brutto passo falso.
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  7. Dittatura Sanitaria
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  8. Ho esitato molto prima di scrivere un articolo su questo. In primo luogo perché scrivere contro gente che, in teoria, dovrebbe stare dalla nostra parte, significa mettersi contro tantissime persone che ancora si illudono di essere salvate da un improvvisato capopopolo. E poi perché chiedersi perché, per esempio, il movimento dei portuali sia fallito, come anche quello dei camionisti, presupporrebbe una fiducia nella buonafede di quelle persone che non ho. Come ovviamente non do certo per scontata la loro malafede. Ci sono uguali possibilità che Puzzer sia davvero l'eroe un po' grezzo e greve assurto al ruolo di Masaniello 2.0, tanto che sia un personaggio messo lì dai servizi segreti. Non è quello di cui vorrei parlare in questo articolo.
    Anche perché il capopopolismo social è diventato paradossalmente un fenomeno mainstream. E non è materialmente possibile che tutti siano in malafede. C'è chi è genuinamente convinto che la politica sia scrivere sui social, aspettare che arrivino i like e preparare un'ascesa al potere che sfoci nella marcia su Roma. Ma è un fallimento annunciato e proveremo a spiegare il perché.

    Punto primo. Capire se si sta affrontando una guerra oppure una normale dialettica politica.
    Se si crede di trovarsi in una situazione normale, democratica, tutto è chiaro. Si fonda un partito, ci si costruisce un consenso, si lavora di pubbliche relazioni e si cresce fino ad arrivare al momento in cui i media si accorgeranno di noi. Ma al tempo stesso, si adotta un linguaggio tale da non allarmare i media che, viceversa, ti ostracizzerebbero.
    Se, viceversa, si ritiene di avere a che fare con un nemico pronto a distruggerti fisicamente ed economicamente, non ha minimamente senso confrontarsi affrontare una competizione democratica. Usare i toni che oggi possiamo vedere anche da politici di un certo livello e poi confrontarsi democraticamente, è semplicemente ridicolo.
    Punto secondo. Quand'anche si riuscisse a far fuori la cricca di mafiosi al potere, rimane sempre il problema: che società costruire? Perché vedete signori miei, questi saranno anche dei criminali, satanisti, pedofili e tutto quel che volete voi. Ma sono assistiti da un'ideologia. Che sarà anche un'ideologia perversa, malefica, ma risponde ad alcune domande che pongono problemi reali. Cosa fare delle risorse che si stanno per esaurire? Come redistribuirle? A queste domande hanno dato delle risposte che appartengono alcune ad un'agenda nascosta e altre ad un'agenda pubblica. L'agenda nascosta dice che siamo in troppi e consumiamo troppe risorse e quindi dobbiamo ridurre la popolazione. Quella pubblica è che bisogna diventare tutti ricchioni, vegani, femministi e girare con i monopattini o con le biciclette elettriche, passando il resto della nostra vita ad iniettarci sostanze di dubbia provenienza. Saranno anche risposte idiote - e lo sono ovviamente - ma quantomeno mirano a creare un ordine, una disciplina. Satanistica, pedofiliaca, massonica quel che volete voi. Ma bisogna riconoscere che è una risposta.

    Di grazia qual è la risposta alternativa che avrebbero i sovranisti?
    Sì ok, sappiamo che bisogna uscire dall'Euro. Che dobbiamo ricominciare a copulare come conigli, fare tanti figli e dare le case coloniche alle madri della patria, dopo il sesto figlio. Dobbiamo abolire i social (ma lo scriviamo sui social), dobbiamo consumare solo prodotti italiani (ma non ci poniamo il problema di scriverlo in social network americani, russi e cinesi) dobbiamo chiamare pallacorda il tennis, New York dobbiamo chiamarla Nuova York come la buonanima di Ruggero Orlando.
    Diciamo pure che siamo d'accordo con le linee base di quanto sopra. Rimane il problema: come appropriarsi di quelle risorse? Dove trovare le materie prime che sostengano un'economia che si basa interamente su materie prime non rinnovabili? Come affrontare l'ostilità di paesi potentissimi che giustamente reagirebbero inferociti di fronte alle nazionalizzazioni? Come affrontare le inevitabili guerre che ne deriverebbero?
    E siamo andati ad un passo successivo perché poi rimane quello precedente: come sovvertire lo stato? Come procurarsi i necessari appoggi internazionali? Come costruire un nuovo stato?
    Rispondere a domande del genere richiederebbe una presunzione tale che la prima cosa che poi il lettore si chiederebbe è: "Ma tu che parli così tanto, perché non entri tu in politica?".

    Certo, se fossi più fesso di quello che sono e creassi un partito nato dal web e dai social, col mio know-how di creatore di comunità digitali, l'avrei già fatto io. E non oggi. Vent'anni fa. Ma poiché sono meno fesso di quello che sarei stato se l'avessi fatto e non sono neanche più giovanissimo, conosco le persone a sufficienza da sapere che l'unica cosa che davvero interessa loro è provare più piacere e meno fatica. Tutte cose in nome delle quali la gente baratterebbe agevolmente ogni aspirazione idealistica.
    Un capo che li voglia dalla sua parte, oltre a chiedersi se valga la pena battersi per gente simile, dovrà costruire un sistema che nutra, curi, istruisca e difenda queste persone. Un'impresa ovviamente sovrumana. Bisognerebbe fondare una specie di clan mafioso. Che non si faccia scrupoli di ammazzare e sequestrare persone. Che si invischi con la criminalità, se non altro per trovare la manovalanza del caso. E con tutti i rischi del caso. Che non consistono in ridicoli DASPO - provvedimento assai mite, proporzionato alla paura praticamente nulla che lo Stato ha di Puzzer - ma anche in omicidi e sparizioni al buio. Perché quando si dichiara guerra a qualcuno e questo qualcuno si chiama Stato, devi mettere in conto non solo di lottare contro un nemico che ti farà tutto il peggio che potrà farti. Ma che questo clan, nel frattempo, dà da mangiare a milioni di persone, cura i loro femori rotti, mette pacemaker nei loro cuori malati, istruisce i loro figli, li difende dai cattivi che vogliono fare del male. Conquistandosi il loro consenso. Perché la tragica ma in fondo comprensibile realtà è che le persone - anche quelle che oggi su Facebook parlano di Dittatura Sanitaria, di una Scuola di Regime, di poliziotti corrotti - appena hanno un colpo di tosse più forte del normale, ad istinto vanno a farsi curare nella casa del Dittatore Sanitario, cioè negli ospedali. Mandano i figli a studiare nella casa del Dittatore Scolastico, cioè a scuola. E se subiscono un reato, non chiedono aiuto al webleaderino con l'ego in erezione ma vanno in caserma. Se si vuole il supporto di queste persone, si deve a tutti i costi dare loro quello che hanno già dallo stato attuale. E tenete conto che non ho affrontato tutto il discorso di come procurarsi le risorse in giro per il mondo per sostenere una cosa del genere.

