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La disfatta americana in Afghanistan sembrerebbe segnare simbolicamente la fine dell’ideologia dell’interventismo militare americano. In generale, il principio dell’interventismo è che si debba intervenire in un paese oppresso dai tiranni per regalare alle popolazioni locali l’agognata libertà...
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Il titolo sembra l’incipit della lettera di un parricida. Invece no. Ho amato profondamente mio padre e mia madre, li ho assistiti da solo dall’inizio alla fine delle loro rispettive malattie e ancora oggi faccio fatica ad accettare che non ci siano più. D’altra parte, si nasce, si cresce, si...
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L’espressione “scoppia la pace” indica ironicamente due belligeranti che decidono di smettere di spararsi addosso pur continuando a rimanere nemici. Ma forse il verbo “scoppia” è superfluo perchè la pace stessa, per chi non ne conserva la versione zuccherosa dei pacifisti, non implica certo che...
  1. NEL CUORE DI AMSTERDAMLive Recorded At The Royal Theatre Carré 1988Bass – Tiziano BarbieriCello...
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  4. La disfatta americana in Afghanistan sembrerebbe segnare simbolicamente la fine dell’ideologia dell’interventismo militare americano. In generale, il principio dell’interventismo è che si debba intervenire in un paese oppresso dai tiranni per regalare alle popolazioni locali l’agognata libertà. Mentre il principio del pacifismo è che si debba lasciare un paese libero di autodeterminarsi anche politicamente e socialmente e che ogni forma di interventismo sia sbagliata, anche se quel paese è guidato da uno psicopatico. Entrambe le posizioni, interventismo e pacifismo, se portate all’estremo sono ovviamente deleterie e proviamo a spiegare perchè.





    Nel mio condominio c’è una famiglia il cui padre disoccupato picchia la moglie, i figli, beve e si droga e ha cinque figli che tiene in condizioni di indigenza. Sono legittimato ad intervenire per pacificare la situazione? La risposta sarebbe. “Non sono affari tuoi”. Anche perchè se la cosa si limitasse a questo, non sarebbero affari miei ma dei servizi sociali.
    Ma introduciamo una variabile: questo capofamiglia non rende impossibile solo la vita dei suoi congiunti ma anche quella dei condomini. Urla come un pazzo tutto il giorno, fa fare i bisogni al cane dal balcone, col risultato di una puzza immonda che io puntualmente devo intervenire per pulire, fa un baccano infernale, ospita in casa sua discutibili figuri i quali spesso lanciano occhiate minacciose a chiunque passi nei paraggi. E dal momento che siamo in causa perchè, da un anno, non paga l’affitto, qualche settimana fa ha persino tentato di accoltellarmi.
    A fronte di tutte queste variabili, la domanda è: “Sarebbe ancora illecito che io mi intrometta per cercare di mettere ordine in quella famiglia?”. La risposta di istinto di chiunque sarebbe “chiama la Polizia”. Ma se la Polizia non fa il suo dovere, non resta ad un cittadino altra strada che fare da sè.


    E’ questo principio che ispira gli interventismi in politica estera. Non è sbagliato l’interventismo a priori. Se per esempio a me chiedessero come si dovrebbero risolvere i problemi africani, la mia risposta sarebbe molto chiara. Dal momento che l’Africa è una polveriera che sta proprio davanti casa nostra, le famiglie europee dovrebbero, senza alcun riguardo per i capifamiglia del posto e per le loro abitudini del tutto incompatibili con le nostre, andare lì e cacciarli a pedate, appropriandosi delle loro case. Solo che, diversamente da quanto fatto dagli americani, bisogna rendere migliori quei posti, dare alle famiglie locali un’educazione, una civiltà, dei diritti, un benessere. Se li si deve far vivere in un inferno di povertà e di caos politico come quello nel quale vivono, il condominio del mondo ovviamente non approverebbe e sarebbe legittimato ed interessato ad ostacolarci in ogni modo.
    In un paese con un solido ordine pubblico, sono i servizi sociali e le forze dell’ordine a risolvere problemi come questi. Viceversa, nel diritto internazionale non esiste Polizia. O meglio, esisterebbe una Polizia. Che però, non essendo emanazione di alcuno stato neutro, si adegua ai rapporti di forza del mondo. Tutto questo viene mirabilmente descritto da una favola di Esopo dove il leone, l’asino e la volpe vanno a caccia conseguendo un ottimo bottino. Chiamato dal leone a spartire la cacciagione, l’asino – da buon asino – fa le parti uguali e la cosa irrita il leone. Che lo sbrana. Chiamata la volpe a fare le parti, la volpe – da buona volpe – lascia una piccolissima parte per sè e il resto lo lascia al leone che, complimentandosi con essa, le chiede “Dove hai imparato a fare le parti” e questa le risponde: “E’ stata la disgrazia dell’asino”. I rapporti di forza in politica estera li creano i leoni, non gli asini.


