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Franco Marino
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Anche senza essere agronomi, basta avere un terreno per sapere che non bisogna metterci troppi pozzi. E la ragione è ovvia: le falde acquifere non aumentano certo in proporzione all’aumento dei pozzi e alla lunga rischiano di inaridirsi. I pozzi vanno aumentati quando si scoprono nuove falde. In...
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Soltanto ieri ho parlato dell’amor di patria. E amando il mio paese, non posso che dolermi del triste momento che sta vivendo. Ma ci sono anche circostanze in cui si può essere sinceramente dispiaciuti per le sorti di un paese straniero che ci è caro. Che nel mio caso sono tre: Norvegia, Libia...
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Il mio paese è stato traversato per vent'anni dalla faida tra berlusconiani e antiberlusconiani e io, berlusconiano, non ho ovviamente mai dato peso alle pretestuose diffamazioni degli avversari ma neanche alla piaggeria dei sostenitori del Cavaliere. Per me Berlusconi è sempre e solo stato uno...
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  4. GLI SCIENZIATI SONO I NUOVI MAGISTRATI
    Chi ha dai trenta anni in su, ha vissuto nell’età della ragione tutta la Seconda Repubblica col suo carico di fuffa ad essa associato, in particolar modo lo scontro tra berlusconiani e antiberlusconiani. Che lungi dall’essere uno scontro di idee del tutto normale in Occidente dove in Francia ci si divide tra destra repubblicana (qualche volta lepenista) e sinistra socialista, in Germania tra cristiani democratici e e socialdemocratici, negli USA tra Repubblicani e Democratici, in Inghilterra tra laburisti e conservatori, in Italia assunse la grottesca piega di uno scontro identitario, con venature giudiziarie.
    A destra si diceva che la magistratura fosse fatta di toghe rosse, a sinistra – quando ancora i discendenti di Di Pietro non avevano iniziato a colpire il PDS e derivati – si esaltava la magistratura come argine contro lo strapotere berlusconiano, ignorando tutti i marchiani errori logici sottesi a tale esaltazione. E ho assistito con i miei occhi alla sconcertante lite tra uno zio e il nipote che arrivavano alle mani non per questioni ereditarie – come pure sarebbe stato più normale ancorché sgradevole – ma se Berlusconi sapesse o meno che Ruby era minorenne. Il tutto mentre il Cavaliere se la godeva in una delle sue ville megagalattiche magari beandosi di tanta attenzione, sia negativa che positiva.


    Intendiamoci bene, la magistratura è il cardine di uno stato di diritto ed essa è sicuramente composta da fior di cervelloni che, nella stragrande maggioranza dei casi, per accedervi vincono un concorso durissimo, che miete vittime anche tra coloro che poi svolgeranno una fortunatissima carriera in altri mestieri giurisprudenziali. Ma in quanto potere composto da uomini, naturalmente va sottoposta a controlli come qualsiasi potere. Epperò non c’è niente da fare, una pessima Costituzione ha deciso che debbano essere intoccabili e oggi ci ritroviamo a discutere di scandali che sorprendono solo chi ha identificato nel magistrato un oplita del Bene sempre proteso all’inseguimento di una perpetua palingenesi morale e sociale. Di sicuro non i tanti che la giustizia l’hanno vista funzionare troppo da vicino per pretendere che si idealizzasse. La magistratura ha, così, toccato il punto più basso della sua popolarità e un’eventuale riforma della giustizia, dai contenuti radicali, oggi incontrerebbe forse (dico forse) meno resistenze del passato.
    Il nostro è un paese che tritura tutto, imparando poco. Alla sporcizia dell’agone politico abbiamo immolato svariati princìpi che godevano di un credito illimitato. Che un geniale imprenditore fosse automaticamente anche un grande politico; che l’onestà e la parità tra gli iscritti ad un partito fossero forieri di prosperità e ricambio politico; che i tecnici al governo alla maniera del signor Wolf avrebbero risolto quei problemi che una pasticciona classe politica, alla maniera di Vincent Vega e Jules Winnfield aveva creato; che bastasse “rottamare” un’intera classe politica per cambiare questo paese; in sostanza abbiamo assistito alla sistematica caduta di miti che hanno caratterizzato la narrazione di tutta la politica della seconda Repubblica.