    Non sono temi di poco conto perché nessun aspirante rivoluzionario da tastiera, se ha un figlio malato da curare, rifiuta di portarlo in ospedale perché "bisogna fare la rivoluzione". Quello che tu rivoluzionario puoi dargli, se lo vuoi dalla tua parte, è un ospedale dove curarsi se sta male, una scuola dove istruirlo e gente pronta a difenderlo se ha problemi con qualcuno. Tutte cose così difficili che chi ci è riuscito è entrato sempiternamente nei libri di storia.
    Chiarito tutto questo, ce li vedete Puzzer e la Schilirò organizzare una cosa simile?
    Perché a me, in buonafede o meno che siano, la semplice prospettiva farebbe ridere.
    Che il sistema stia per saltare e che il grosso della violenza debba ancora arrivare, ne sono convintissimo.
    Che salti con queste manifestazioni, che organizzare una rivoluzione si possa fare con Telegram, Facebook e le rivolte popolari, non ci ho mai creduto e non ci crederò mai.
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  9. L'obiettivo di ogni dittatura è la conquista degli spazi entro su cui fondare il perverso palazzo della normalità.
    E' per questo che chi lotta contro il pensiero unico si ritrova ben presto isolato. E questa è una costante di ogni dittatura.
    E' difficile far capire alle persone che, nelle dittature, l'iconografico dittatore baffuto è roba da repertorio. Per la stragrande maggioranza, una tirannia si caratterizza proprio per la sua normalità. E' tutto normale quel che accade e, nel frattempo, nel sonno indotto dalla normalità, maturano poi le tragedie su cui si piangerà anni dopo, chiedendo come sia stato possibile.
    Come è stato possibile? L'avete consentito voi trovando normali cose che non lo erano per nulla. Adagiandovi sulle rassicuranti strade maestre del conformismo che divengono così, ben presto, sabbie mobili, salvo poi accorgervene quando ormai vi sono arrivate fino al collo.
    La tirannia non è nelle parate militari e neanche nelle restrizioni. Che sono la metastatizzazione di un cancro che prima già c'era, vi procurava piccoli sintomi che voi avevate deciso di ignorare.
    La tirannia è nata mentre voi dormivate, mangiavate o vedevate una banale partita di pallone. Era già lì e non ve ne siete accorti.
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  10. L’unica cosa su cui sono d’accordo le due fazioni della guerra civile scatenata dal covid è che questa malattia ha cambiato la percezione della realtà. E questo è stato vero anche per me. Comunque finisca questa storia, niente sarà più come prima. Non riuscirò più a guardare le persone con gli occhi di prima, non riuscirò più a salutare chi ha brindato alla morte di chi, esercitando un diritto (diritto molto per modo di dire, ma formalmente tale) non si è voluto vaccinare, ma soprattutto non riuscirò più a vedere la collettività in un certo modo, cosa che comunque non facevo neanche prima. Perché, intendiamoci, il covid non ha creato nulla che non fosse già in nuce. Tre anni fa, quando il virus ancora non circolava, io e mio padre fummo cacciati di casa da amici di famiglia perché avevo osato dire di aver votato CasaPound. Per dire l’aria che già a quei tempi iniziava a tirare. Ma certamente, il covid ha posto una lente di ingrandimento su cosa siano gli individui oggi. Su come le società siano facilmente suggestionabili dai media ufficiali. Su quanta cattiveria ci sia in giro, specialmente in chi teoricamente dovrebbe rappresentare la voce dell’umanità e della bontà. Qualcosa su cui hanno scritto tanti psichiatri.



    Cosa c’entra questo con Facebook? Si chiederà il lettore. C’entra, c’entra. Perché a margine dell’annuncio di Zuckerberg di aver fondato Meta, un metaverso (dal greco “meta” cioè oltre) fior di opinionisti tecnologi si schierano a favore e contro, parlandone di un gran successo oppure di un potenziale flop. Come ogni azzardo di previsione, entrambe potrebbero rivelarsi vere o false. Chi posa a profeta, si assume sempre il rischio di fare figuracce ma, se ci becca, quantomeno diventa un guru agli occhi di chi lo legge. Chi però lo fa usando argomentazioni fallaci, la figuraccia non la chiama: la invoca. Perché il filo conduttore che unisce le previsioni sia quelle positive che quelle negative su Meta, parte da un presupposto sbagliato: la fiducia nei gusti del consumatore. E dunque l’idea che questi sia un individuo dotato di capacità autonome, dunque in grado di bocciare un cattivo progetto o di promuoverne uno buono.
    Facebook, spacciato come grande novità dell’informatica, non è né un progetto innovativo né di chissà quale qualità. E’ semplicemente un grande forum in php come ce n’erano tanti, strutturato su forme comunicative 2.0 e sull’idea che l’utente sia al centro della comunità e non i gestori della comunità stessa. E neanche questa è una cosa innovativa perché in Italia già c’era qualcosa di molto simile, sia pure embrionale: Forumfree.
    Facebook, peraltro, prima di esplodere nel 2007-2008, ha avuto ben quattro anni di vita nel corso dei quali non se lo filava nessuno. Per molti era quel sito rompicoglioni che ti mandava continuamente email con inviti a registrarti. A fare la differenza è stato che ad un certo punto i gruppi di potere su cui si regge il sistema finanziario americano – che sovrintende quello politico – hanno visto in quel sito rompicoglioni un interesse nel finanziarlo, nel propagandarlo a reti unificate. Tutti quanti sono stati praticamente costretti ad iscriversi. Persino novantenni sulla cui disponibilità a frequentare un qualsiasi luogo digitale, nessuno avrebbe scommesso neanche un centesimo.

    Abbiamo così chiaro un punto, che peraltro si estenderebbe a tantissimi altri campi che per ora non toccheremo, onde evitare divagazioni: neanche in Occidente, il successo è qualcosa di davvero spontaneo. C’è sempre qualcuno che lo guida, che lo orienta. Ci sono critici legati a doppio filo col potere, i quali ben consci che la loro opinione pesa, possono semplicemente decretare il flop o il successo di un qualsivoglia prodotto dell’intelligenza umana, che sia un libro, un album musicale o, appunto, una rete sociale. Contando su lettori che, del resto, se leggono quel critico è per farsi guidare, di certo non per perdere tempo.
    Su come il critico sia uno dei moderni gerarchi della dittatura occidentale ne parleremo a suo tempo. Per ora ci basti dire che se si volesse far fallire Facebook, basterebbe fare una cosa semplicissima: che attraverso gli stessi media che ne hanno diffuso l’immagine, si inizi a parlarne male, offendere sottilmente chi ne fa parte, a trovare “fighi” altri posti e altri luoghi. Anche senza che ve ne sia un valido motivo.