    Ma torniamo all’esempio del condomino: dal momento che nessuno nel condominio sopporta questa famiglia, un eventuale mio intervento verrebbe approvato. Ma cosa accadrebbe se invece di portare pace e ordine, rubassi tutto ciò che c’è in quella casa, cacciassi il capofamiglia, stuprassi la moglie e picchiassi i figli? Verrei ovviamente esecrato da tutto il condominio. Soprattutto se, per inciso, il bottino non lo spartissi con nessuno dei condomini.
    Gli USA non sbagliano in sè quando intervengono in politica estera. Se loro credono che ciò che avviene in un determinato territorio, li riguardi personalmente, è del tutto naturale che decidano di intervenire. Il problema è se, andando via, lasciano quei territori in condizioni migliori rispetto a come li hanno trovati.
    In questi ultimi vent’anni, lo Zio Sam è intervenuto in Libia, in Siria, in Iraq e in Afghanistan. Col presupposto ufficiale di portare la democrazia e quello ufficioso di predare tutte le risorse di quei territori. Ma ammettiamo pure che il presupposto ufficiale e ufficioso coincidano come può benissimo essere. Liberare una casa da un capofamiglia violento e autoritario e far tornare quella famiglia a vivere serena, spensierata e che abbia di che vivere, rende legittimo che il liberatore si appropri delle sue ricchezze. Siamo sicuri che sia avvenuto questo nei territori in cui gli USA sono intervenuti?
    La Libia da quando si è liberata di Gheddafi, è finita nel caos, divisa tra i due signori della guerra Haftar e Serraji. In Iraq, destituito Saddam Hussein, oggi regna l’anarchia. In Siria non si è ripetuta la medesima sorte solo perchè si sono messe di traverso la Russia e l’Iran. E, per finire, nella famiglia Afghanistan sono stati così scontenti dell’azione del liberatore americano che alla fine gli afgani devono aver pensato: meglio il capofamiglia Talebano De Afghanis, che è un padre violento ma almeno è il nostro padre naturale. Visto che quello putativo non ha migliorato la nostra vita, facendosi solo gli affari suoi.


    Non è sbagliato in sè intervenire in paesi il cui caos rischia di contagiare casa nostra, se si porta ordine e prosperità in quelle aree. Semplicemente gli americani hanno semplicemente voluto appropriarsi delle risorse dei territori nei quali hanno cercato di intervenire, senza preoccuparsi minimamente di ristabilire l’ordine e la concordia.
    Cosa che, a sentire George Friedman, non era il reale interesse americano. Quel grandissimo esperto di geopolitica interrogato anni fa sulla politica estera americana disse: “L’interesse americano non è di risolvere i problemi dei paesi dove interviene ma di mantenerli nel caos. In modo da giustificare la presenza degli Stati Uniti”. Questo andava bene in un mondo unipolare dove l’unica sponda erano gli Stati Uniti. Ma in un mondo multipolare, l’interventismo è come un’asta, c’è sempre chi offre di più. E oggi, nell’asse geopolitico, sono emerse le figure della Cina e della Russia che certamente non intervengono per beneficenza e spirito umanitario – nessuno rischia i propri soldati solo per la bella faccia di un altro paese – ma al tempo stesso pragmaticamente si propongono come interlocutori molto più razionali, che costruiscono strade, ponti, che migliorano la vita di quei posti.