    Ogni narrazione – sennò non la definiremmo tale – conteneva numerosi errori logici di fondo. Un imprenditore può realizzare grandi imprese nel privato ma fallire la rivoluzione liberale. Un movimento può essere fatto di persone incensurate, specie se divinizza acriticamente la magistratura, e pur tuttavia rinnegare disonestamente i cardini ideologici che ne avevano favorito l’ascesa. Un governo di tecnici può conoscere alla perfezione la materia ma se non è provvisto di visione politica, delle conoscenze tecniche non sa cosa farsene. E magari se ne va lasciando il paese in condizioni persino peggiori. E la rottamazione non serve assolutamente a nulla se quelli che arrivano dopo sono peggiori di quelli di prima.
    Ora va di moda un’altra narrazione: l’idea che affidando il paese agli scienziati, altrettanto scientificamente il paese si salva e diventa virtuoso. E questa è forse la narrazione che di errori logici ne contiene di più – e ce ne vuole – rispetto alle altre.
    Il primo di essi lo si scorge se si conosce l’etimologia della parola “scienza” che deriva dal latino “scio”, io so. Ma ciò che io so non è detto che sia quello che è. Per secoli la scienza, nelle sue declinazioni, ha creduto vere cose che poi si sono rivelate clamorosi falsi. Per secoli si riteneva che il Sole girasse attorno alla Terra. Che per guarire un paziente bisognasse praticargli dei salassi. Recentissimo è il caso della “memoria dell’acqua”, scoperta che sbugiardata valse al suo teorico il Premio Ignobel (una specie di Razzie Awards della scienza, suppongo) un po’ meno recente è l’errore dei raggi N. Per cento anni tra Settecento e Ottocento, si credette di poter curare le persone sfruttando i campi magnetici. Cose che oggi fanno ridere ma che ai tempi costituivano il “sapere” propriamente detto, ciò che io so, scio, dunque scienza. Ma che non è detto che corrisponda a ciò che effettivamente sia. Errori normalissimi perché, come ricordava Richard Feynman (premio Nobel per la Fisica nel 1965): “la Scienza è fatta di errori, che sono utili perché, piano piano, sono proprio questi errori che ci guidano verso la verità”.
    La teoria della relatività che consacrò Einstein ancora oggi incontra numerosissimi contestatori, tutti fior di scienziati. Un mio parente, che fu un importante ricercatore, si diceva convinto che TUTTI i tumori avessero un’origine virale, opinione osteggiata dalla comunità scientifica. Ed è tuttavia, oggi, opinione comune che il Papilloma virus induca il cancro all’utero. E qui c’è il secondo errore logico, ricorrente anche quando si parla di diritto e dunque di magistratura, e cioè che sia sufficiente avere ragione per vedersela data. Gli scienziati sono, di fatto, una comunità umana come tutte le altre. Così come la magistratura, è fatta da persone virtuose come lo erano Falcone e Borsellino, ma che possono anche essere parte di sistemi deviati come Palamara. E così come stiamo scoprendo una Magistropoli, è possibilissimo che un giorno scopriremo una Scienzopoli. Se un domani io scoprissi, che ne so, la cura del cancro, non basterebbe che questa guarisca il paziente: la comunità scientifica dovrebbe riconoscerla come valida per poter essere applicata né più né meno di come un imputato può trascorrere l’intera vita in galera per un reato che non ha commesso e un delinquente può farla franca. Magari perché il giudice che doveva condannare il colpevole o assolvere l’innocente, è stato corrotto o minacciato. E dunque la mia cura potrebbe essere sabotata dalla comunità scientifica. Magari perché qualche scienziato viene corrotto da qualche casa farmaceutica.


    Nel caso di tutta la controversa querelle sul covid-19, ma anche quella relativa ai vaccini, scientisti e antiscientisti, messi gli uni contro gli altri dalle squadriglie politiche, dimenticano il punto di fondo: della scienza non è lecito dubitare in quanto scienza ma in quanto amministrata da esseri umani. Il problema non è, cioè, se esista o meno il covid-19, se i vaccini facciano bene o male. La vera domanda è “Possiamo fidarci di questa classe di scienziati?”.