    Il che ci porta a Meta, la nuova creatura di Zuckerberg. Di per sé, neanche Meta è un progetto tecnologicamente innovativo. La realtà virtuale esiste da almeno trent’anni. Certo, nel tempo si sono fatti dei passi avanti, le schede grafiche sono molto più performanti e quella che trent’anni fa era una cosa avveniristica e futuristica, oggi potrebbe diventare realtà. Ma pensare che a deciderne il successo o l’insuccesso di Meta sarà la qualità del progetto e la capacità del consumatore di riconoscerne le opportunità e i rischi, significa non aver capito nulla dell’esperienza covid, di come l’umanità sia manipolabile.
    La persona razionale, intelligente, in possesso di una volontà autonoma, di una consapevolezza della realtà circostante, non troverà niente di eccitante nel partecipare ai concerti del proprio idolo con un’armatura addosso, saltellando come se si fosse ad un concerto degli Skunk Anansie. O nel fare sesso con l’immagine di una donna, mentre un dispositivo elettronico gli prende il coso e glielo stimola. E non si tratta di essere vecchi o di opporsi alla tecnologia. L’informatica è il mio mestiere. Ma solo un malato di mente preferisce al sesso reale quello virtuale, al concerto dal vivo, un concerto al quale assistere con un’armatura. Questo è ciò che penserebbe una persona sana di mente. Ma se un sistema di potere imporrà attraverso i suoi critici di regime, le sue riviste tecnologiche, i suoi canali media ufficiali, tutti legati direttamente o indirettamente agli stessi centri di potere che poi decideranno di finanziare Meta come hanno finanziato Facebook, di parlarne bene, ecco che Meta diventerà la novità della terza decade del terzo millennio, qualcosa di fighissimo, di meraviglioso, di irrinunciabile. E io il cretino che “non vuole adeguarsi al tempo che passa”. E dato che quando Meta entrerà nel vivo, io dovrei avere una cinquantina d’anni (più o meno si prevedono dai cinque ai dieci anni perché diventi una realtà consolidata) ecco che mi si darà del vecchio babbione che non capisce i giovani.

    Una volta che si chiarisce questo, si arriva alla risposta secondo me più opportuna alla domanda “Meta sarà un successo o un flop?”. E la mia risposta è una: dipende dalla sorte personale di Zuckerberg.
    E al riguardo, non si annuncia bel tempo a Palo Alto. Zuckerberg da un po’ di tempo gode di una pessima fama all’interno del sistema di potere americano e la cosa più grave è che questa diffidenza è bipartisan. E nasce prevalentemente dalla cronica incapacità, ammessa anche dai suoi collaboratori, da parte del fondatore di Facebook di capirne di politica.
    Quando Zuckerberg qualche anno fa annunciò che avrebbe fondato un partito, i suoi collaboratori gli diedero praticamente del matto. E molti di loro minacciarono di dimettersi, chiedendosi tra loro “Ma non è che siamo nelle mani di un cretino?”. E non è solo per questa scelta infausta. E’ che Zuckerberg di politica non sa nulla, non ha la minima dimestichezza di certi meccanismi. Come tutti quelli che non hanno il senso della politica, è completamente privo di una visione. E questo è il primo difetto che non deve avere qualcuno che deve combattere una battaglia politica, sia come politico, sia come gestore di un’azienda che per le sue dimensioni finisce sotto la lente della politica.
    Quando si dice che Zuckerberg è un arnese della sinistra americana, si dice una sciocchezza. Il fondatore di Facebook in realtà è notoriamente di destra. Semplicemente ad un certo punto si è trovato di fronte ad un bivio. Da una parte, la sinistra gli chiedeva con insistenza e facendogli enormi pressioni di bannare tutti i gruppi legati alla destra americana e in generale a tutte le destre europee. Cosa che, contrariamente a ciò che si sostiene e a quanto le censure continue darebbero a pensare, Zuckerberg non vorrebbe fare perché consapevolissimo che così si esporrebbe alla vendetta delle destre. Dall’altro, le destre sono sempre più consapevoli che oggi come oggi Zuckerberg è, volente o nolente, una marionetta nelle mani della sinistra DEM americana e quindi sempre più si assiste alla tendenza da parte della dissidenza di radunarsi altrove. A questo punto, una persona con un minimo raziocinio opera una scelta: o si mette sotto la sinistra o si mette sotto la destra, assumendosene i rischi e dunque la responsabilità – in entrambi i casi gravosi – e guadagnandosi così la benevolenza di una delle due parti. Perché la vera cosa che pochi sembrano aver capito è che ormai, in Occidente, è in atto una guerra civile tra mondi contrapposti, che già c’era prima del covid e che la pandemia ha solo ufficializzato.
    Invece Zuckerberg ha gigioneggiato, col risultato di aver conquistato le diffidenze sia della sinistra che della destra. Ed essere diventato un nemico per entrambe.

    In più, c’è da dire che la deriva di Facebook a nazione digitale è sempre più conclamata. Ed è stata suffragata sia da Cambridge Analytica – che non ha fatto altro che ufficializzare il segreto di Pulcinella che i nostri dati vengono utilizzati per fini politici – sia dalla notizia che Zuckerberg ha coniato la sua moneta digitale, Libra. Entrambe cose che fanno apparire sempre più chiara a tutti la volontà da parte del fondatore di creare una sorta di stato digitale. Cosa che naturalmente fa paura a tutti gli stati tradizionalmente intesi. I quali a quel punto, con una scusa o l’altra, potrebbero farlo fuori, prima che il buon Mark, dopo aver coniato la sua moneta digitale, non decida di farsi un esercito personale, di mercenari o magari di criminali, cosa per le quali avrebbe tutti i mezzi e che non è escluso che stia già accadendo.
    Oggi come oggi, la convinzione dei centri della politica è che Facebook sia diventato troppo pericoloso. E fin quando la cosa la dice quel cattivone di Trump che è stato bannato, è un conto. Quando incomincia a dirlo la sinistra americana, che dell’ascesa di Facebook è stata la protagonista, ciò vuol dire che all’orizzonte di Palo Alto si stagliano nuvoloni nerissimi.