    Viceversa, gli Stati Uniti stanno realizzando che la fase storica dell’imperialismo americano volge, forse irreversibilmente, al termine. Oggi l’interventismo sistematico non funziona più. Non conviene. Non porta vantaggi a nessuno. E la cosa più incredibile è che moltissimi paesi, nello specifico, quelli europei, si sono adagiati nell’idea che lo Zio Sam sia un pugile molto forte che debba sempre incrociare i guantoni per difenderli. Dimenticando che nessun campione sale sul ring senza una borsa adeguata. Anche perchè, a dirla tutta, anche i familiari della famiglia America, tra guerre mondiali, Corea e Vietnam, non ne possono più di sentirsi responsabili di fronte al mondo intero, di morire a vuoto e casomai rischiare che qualcuno si coalizzi facendo pagare a loro le colpe del capofamiglia.
    Questa presa di coscienza, come dicevamo giorni fa, segnerà inevitabilmente la geopolitica dei prossimi anni.
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  5. Il titolo sembra l’incipit della lettera di un parricida. Invece no. Ho amato profondamente mio padre e mia madre, li ho assistiti da solo dall’inizio alla fine delle loro rispettive malattie e ancora oggi faccio fatica ad accettare che non ci siano più. D’altra parte, si nasce, si cresce, si matura e tra gli effetti indesiderati di questo percorso c’è di perdere quelle persone che amiamo, ma che hanno il difetto, se così si può definire, di essere un bel po’ più grandi di noi.
    E pur tuttavia una condizione gravosa, una crisi, una perdita, non necessariamente produce solo effetti negativi. Essere orfani produce un’infinità di condizioni sgradevoli sul piano psicologico e materiale. Ma anche l’evento più tragico offre delle opportunità per chi le sa sfruttare. La prima di queste è che non si hanno più freni inibitori. Il padre non è più soltanto la figura rassicurante che ci tira fuori dai guai ma è anche un arbitro che ci dice cosa si deve e non si deve fare. E quando non ha più il potere di imporcelo, mantiene pur sempre quello sguardo severo che si poggia su noi e che ci suggerisce che potremmo aver sbagliato. Anche quando siamo economicamente autosufficienti, la morte di un padre è la fine anzitutto di un’autorità morale, prima ancora che materiale. Perlomeno in chi ha avuto un padre degno di questo nome.
    Sono diventato orfano sufficientemente tardi da non essere costretto all’elemosina per campare ma sufficientemente presto da avere ancora le energie per poter affrontare la cosa. E da aver capito che sono interamente padrone di un destino nel quale tutto il bene e tutto il male che mi capiterà, dipenderà da me e dove dovrò fare quanto è in mio potere per rendere la mia vita degna di ciò che hanno cercato di darmi i miei.