    E questo influisce anche sulla sorte di Meta. Che è legata a quella del suo fondatore. Se Meta dovesse essere vista come un pericolo per gli stati, ecco che partirà l’ordine dall’alto di non nominarla, di non citarla neanche per sbaglio, di parlarne ma sempre in maniera negativa. E sarà un flop.
    Se nel frattempo, lo stesso sistema che ha protetto e appoggiato Facebook avesse per le mani un altro diciottenne che dal cesso di casa sua (i garage con quello che costano, non sono più di moda. Un tempo dai garage creavi una grande azienda, oggi devi creare una grande azienda per poter comprare un garage) dopo aver consumato un lauto pasto, crea un social network di mangiatori di cacca, Caccabook, e dicesse che la coprofagia è figa e che mangiare la pupù sarà l’alternativa al consumo di carne da parte di quei cattivoni che la mangiano, assisteremo ad un consumo massiccio di merda che diventerà mainstream.
    Non c’entrano nulla le scemenze di chi, come Paolo Attivissimo, parla di Meta come una seconda Second Life (tipico di chi non sa cosa fosse Second Life, che peraltro per la cronaca è ancora in attività) di chi dandosi arie da “giovanologo” ci spiega che Facebook non piace ai ragazzini – come se i ragazzini rimanessero tali in eterno e giocassero sempre ai videogiochi – o ancor peggio dei fessi che da dieci anni strologano sul declino di Facebook, venendo puntualmente smentiti dai dati.
    C’entra che nella dittatura occidentale, non vieni obbligato ad andare su Facebook o su Meta se non vuoi andarci. Semplicemente vieni emarginato se non lo fai, vieni trattato da persona strana, di cui diffidare. Esattamente il meccanismo che è alla base del green pass. Non è obbligatorio vaccinarsi, ti viene semplicemente resa la vita impossibile se non lo fai. Se la dittatura occidentale, attraverso i suoi critici da strapazzo, dice che è giusto espellere da ogni consesso civile i non vaccinati e che caccabook è figo, tutti espelleranno i non vaccinati e diventeranno tutti mangiatori di merda. Perché se c’è una cosa che l’esperienza del covid ha insegnato è che l’individuo non conta nulla in quanto tale. Conta solo se inserito all’interno di una massa. Che per definizione è acritica. E se la massa dice che bisogna mettersi le mascherine, farsi il vaccino e mangiare merda, un individuo per non essere ridotto all’irrilevanza sociale e alla miseria, dovrà mettersi la mascherina, farsi il vaccino e mangiare merda.


    A quel punto, il grosso problema sociale sarà l’alitosi generale, specie nei luoghi al chiuso. Ma se oserete lamentarvene, verrete bannati perché il vostro post non rispetta gli standard della comunità. E poi diciamoci la verità, che sarà mai mangiare un po’ di merda. Come recitava una famosa battuta, miliardi di mosche non possono essersi tutte sbagliate.
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  11. Quando ci capita una macchina davanti, la tentazione è quella di vedere se la carrozzeria è a posto, se ci sono graffi. E, a meno che uno non cerchi una macchina nuova di superlusso, non sono le cose più importanti. Se si ha un budget limitato e ci occorre un mezzo che ci scarrozzi in giro per la città e magari anche fuori, diciamo che sono cose poco rilevanti, che peraltro si possono aggiustare a prezzi relativamente modesti. La prima cosa che va verificata è se il motore è a posto. Se il motore non va, l'auto può anche essere perfetta ma il malcapitato acquirente ha preso un bidone.


    Con la Legge Zan - che il Senato ha fortunatamente bocciato, ponendo una pietra tombale ad una delle questioni di peggiore lana caprina degli ultimi tempi - l'impressione è che in tanti siano come l'imprudente acquirente che invece di guardare il motore, guarda la carrozzeria. Infatti il problema non è tanto se la legge Zan garantisse la libertà di espressione, se effettivamente fosse contundente contro chiunque offendesse i gay. E' il motore che non funziona: l'idea che si debbano proteggere solo i gay, in quanto gay. Solo i neri, in quanto neri. Solo le donne, in quanto donne.
    La discriminazione è sicuramente qualcosa da combattere. Si ha voglia a dire che certe idiosincrasie facciano parte dell'animo umano. Una civiltà è tale se è in grado di governare gli istinti umani. Ma proprio per questo è sciocco pensare di combattere solo alcune delle discriminazioni che ogni giorno un individuo può subire per il fatto di non essere mainstream.
    La legge Zan è apparsa sin da subito pensata unicamente per mettere gli LGBT in una bolla dove nessuno avrebbe più potuto porre loro la minima critica. Ma solo a loro. Per il resto, i grassi continuano ad essere chiamati non diversamente magri ma grassi. Anzi, ciccioni. I bassi continuano ad essere ritenuti non "verticalmente svantaggiati" ma "nani". Ed è inutile dire che se non si appartiene alla parrocchia giusta, si viene inondati dei peggiori equivoci. Come la Ferragni che oggi ha detto che chi ha sabotato la legge Zan è un "pagliaccio senza palle". Una cosa che se l'avesse detta un uomo di destra, sarebbe stato praticamente costretto alle dimissioni. Ma la dice la Ferragni. E la dice contro chi ha sabotato quella legge, dunque va tutto bene.

    Ma andiamo avanti. Supponiamo - ma come ho detto sopra, è il motore a non funzionare - che la legge Zan fosse giusta. Domanda: ma con tutti i guai che questo paese sta passando, è razionale fare tutto questa bigionica? Intendiamoci. Che i gay vogliano una legge di questo tipo, si può capire. Che possano volerla amici e parenti dei gay, pure. Ma per quale motivo milioni di persone si accaniscono contro una legge che non li riguarda minimamente mentre un intero paese sta sprofondando in una dittatura che ha incarognito sessanta milioni di persone?
    Questo è l'aspetto più osceno di tutta questa storia. Un intero paese che ha completamente divorziato dalla realtà. Che vede diritti sequestrati, danari confiscati ma si preoccupa di un problema che non lo riguarda. E che assomiglia molto a quella moglie che quando il marito torna a casa con una diagnosi di cancro, si sente rispondere dalla sua dolce metà "Sì mi dispiace, ma pensa ai poveri bambini affamati del Bangladesh".


    In estrema sintesi, è del tutto razionale che si combattano le discriminazioni. Ma la cosa ha un senso quando si prendono in considerazione tutte le discriminazioni e chiunque ne sia vittima. Se si continua ad accanirsi contro ogni insulto gay, se si indicono giornate contro la violenza sulle donne ma si tralasciano decine di milioni di persone che oggi vengono derise, bullizzate, è razionale che si pretenda che non nascano nuovi rigurgiti omofobici e sessisti? E qui si torna al problema della legge Zan che non era la carrozzeria ma il motore.
    Sì, la carrozzeria e il telaio sono importanti e la legge Zan era, a prescindere, una pessima legge perché col presupposto di combattere le discriminazioni contro certe categorie protette, di fatto assegnava al magistrato un ampio potere interpretativo di cui avrebbe potuto abusare senza problemi. Ma una legge si può correggere, se perlomeno parte da intenti nobili e cioè da un motore funzionante. Il motore della legge Zan è compromesso perché è sbagliata l'idea di dover proteggere un individuo in quanto appartenente ad una determinata categoria.
    La cultura dei diritti individuali o è omnicomprensiva oppure ad ogni gay che si pretenderà di proteggere, ci sarà qualcuno che gay non è ma magari viene perseguitato per altre ragioni, il quale si sentirà dire: "Perché i gay sì e io no? Ho fatto il cattivo?". E in quel momento diventa omofobo.