    L’Italia attraversa un momento simile. Aveva due genitori. Una era l’URSS e l’altro sono gli USA. La propria Costituzione era scritta su loro dettatura ed ispirata, infatti, ai princìpi di quei partiti (PCI e DC) che erano emanazione di quelle due gigantesche potenze geopolitiche. L’interesse di entrambe non aveva certamente nulla a che fare con l’amore genitoriale. L’URSS voleva realizzare l’internazionale socialista, gli USA il Nuovo Ordine Mondiale liberista. Ma il meccanismo è simile. Entrambi si sono presi cura dell’Italia, impedendo che sprofondasse nella miseria. E l’Italia, come quel figlio eternamente adolescente anche a trent’anni, ha vissuto illudendosi che certe cose fossero eterne.
    Cosa che sistematicamente accade quando si rimane per troppo tempo a casa da mammà e papà. Invece il fanciullo, se ha dei genitori coscienziosi e responsabili, capisce ben presto che deve studiare, formarsi come uomo e come cittadino. Capisce che le cose che impara a scuola non sono finalizzate a fare bella figura davanti agli altri ma ad accrescere il proprio bagaglio culturale e spirituale. Si rende conto che per sopravvivere, deve trovare un lavoro. In un mondo spietato dove non esiste la sufficienza perchè chi vuole sfruttare il tuo lavoro per arricchirsi non si accontenta del “sei” ma vuole il massimo da te. Invece, la permanenza a casa di genitori che, anche a voler fare la faccia feroce, mai ti metterebbero fuori alla strada, falsa la comprensione di una realtà che invece emerge brutalmente quando si è completamente soli. Non c’è nessuno che ci protegga da Equitalia se non paghi i tuoi debiti col Fisco. Non c’è nessuno che ci ripari dal distacco della luce, dal gas e dall’acqua se non paghiamo le bollette. Non c’è nessuno che ci difenda da una causa intentata se facciamo qualcosa di sbagliato e nel contempo abbiamo qualcosa da perdere. E’ in quel momento che, immancabilmente, si capisce l’importanza di dover badare a se stessi.
    L’Italia si è approfittata per troppo tempo della benevolenza interessata di mamma URSS e di papà USA. Ha creduto che quei benefici sarebbero durati in eterno. Che non arrivasse mai il momento in cui avrebbe dovuto fare da sola. Ha pensato di appaltare la propria difesa militare ad un paese straniero, ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, tanto ci avrebbe pensato papà.
    Oggi tutto questo non è più vero. Anche perchè il papà in questione in realtà non vuole bene ai figli e non è un padre ma un padrino e un padrone. E dunque sta portando via loro tutto quello che gli ha, in maniera interessata, dato per decenni, senza chiedergliene conto.

    L’Italia si è scoperta orfana. Si è resa conto di essere una zattera nell’oceano, senza direzione. Ha capito che quando si è orfani, spesso i fratelli sono i primi nemici. Specie se non sono fratelli di sangue ma si chiamano Germania, Francia, Spagna. In fin dei conti, i fratelli sono tali per volontà dei genitori che li fanno. Non per volere dei fratelli. Che quando sono troppi, può accadere persino quello che raccontava il famoso comico Franco Franchi che, figlio di una famiglia di diciotto figli, riempiva di sale i legumi dei fratelli per non farglieli mangiare e per mangiarseli lui. E se accade tra fratelli, figuriamoci tra paesi. E quando si è da soli, si riscopre l’importanza dell’essenziale, la futilità dei problemi stupidi e inutili. La necessità di provvedere da soli alla propria difesa personale. Di fare piazza pulita di tutte le amicizie inutili, tenendo a se solo le persone che contribuiscono alla propria sicurezza e benessere. Di badare unicamente a se stessi, eliminando la trattazione di problemi superflui. In quest’anno da orfano, per dire, in me si è completamente cancellata ogni forma di socialismo e di umanitarismo, già fortemente declinanti. Me ne strafrego del mio prossimo, penso soltanto a me stesso e al benessere delle persone che amo.
    Non abbiamo, noi italiani, più nessuno che ci difenda, che ci protegga, che ci nutra. Ma non avendo più padri alle spalle, non abbiamo più neanche padroni nè padrini. E’ rimasto soltanto l’alone di una soggezione genitoriale che non ha più ragione di esistere. Per certi versi è un male, per altri può essere un bene. Può essere una sventura sul momento ma può diventare una grandissima occasione di crescita.
    Se il nostro paese saprà capire questo momento storico e sfruttarlo, potrebbero aprirsi molte interessanti opportunità.
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  6. Roma, 1 lug – M5S addio, Giuseppe Conte e Beppe Grillo si contendono ciò che ne resta: dopo lo strappo con il garante, l’ex premier fa sapere che non rinuncia al suo progetto per colpa di una sola persona e il comico genovese corre ai ripari per ricompattare il Movimento con il voto su Rousseau. La scissione dunque appare inevitabile.