    E a parte ogni discussione giuridica e filosofica, c'è da ammetterlo con franchezza. La battaglia contro l'omofobia, il razzismo e il sessismo, ha ottenuto come unico risultato quello di provocare nuove ondate di fenomeni che erano ormai morti e sepolti.
    Forse occorrerebbe cambiare strategia. E forse bisognerebbe scegliere un momento più adatto. Perché se a condurre certe battaglie è una classe politica che la gente vede con il fumo negli occhi, il risultato che si otterrà è che se un giorno quella classe politica indisse la giornata mondiale per la salvaguardia del panda, gli elettori cercheranno di ammazzarla per sfregio. C'è anche questo dietro il rigurgito di certi fenomeni del passato. Se il popolo odia il sistema, qualunque cosa dica il sistema, il popolo penserà che sia un'idiozia, una truffa o una trappola.

    La bocciatura della legge Zan è stata semplicemente la pietra tombale su una legge che è riuscita nell'impresa di essere pessima in tutto. Negli intenti programmatici, nella struttura, nei modi con cui si è cercato di cattivare il consenso dell'opinione pubblica.
    Una pessima iniziativa che, almeno per ora, pare abortita.
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  12. Da molto tempo non ho più voglia di interrogarmi se un dissidente sia sincero o no. Intanto perché al dissidente, giustamente, non interesserebbe nulla. Se un Franco Marino qualsiasi dubita di un personaggio assurto agli onori della fama, questi potrebbe tranquillamente rispondere “Io intanto sto qui e tu? Chi sei?”. E avrebbe ragione. Inoltre, non potendo provare i miei sospetti, rimarrebbe un puro e semplice chiacchiericcio che indignerà i tifosi che lo hanno scelto come capo ultrà – in quel caso esponendosi al linciaggio della curva – e rovinerà i rapporti personali con quella persona che magari potrebbe anche essere sincera.

    E’ con questo presupposto che approccio la figura di Nunzia Alessandra (Nandra) Schilirò, vicequestore di Polizia. Di cui alcuni su whatsapp mi hanno chiesto un parere. Chiedendomi se sia sincera o se non sia l’ennesimo contenitore del malcontento calato dal sistema per rabbonire i dissidenti codardi. Ed è una domanda alla quale, proprio per la premessa di cui sopra, non ho interesse a rispondere. Non mi va di dover sopportare le reazioni scomposte di chi l’ha già eletta come Giovanna D’Arco 2.0 né voglio fidarmi a tutti i costi di una poliziotta di alto lignaggio che ha semplicemente detto le uniche cose sensate che qualsiasi persona con un briciolo di dignità direbbe. Ma che non bastano a ritenerla “una di noi”. D’altra parte, i sospetti sono autorizzati dalle sue apparizioni di qualche mese fa presso i media ufficiali per pubblicare un suo romanzo, da Maurizio Costanzo – non proprio un giornalista antisistema – o anche dalle sue presenze su Byoblu, canale che ha dato un fattivo contributo alla fioritura del bluff pentastellato e di cui, anche se so di deludere qualche lettore, non ho grande fiducia. Mi interessa semmai smontare l’ennesima illusione di un’uscita pacifica da questa oscena e orrenda situazione. A partire da un concetto che sento nominare sempre più spesso: la disobbedienza civile.


    Quando si vuole inquinare la comprensione di un concetto, occorre manipolare il significato della tassonomia ad esso correlata. Il termine “disobbedienza civile”, nel naso di alcuni fa sorgere un rilassante odore di lavanda mentre quello di “violenza” tradisce l’acre puzzo del sangue. Ma l’etimologia delle parole, che mai tradisce, ci dice che disobbedire è per eccellenza un’azione incivile. Se una società si dà delle regole e tu istighi alla disobbedienza, in sovrappiù in forza dell’arma cui appartieni, di fatto ti poni al di fuori di questa società, dimostrando di essere “incivile” nel senso etimologico della parola. Se però si tributa al concetto di inciviltà una negatività a priori, si fa puro moralismo.
    Confondere le acque serve ad inoculare il pregiudizio – falso ed antistorico – dell’inciviltà della violenza, ignorando che la democrazia stessa nasce in violazione dell’ordine precedente e si può mantenere solo se si fa violenza contro chi vuole sovvertirlo. Chi lo nega, non sa letteralmente di cosa parla.
    “Disobbedienza civile” è una contraddizione in termini, un modo per dire e non dire. Insomma, una scemenza.

    L’altro equivoco è che la violenza sia necessariamente qualcosa di fisico e cioè “Io vengo da te, ti picchio, ti stupro, ti torturo e poi ti ammazzo”. Ma l’etimologia della parola “violenza” non indica questo. Infatti si parla di “violenza psicologica” o “violenza fisica” proprio perché la parola “violenza” da sola ci dice solo che violiamo qualcosa ma non le modalità o le finalità.
    Quando dico che l’unica cosa che salverebbe questo paese è una rivoluzione, prendo sempre ad esempio la denazificazione tedesca che di fatto costrinse milioni di tedeschi ad una sorta, si direbbe oggi, di greenpass che certificasse il loro ruolo nell’ascesa del nazismo. A quasi nessuno di coloro che collaborarono al nazismo fu torto un capello. Semplicemente, chi sostenne il nazismo fu praticamente escluso dalla società civile e gli fu vietato qualsiasi lavoro e qualsiasi ruolo che non fosse quello di sottoposto, venendo praticamente costretto ai lavori forzati per ricostruire l'economia tedesca. In Italia tutto ciò si concreterebbe nel costringere i vari personaggi pubblici e privati che negli spazi digitali e fisici hanno sostenuto la dittatura sanitaria a perdere tutti i beni e i risparmi che hanno accumulato, ridistribuirlo a coloro che hanno resistito e condannarli a non poter mai più fare il lavoro che facevano prima. E mandarli nei campi e nelle fabbriche a ricostruire praticamente come schiavi l'economia che hanno contribuito a distruggere. Tutto questo implicherebbe violenza perché viola le leggi che impedirebbero quanto sopra. Ma è l'unico modo per uscirne.

    L’idea stessa di limitarsi a non obbedire le leggi è semplicemente folle. In primo luogo perché lo stato, avendo il controllo diretto e indiretto di tutti i gangli su cui si sviluppa il suo potere, può multare, imprigionare un dissidente attraverso le leggi oppure calunniarlo e ucciderlo attraverso i servizi segreti. Fino a ricondurre alla ragione il dissidente non violento, magari dopo averlo mandato sul lastrico. So che adesso mi citerete Gandhi. Il quale però aveva l’appoggio di una borghesia e di paesi stranieri pronti ad intervenire con le maniere forti se la “non-violenza” (parola che non significa nulla) fosse fallita. Chi descrive Gandhi come un soave pacifista, rischia di prendere una cantonata.
    In secondo luogo perché la disobbedienza civile prevede anche che il disobbediente venga soccorso sottobanco dai rivoluzionari pronti ad aiutarlo a sopravvivere alle conseguenze. Una cosa di fattibile solo in presenza di una solidissima organizzazione come quella di Gandhi.
    E sia detto per inciso, l’India è sempre lo stesso sistema castale, misogino, incivile e dove è facile prendersi malattie che era da millenni prima del Mahatma e che sarà per altri millenni dopo lui.

    Se mancano queste condizioni, la “disobbedienza civile” è solo un semplice calmante, suggerito dall’alto per assopire gli istinti di un’ampia fetta di popolazione, stanca di questa situazione e tuttavia non ancora consapevole di dover rischiare la propria libertà e la propria vita per uscirne. Ed in senso classico. Cioè affrontando conflitti e compiendo azioni che troveremmo assai poco morali. Cosa che saremmo disposti a fare se un malvivente cercasse di fare del male a noi e ai nostri cari e nel contempo sapessimo di non poter contare su uno stato che ci difenda.
    La poliziotta Nunzia Alessandra Schilirò, in buonafede o meno, è solo l’anestetico di una rabbia che darà frutti solo se chi detiene il potere verrà rimosso. Il nostro paese è affetto da un cancro, per definizione mortale. La chemioterapia è una cura terribile per il carico di sofferenze che provoca ma, ad oggi, è l’unica che fa intravedere una speranza di salvezza nel malato. Che viceversa avrebbe la certezza di morire di lì a poco.

    Non può esistere nessuna disobbedienza civile perché la disobbedienza è, per principio e definizione, incivile: ci si dichiara al di fuori dalle regole che una civiltà decide di darsi. E non c’è alcun modo di uscire da questa situazione in maniera non violenta. Perché se una civiltà – in quanto tale fatta da regole – viene saccheggiata dalle istituzioni che ne distruggono i valori fondamentali, reagire non è violenza ma legittima difesa. Anche se comporta spargimenti di sangue. Se qualcuno viene a casa vostra e cerca di ammazzarvi, è lui il violento, non voi che vi difendete.
    Non fatevi fregare. Il principio di fondo resta sempre quello che vi ripeto da anni. Non se ne andranno con le buone. E non significa istigare alla violenza o a delinquere. I violenti e delinquenti sono loro. Noi ci stiamo solo difendendo. E difendersi con l’uso della forza da chi vuole distruggere le regole del vivere civile non è violenza ma è esattamente l’unica cosa che può salvare una democrazia liberale.
    Se pensate che questi siano criminali, sappiate che quando i criminali occupano le istituzioni, da lì se ne vanno solo con la forza. Oppure per voi non sono criminali e a quel punto trovate tutto normale quel che sta accadendo.
    A voi l’ardua sentenza. Ma assumetevene una buona volta la responsabilità.
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  13. Gli ultimi ottant'anni della storia occidentale sono passati alla storia per aver consacrato un dogma inscalfibile da qualsiasi obiezione anche logicamente fondata: l'ineluttibilità della democrazia. Dal momento che il pensiero dogmatico, per definizione, non ammette repliche, nel momento in cui si ritiene indispensabile la democrazia, di fatto si gettano le premesse per una dittatura. A tal proposito viene da pensare ad una gag di Luciano De Crescenzo "Solo gli stupidi non hanno dubbi" "Ne sei sicuro?" "Senza dubbio!".
    Questo paradosso è tantopiù evidente se consideriamo che, nel nome della democrazia, si sta realizzando la più pericolosa tirannia che la storia dell'umanità ricordi.
    La differenza, tra una dittatura ufficiale e una dittatura travestita da democrazia, sta nel tipo di propaganda. Ovviamente, dal momento che la democrazia deve cercare di apparire quanto più credibile possa, deve costruire una narrazione che di fatto dia l'illusione che essa venga preservata. E per fare ciò, deve fare in modo che meno persone possibili si accorgano della cosa.
    Prendiamo il nazismo. Hitler, stando alla storiografia ufficiale, ad un certo punto individuò nella causa dei problemi della Germania gli ebrei. E nel momento in cui decise di introdurre le ben note leggi antisemite, non si fece scrupolo di dire che gli ebrei andassero praticamente espulsi dalla vita civile del paese. E poi sterminati. Lo stigma di quell'operazione fu tale che oggi tutte le volte che qualcuno osa anche solo dire qualcosa che possa assomigliare a qualcosa di fascista o nazista, subito viene associato alle camere a gas. Nota a margine: leggi simili a quelle tedesche e italiane erano presenti in tutti i paesi europei e negli USA il razzismo fu legge di stato fino agli anni Sessanta.
    Ma andiamo avanti. Quell'esperienza di fatto consacrò il concetto di genocidio come crimine supremo, contro cui qualsiasi argomentazione sarebbe stata considerata inaccettabile.
    Nei tempi democratici in cui viviamo, da molto tempo le identità nazionali sono nel mirino dall'intelligenza globale. I sovranisti, a più riprese, vengono riempiti di insulti. Si cerca di dire che tra di loro ci sono sottoculturati, psicopatici. Quando un ragazzo fu ucciso qualche tempo fa, senza che la cosa avesse alcuna connessione col delitto, fu detto che era "di idee sovraniste", quasi come a voler dire "Sì vabbè, chissà cosa c'è sotto".
    Che contro le identità nazionali si covino disegni di persecuzione è cosa non di oggi. Ciò che è cambiato è che oggi si è trovato finalmente un "valido" pretesto per perseguitarle. Quale? Il non-vaccino.
    Se qualcuno un paio di anni fa avesse proposto leggi razziali contro i patrioti italiani, intesi come coloro che sono contrari all'Euro, all'Unione Europea e in generale al progressismo multicolorato, anche dall'altra parte sarebbero sorti dubbi. Invece, la questione vaccinale - che, è bene ripeterlo, per molti *me compreso* non è relativa all'utilità dei vaccini ma alla pericolosità di questo vaccino e all'inaffidabilità di questa classe politica - ha costituito per il regime in atto il pretesto che si aspettava per far fuori tutti coloro che, per spirito critico sviluppato e per una certa incapacità ad assoggettarsi alla dittatura della maggioranza (su cui Gaber scrisse cose fantastiche), rientrano in archetipi antropologici antecedenti alla questione covid. In sostanza, si stanno gettando le premesse per una Shoah contro le identità europee, senza che la si definisca tale.