    Sangue di Enea Ritter

    Scissione M5S: Conte e Grillo si contendono i parlamentari​

    Se ancora tiene banco il botta e risposta tra Grillo e Conte – con il primo che fa un video in cui dice di non essere il “padre padrone” ma il “papà che ci mette il cuore nel M5S” e il secondo che lo accusa di dire falsità sul suo conto – la vera partita è già sul controllo di quanti più possibili parlamentari e maggiorenti del Movimento.

    Black Brain

    Alla Camera maggioranza con Grillo, al Senato (tanti al secondo mandato) con Conte​

    Se alla Camera i 5 Stelle che vogliono restare con Grillo sono più numerosi, al Senato – soprattutto tra le file di chi è al secondo mandato e rischia la disoccupazione – sono quasi tutti con Conte. Una spaccatura inevitabile in cui c’è ancora chi sta aspettando per schierarsi. A partire dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, di cui però si vocifera la volontà di voler restare con il garante. Viceversa, un passaggio dell’ex capo politico del M5S con Conte per Grillo sarebbe la fine.

    Scontro Conte-Grillo, le ragioni dell’ex premier…​

    Tornando allo scontro che ormai appare insanabile, Conte ha contrattaccato sostenendo che Grillo voleva molto più di una diarchia. “Quando viene chiesta la rappresentanza internazionale, il coordinamento della comunicazione, quando viene chiesto di condividere tutte le scelte degli organi politici – vicepresidenti, componenti dei comitati – quando finanche viene chiesto di concordare e autorizzare addirittura i contratti allo staff di segreteria io credo che sia più che una diarchia ed è umiliante. Quindi lo statuto non è seicentesco, è medievale da questo punto di vista”, sostiene l’ex premier. Poi l’annuncio: “Se resto in campo? Sicuramente c’è tanto sostegno dai cittadini, abbiamo fatto un progetto politico, ho lavorato 4 mesi a questo progetto e non vedevo l’ora di condividerlo… Questo progetto politico evidentemente non lo voglio tenere nel cassetto, perché non può essere la contrarietà di una singola persona a fermare questa proposta politica che ritengo ambiziosa e utile anche per il Paese”.

    …e quelle del garante M5S​

    Dal canto suo Grillo, in un nuovo video dai toni più morbidi in cui sostanzialmente fa appello all’unità in vista della scissione, difende la sua posizione. “Io ho reagito come dovevo, col mio cuore, la mia anima e la mia intelligenza. Non da padre padrone ma da papà, ho fatto cose straordinarie ricordo a chi oggi mi sta disprezzando”. Circa l’intenzione dei contiani di mollare il Movimento, il garante si limita a dire: “Se qualcuno farà una scelta diversa la farà in coscienza“. In merito allo statuto “seicentesco”, che secondo Grillo non andava bene perché limitava troppo i poteri del garante e al contempo aumentava a dismisura quelli del leader politico, il garante rivela che dopo una contrattazione a un certo punto Conte ha detto: “Io non ti rispondo più”. Per poi dire quello che ha detto in conferenza in diretta Facebook. A sentire l’ex premier invece queste sono falsità. Ma il punto ormai è un altro.

    Il partitino di Conte è virtuale e non ha posto neanche in Parlamento​


    Conte va alla conta di quanti 5 Stelle stanno con lui: si vuole fare un partitino tutto suo. Anche se virtuale, senza neanche la possibilità di nascere intanto almeno in Parlamento. Infatti al massimo i contiani devono finire nel Misto, non potendo presentare un nuovo simbolo o nome. Grillo invece vuole bruciare le tappe e far votare prima possibile su Rousseau un Comitato direttivo, con nomi indicati da lui che però ricompatterebbero il Movimento. Ovvio che Grillo conta soprattutto su Di Maio e anche su Roberto Fico, il presidente della Camera, anche lui per ora in silenzio. Staremo a vedere.