    Definire i non vaccinati come i nuovi ebrei può apparire legittimamente improprio, se si guarda il dito. Certo, è ridicolo pensare che i non vaccinati costituiscano una nazione a sè, sebbene vada ricordato che gli Stati Uniti, privi di qualsiasi elemento etnico che li caratterizzi rispetto ad altri popoli, pur tuttavia hanno costruito un impero che dura da quasi duecentocinquant'anni. Il punto è che nel recinto cosiddetto "novax" o "negazionista" si è lavorato in quest'anno e mezzo per radunare chiunque già avesse opinioni critiche nei confronti nel sistema e costituire così il pretesto - di cui vediamo la coltivazione già nei media ufficiali - per praticare quella nuova shoah che oltretutto non è roba di oggi ma un piano che le elite coltivano da cento anni. Una volta stabilito che i non-vaccinati sono pericolosi per i vaccinati - e una volta o l'altra ci si dovrà pure chiedere a che cosa servano i vaccini se basta un non-vaccinato per scatenare un'altra epidemia - sarà semplicissimo chiedere ai vaccinati il consenso per perseguitare chi non ha deciso di farsi inoculare.
    Il seguito potrà sembrarvi complottistico ma a me pare palese. E quando un presidente del consiglio ma soprattutto una personalità del calibro di Draghi, con la sua storia di presidente di due delle tre più importanti istituzioni mondiali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) si permette di appellare come vigliacchi persone che, a torto o a ragione, usufruiscono di quello che per ora è un diritto, a me sembra chiara la pericolosa china intrapresa.
    E non la vede solo chi non vuole vederla. Perchè chi vuole davvero vedere, ha capito. Da ben prima della vicenda Covid.

    Franco Marino
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  14. Il mio paese è stato traversato per vent'anni dalla faida tra berlusconiani e antiberlusconiani e io, berlusconiano, non ho ovviamente mai dato peso alle pretestuose diffamazioni degli avversari ma neanche alla piaggeria dei sostenitori del Cavaliere. Per me Berlusconi è sempre e solo stato uno che votavo perchè pensavo rappresentasse i miei valori. Finita questa suggestione, ho smesso di votarlo. Senza mai nè battermi il petto per averlo votato nè essere un fan quando lo votavo. C'è, infatti, un momento in cui immancabilmente sento puzza di bugia. Ed è quando sui media vedo comparire un Buono e un Cattivo. Una società Buona e una Malvagia. Insomma quando vedo disegnare l'incarnazione del Bene e il Satana da consacrare ora al ludibrio ora alla stramaledizione delle masse, in un meccanismo che talvolta sconfina in quel bullismo che va così di moda condannare. Tantopiù che ci sono alcuni casi che uno si chiede: ma se il Bene è universale, come mai a molti non piace? Per quale motivo un leader politico afgano, iraniano, cinese, russo, diffida così tanto dei valori occidentali al punto di combatterli finanche, in qualche caso, compiendo atti terroristici?
    Se si vuole capire come stanno le cose, bisogna sempre considerare il punto di vista dell'avversario. "addestrato" da Montanelli a ritenere Piazzale Loreto un'autentica vergogna, oggi che ritengo di vivere in una dittatura di gran lunga peggiore di quella fascista, mi rendo conto che se un giorno si ripetesse quella scena, a parti invertite, probabilmente anche io sarei in quella piazza a sputare sui cadaveri.

    Il punto di vista di un afgano non lo conosco perchè non ho amicizie afgane. Però conosco il punto di vista di molti amici iraniani, russi, libici, egiziani, siriani. E se tutti, dico tutti, diffidano dell'Occidente, a meno di non fare come la barzelletta del pazzo che guida contromano e dice "non sono io, sono loro che vanno contromano", bisognerebbe pure chiedersi perchè.
    L'Occidente vive in un gigantesco schema Ponzi. Per chi non lo conoscesse, questa definizione deriva da una famosa truffa ideata da un italiano, Carlo Ponzi (e riproposta negli USA da Madoff) un banchiere che prometteva ai suoi investitori guadagni da capogiro che tuttavia - è qui la truffa - non erano frutti di investimenti ma del denaro di altri investitori.
    Verrebbe da dire che Ponzi e Madoff siano stati fatti fuori perchè lo stato non tollera la concorrenza. Il sistema finanziario dei paesi occidentali, infatti, si trova in condizioni analoghe: una montagna di cartamoneta di gran lunga superiore al quantitativo di beni e servizi presenti che metterebbe chiunque avesse il sangue freddo di appropriarsene, nelle condizioni di far crollare l'intero sistema occidentale facendolo ripiombare se non all'età della pietra, quantomeno al Primo Millennio.
    Tutto ciò che oggi costituisce il benessere occidentale e la cultura dei diritti, si tiene in piedi solo su quel debito. Se oggi esiste uno stato sociale universale, se esiste un solido diritto pubblico che sostiene la società, se esistono moltissimi dipendenti pubblici e molti pensionati che mensilmente percepiscono un quantitativo in danaro, tutto ciò è perchè c'è qualcuno che tiene in piedi quel debito.
    Il malessere del Medio Oriente non è indebitato. I paesi che oggi non fanno parte del blocco occidentale hanno tutti quanti debiti bassissimi. Si vive male, sicuramente. Ma si vive sui propri mezzi. La Russia non è l'inferno ma neanche il bengodi dipinto da molti filorussi che si arrapano alla vista di Putin (illudendosi che questi si trasformi in un cavaliere bianco), la Cina, col suo delirante sistema dei crediti sociali e con la criminalizzazione di qualsiasi individualismo, è l'ultimo posto dove sinceramente andrei a vivere. Ma sono paesi che non corrono il rischio di ritrovarsi qualcuno da fuori che dica loro "Vi siete divertiti in questi decenni? Bene, ora pagate". Insomma, vivono (scusate il termine) nella merda. Che comunque sarà sempre preferibile al benessere farlocco di chi vive come un pascià e la mattina dopo rischia di ritrovarsi l'ufficiale giudiziario sotto casa. Senza contare che non è l'unica disgrazia che possa capitare. C'è anche il rischio che qualcuno venga ad arrestarlo e portarlo in un campo di concentramento perchè ritenuto untore di qualche virus.

    Solo che c'è qualcuno che si chiede: "Come mai però tutti cercano di venire in Occidente?".
    E la risposta la troviamo nel famoso Paese dei Balocchi di Pinocchio narrato da Collodi. Se si racconta a tutti che in quel paese ci si diverte da mane a sera, che si gioca e si mangia senza limiti, qualsiasi individuo di poca saggezza se ne sentirebbe attratto. Ma l'individuo saggio sa benissimo che nessun pasto è gratis. Che tutte le volte che qualcuno consuma ciò che non ha meritato, c'è qualcuno che non consuma ciò che ha meritato. Sa che ci sono omini di burro pronti a trasformare in asini tutti quelli che hanno creduto di poter vivere in eterno sopra i propri mezzi. E che adesso si beccano l'inevitabile punturina. Che è il conto di ottant'anni di finto benessere.
    C'è da stupirsi che in Afghanistan non vogliano questa merda? Intendiamoci bene, i talebani non sono dei galantuomini ma neanche i pazzi fanatici dipinti dall'Occidente. Ai vertici c'è gente con gli attributi, che ha studiato nelle migliori scuole del mondo e che sa benissimo che l'Occidente, per come lo conosciamo, ha le ore contate e presto potrebbe diventare un inferno peggio di quello che molti credono esista in Afghanistan. Dove, se dopo vent'anni di cura occidentale hanno vinto i talebani, non può essere solamente per effetto della lotta dei benefici occidentali contro i cattivoni afgani. A fronte di qualche donna afgana desiderosa di venire in occidente, ci sono decine di milioni di donne musulmane che non solo non mostrano alcun interesse per lo stile di vita occidentale ma anzi lo trovano dannoso e pericoloso. E sono felicissime di indossare il burqa, il velo e quant'altro. Quale autorità morale ci spinge ad imporre loro costumi che evidentemente non gradiscono?

    A furia di riempirsi di debiti, per forza vivere in Occidente è bello. Ma chi paga? Cosa succede quando arriva....EquiMondo?
    Se l'Occidente vuole essere credibile, deve fare i conti con la propria sostenibilità. Altrimenti si comporta come quell'usuraio che prima presta i soldi a strozzo consentendo al malcapitato di avere la sensazione di vivere alla grande. Poi gli toglie tutto - è proprio il caso di dirlo - con gli interessi. Chi è in possesso di un briciolo di saggezza non contrae debiti con qualcuno per andare sulla Luna, sapendo che il giorno dopo si ritroverà in mezzo ad una strada, implorando cibo alla Caritas.
    Chi non vuole l'Occidente, evidentemente, ha le sue ragioni. Sconosciute a chi è abituato a vivere sopra i propri mezzi e chiama tutto questo "modernità", "progresso", "felicità".
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  15. La democrazia viene impropriamente confusa col diritto da parte di chiunque di opporsi alla volontà dominante, sempre e comunque. E naturalmente non è così. Per democrazia si intende, etimologicamente, il potere del popolo e dunque la facoltà di scegliersi i propri governanti. Che, vincendo le elezioni, conquistano il comando delle operazioni che, viceversa, in una dittatura spettano al capo vita natural durante, fintanto che questi non venga rovesciato oppure – raramente ma accade (fu il caso di Francisco Franco) – decida di abdicare.
    Una volta che la maggioranza si forma, questa ha il potere di governare e dunque di prendere decisioni che inevitabilmente impattano anche sulla minoranza. Che a quel punto si troverà di fronte ad un bivio: o le rispetta o inevitabilmente si pone al di fuori delle regole. Se un Parlamento decide, in maggioranza, che gli italiani si debbano obbligatoriamente vaccinare, ai dissenzienti non rimane che espatriare oppure ribellarsi anche in maniera violenta. Ma certamente, si porranno al di fuori della democrazia.
    Qualcuno ha osservato che anche nelle dittature avviene questo. Che un tiranno deve comunque godere di un consenso che viceversa lo farebbe capitolare sia per mano di nemici interni, sia ad opera dei dissidenti. Ma la differenza è che nelle democrazie, che peraltro sono convenzioni scritte facilmente sabotabili, esistono delle regole che la maggioranza deve rispettare, proprio per consentire che la minoranza possa organizzarsi e divenire maggioranza.


    E’ con questa premessa che bisogna rispondere alla domanda: siamo ancora in democrazia? In un regime liberale? E la premessa di cui sopra, risponde agevolmente alla domanda.
    Ritorniamo al punto di fondo, cioè all’obbligo vaccinale, ripetendo la premessa: se la maggioranza deciderà per l’obbligo vaccinale, la minoranza avrà l’obbligo di accettarlo. Non è qui che si vedrà se la democrazia è stata rispettata. Una democrazia si vede in base a come si raggiunge quella maggioranza. Su un tema così cruciale come la decisione di imporre un trattamento sanitario obbligatorio non privo di potenziali rischi, oltretutto riguardante un diritto costituzionale, la discussione in una democrazia deve condursi sui binari del rispetto reciproco.
    In quest’anno, invece, abbiamo assistito a continue violazioni istituzionali e costituzionali. Presidenti del consiglio hanno abusato della decretazione d’urgenza per limitare le libertà fondamentali dell’individuo. Virologi mediatici hanno irriso chiunque – compresi loro colleghi – osasse porre dubbi sulla gestione generale dell’emergenza e sulla sacralità dei dogmi medicalmente corretti. Il paese è stato trascinato sull’orlo di una guerra civile che da fredda potrebbe diventare calda. E se un mio vecchio amico, un serbo trapiantato in Italia, mi scrive dicendosi fortemente preoccupato che questo paese sprofondi in una guerra civile simile a quella che ha dilaniato la Jugoslavia – e lo dice uno che ha vissuto i momenti ad essa antecedenti – è facilissimo rendersi conto di come questa situazione stia divenendo preoccupante.
    In questo modo, si può ancora parlare di democrazia?
    In un paese dove le regole funzionano, ognuno dice la sua ma nel rispetto delle opinioni altrui. Se si debbono imporre limitazioni che toccano le libertà più tipiche di una democrazia, tutto questo non si decide abusando di una misura emergenziale quale il decreto legge. Si discute la cosa nelle aule parlamentari, seguendo un processo ordinario e sottomettendosi ai bilanciamenti che la Costituzione prevede quando si modifica la Costituzione: ossia una maggioranza rafforzata e la possibilità di indire un referendum.
    In un paese dove le regole funzionano, i virologi che si permettono di irridere e offendere quelli che hanno deciso di non vaccinarsi, compiendo una scelta discutibile quanto si vuole ma legittima, non vengono lasciati a scorrazzare per l’etere senza che qualcuno gliene chieda conto.


    Il processo di formazione delle opinioni non è mai stato sereno e rispettoso. Dunque non è mai stato democratico. Perchè la democrazia che, lo ripetiamo per l’ennesima volta, non è un’eterna discussione ove tutti hanno diritto di veto ma è semplicemente un processo decisionale che segue determinate regole, si distingue dalle dittature proprio per come si formano le opinioni.
    Non è democratico un paese dove si ricatta la popolazione, limitando per decreto legge le libertà dei singoli. Non è democratico un paese dove in barba al principio giuridico che la responsabilità penale è personale, si spiattellano sui media foto e video di assembramenti dicendo “Se si continua così, dobbiamo chiudere tutto”, invece di rintracciare i suddetti assembratori e punirli.
    Non è democratico un paese ove si lavora ai fianchi lo spirito critico dei cittadini, criminalizzando qualsiasi forma di diversione dal pensiero unico.
    La fine della democrazia non avverrà quando si introdurrà l’obbligo vaccinale. Perchè la democrazia è finita ormai da decenni. I punti di non ritorno che questo paese ha percorso sono ormai numerosi e persino antecedenti al Covid. Ma soprattutto, la democrazia finisce ogni qualvolta si persegue e si perseguita qualcuno perchè ha idee diverse. Presi come erano a combattere giustamente le discriminazioni più di moda nella cultura liberal, tutti si sono dimenticati di quella più importante: la discriminazione politica.
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