    Il dato politico è che il M5S è finito​

    Il dato politico tuttavia è che il M5S è finito. Quel che diventeranno i due tronconi nati dalla scissione ancora non è dato sapere, ma appare evidente che Grillo stia giocando la carta del ritorno alle origini, di resettare tutto a prima dell’appoggio a Conte. Che lo ricordiamo si è concretizzato in due governi prima e nell’investitura a leader 5 Stelle poi. Per finire con un “vaffa” in cui potrebbe finire anche la carriera politica dell’ex premier. In effetti Conte, che (giustamente) per Grillo “non ha una visione politica né capacità manageriali”, un progetto preciso. Per ora voleva semplicemente scalare il M5S e mettere in un angolo il fondatore. Operazione fallita. Ora che ci sarà la scissione, Conte ha anche il piccolo problema di non essere eletto in Parlamento. In tal senso non possiamo neanche dire che (con i dovuti distinguo) è il Renzi del M5S: per l’equivalente di Italia Viva infatti non c’è posto in Aula.




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  7. L’espressione “scoppia la pace” indica ironicamente due belligeranti che decidono di smettere di spararsi addosso pur continuando a rimanere nemici. Ma forse il verbo “scoppia” è superfluo perchè la pace stessa, per chi non ne conserva la versione zuccherosa dei pacifisti, non implica certo che due contendenti che si sono sbranati fino al giorno prima, decidano di fare all’amore. Ma solo che trovino più utile non spararsi addosso, pur continuando a duellare. Fu questo principio a far dire a Von Clausewitz che la politica è la guerra proseguita con altri mezzi. Che si sarebbe potuta tranquillamente ribaltare. E che fa titolare ai giornali che tra Conte e Grillo scoppia la pace. E a tal riguardo è lecito chiedersi perchè.



    Saltando a pie pari le considerazioni sulla natura nebulosa dell’accordo che non contano in realtà nulla – contano solo le forze in campo – la prima cosa da dire, sulla scia di quanto premesso sopra, è un’ovvieta: in un duello, se i duellanti decidono di fare la pace è perchè nessuno dei due ha la possibilità di vincere.
    Per quanto Conte cercasse di intimidire l’avversario a colpi di mutria e di prosopopea tipicamente giuridichese, di sicuro un leader politico convinto di conquistare un largo consenso non pretende di costruire la propria comunità tentando di appropriarsi dei dati personali degli iscritti dell’avversario, viepiù vantando inesistenti ragioni di tipo giuridico. Se la crea da zero.
    In tal senso, per quanto si atteggino ad enti istituzionali, le comunità della Casaleggio Associati, il blog di Grillo, il sito del Movimento, i portali di propaganda (TzeTze e altri) e Rousseau, non sono nient’altro che forum appartenenti ad aziende private, ai quali l’utente si iscrive accettando di cedere i propri dati. E quelle iscrizioni Grillo se le è conquistate. Non intimando al PD o a Forza Italia di cedergli i dati degli iscritti.
    E’ sicuramente vero che le autorità giudiziarie possono imporre, per mille valide ragioni, che Davide Casaleggio consegni i dati degli iscritti. Ma solo per accertamenti dovuti al perseguimento di un reato. Di certo non perchè lo chiede, per ragioni politiche dunque personali, un ex-presidente del consiglio che oltretutto, in questa fase, non essendo neanche un parlamentare e non avendo un proprio partito, è tornato al rango di cittadino privato al pari di un’emerita nullità come chi scrive questo articolo.

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    In tal senso, le richieste di Giuseppi non solo erano talmente assurde sul piano giuridico da farmi, per un momento, dubitare che fosse davvero laureato in legge. Ma lo erano soprattutto sul piano politico.
    Che se ne pensi bene o male (e io ne penso malissimo), Grillo, pur imbolsito e appesantito nella sua forza politica, resta pur sempre un leader di lungo corso e di largo consenso, sia come comico che come politico, che si è conquistato i galloni di capo sul campo. Conte è un signor nessuno di cui sfido chiunque a ricordarsene l’esistenza prima della sua esperienza di governo. E che Grillo inevitabilmente guarda come una libellula guarda una mosca. In sovrappiù, Beppe rispetto a Giuseppi ha una cosa che si chiama esperienza. Padroneggia egregiamente i media di vecchia e nuova generazione – per averli frequentati per tantissimi anni – ed è probabile che abbia detto al suo rivale “Caro professore attento. Tu oggi godi di grande consenso solo perchè i media ti vogliono aizzare contro di me. Ma non illuderti che una volta che mi hai confiscato casa, poi non ti facciano fuori. Quelli hanno già i loro leader e tu sei solo il loro utile idiota”. Riconducendo Giuseppi a miti consigli.
    Beppe Grillo, da par suo, era giustappunto consapevole che, in caso di guerra, Conte avesse l’appoggio momentaneo dell’establishment – che già aveva iniziato a massaggiare i nervi dell’ex-comico con la storia del figlio – e che insomma convenisse non tirare troppo la corda.
    Entrambi hanno bluffato il tempo necessario per poi arrivare al momento in cui immancabilmente, come dicono nel poker, si “vedono” le carte. Per poi rendersi conto di avere in mano solo scartine. E hanno preferito l’accordo. Al netto naturalmente di altre cose che non sappiamo e forse non sapremo mai. E che potrebbero rendere inutile questo articolo più di quanto non lo sia di suo.


    Sarebbe poco serio fare previsioni a lungo termine. Certamente la pace tra i due non implica certo che sia cessata la reciproca diffidenza. A tal riguardo viene da pensare a quando Berlusconi fondò il PDL, sfilando AN da sotto il sedere di Fini. Che dapprima protestò (“Siamo alle comiche finali!”) ma poi decise di rimanere nel partito facendogli la guerra da dentro. Tentativo legittimo se non fosse che, scegliendo la strada suicida di amoreggiare con la sinistra, si inimicò di fatto tutto il popolo della destra di AN che seguì il Cavaliere. Che evidentemente conosceva l’elettorato meglio di Gianfranco.
    Nel caso del Movimento 5 Stelle, la situazione è più complessa. In primo luogo perchè non è chiaro l’establishment con chi si schiererà tra i due.
    Inoltre, mentre Berlusconi era a capo di una corazzata, nessuno degli attuali duellanti ha ragioni per essere ottimista sul proprio futuro politico.
    Non ne ha Beppe dal momento che, sì, il Movimento 5 Stelle ha certamente avuto molti voti anche da destra ma personalmente non conosco nessuno, da quelle parti, che oggi lo voterebbe.
    Ma non ne ha neanche Giuseppi. La sinistra di oggi non è certo quella del PCI ma molti dei suoi dirigenti e intellettuali storici sono, più o meno ufficialmente, ancora in attività. Avranno dunque mantenuto intatta la sapienza tattica di quel grande partito, compresa la storica capacità di suonare attraverso le sue innumerevoli grancasse, dolcissime melodie nei confronti di chiunque porti loro un tornaconto, per poi, quando occorrerà, vomitargli addosso, napoletanamente parlando, “questo, quello e Mariastella”.
    Durante il primo governo, Conte è stato insultato in tutti i modi dalla sinistra, sovente con una sgradevolezza che ha infastidito persino chi non lo aveva certo in simpatia. E il motivo è ovvio: uno degli azionisti di quel governo era Salvini. Durante il secondo governo, a sentire i media, Conte era divenuto il nuovo De Gasperi. Fino all’imbarazzante fenomeno mediatico delle “bimbe di Conte” prontamente rispolverate in chiave antileghista, antifascista e non so più che altro. Un’inversione ad U che nauserebbe persino uno stomaco d’amianto ma che potrebbe tranquillamente ripetersi nel momento in cui lo scenario mutasse ancora. E’ del tutto impensabile che se Conte si costruisse un soggetto politico per conto proprio, la sinistra gli lasci quote di mercato, senza invece più probabilmente ricominciare ad insultarlo.

    Conte e Grillo devono aver considerato tutti questi dati e alla fine, come il leone e il cinghiale della favola di Esopo, vedendo sullo sfondo accumularsi gli avvoltoi, invece di scannarsi hanno preferito mettersi d’accordo.
    Una scelta che, almeno dal punto di vista dei loro interessi, può considerarsi saggia.
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