    Ognuno avrà la sua risposta a questa domanda ma se è perfettamente lecito che qualcuno decida di affidare acriticamente la sorte dei propri figli ad un Burioni o chi per lui, dall’altro è altrettanto lecito che prima di far sbucherellare allegramente i nostri bambini per poi, come è avvenuto svariate volte, scoprire che una partita di vaccini può essere avariata, che quel vaccino possa essere pericoloso, che le trasfusioni vengano fatte con sangue infetto da AIDS, perché magari un ministro si è venduto alle case farmaceutiche – ed è successo proprio in Italia – dicevamo è altrettanto lecito non fidarsi a priori. E dunque cercare di capire se esistano alternative. Informarsi ovunque possibile, naturalmente evitando di cadere nelle trappole dei siti spacciabufale – che sono, oggi, un business al pari di Big Pharma – o di dare per scontate le tesi opposte.
    La scienza ha compiuto passi che hanno migliorato la nostra vita. Allungandola, rasserenandola. Ma anche commesso gravi errori. Non va demonizzata ma neanche esaltata. E’ fondamentale ma non deve scadere nel fondamentalismo. E soprattutto non le va affidato il compito di governare un paese perché, come la magistratura, fornisce informazioni pure e semplici, di cui poi il politico – che risponde al popolo del suo operato – deciderà che uso farne. L’energia nucleare è un’informazione con cui si possono fare cose meravigliose e cose pericolosissime. I vaccini, se fatti come si deve, debellano malattie pericolosissime ma se non ben confezionati, possono divenire una pericolosissima arma virologica.
    E soprattutto, così come vale per qualsiasi cosa, bisogna sempre tenere alto lo spirito critico.
    Un giorno potremmo scoprire che anche nei laboratori scientifici si nasconde un Palamara.
    Magari dopo aver rovinato la salute dei nostri figli.
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  5. Anche senza essere agronomi, basta avere un terreno per sapere che non bisogna metterci troppi pozzi. E la ragione è ovvia: le falde acquifere non aumentano certo in proporzione all’aumento dei pozzi e alla lunga rischiano di inaridirsi. I pozzi vanno aumentati quando si scoprono nuove falde. In quel caso ha senso. Chiunque avvii un prodotto editoriale, in pratica costruisce un pozzo. Deve costruirlo in un posto vicino ad un buon parco lettori, possibilmente poco esplorato. Viceversa, contribuisce all’inaridimento del giornalismo (della falda acquifera) e lui per primo raccoglie pochi lettori (poca acqua).


    Ma questo di fatto fa sorgere spontanea la domanda: come fare un buon giornale? Non essendo un editore né un direttore, la mia risposta non sarebbe autorevole. Ma per quasi otto anni ho avuto un blog da diecimila visite uniche in media al giorno e nei successivi dieci anni ho creato un profilo e una pagina da cinquantamila follower. Numeri che non sono malvagi. Come creatore di contenuti di interesse, penso di sapere il fatto mio. Ma come ci si riesce? Anzitutto, sgrassando l’analisi del proprio potenziale elettorato da ottimistici pregiudizi, senza farsi infinocchiare da moralismi del tipo “Dobbiamo essere i cani da guardia del potere”, “i fatti prima delle opinioni”, “l’imparzialità”. Il lettore non vuole le notizie, non vuole l’imparzialità, ma semplicemente entrare in una consorteria che rafforzi le opinioni che ha già deciso di abbracciare. Specialmente in un’era in cui le notizie le danno direttamente in un tweet gli stessi protagonisti.
    Dice: ma allora tu scrivi per compiacere i lettori? No. Semplicemente quando ho deciso nel 2003 di mettere nero su bianco i miei pensieri, mi sono chiesto se potessero piacere a qualcuno, se ci fosse un “mercato”, mi sono detto di sì e fortunatamente i numeri mi hanno dato ragione.
    Questo però non spiega solo quel po’ di seguito che ho (che considero un successo enorme se rapportato ad un investimento tra il modesto e l’inesistente) ma anche il successo passato di grandi giornali come Repubblica e Il Giornale. Che non erano giornali ma comunità di lettori uniti dai medesimi valori e che in un giornale non si limitavano a cercare le notizie: semplicemente, cercavano una casa comune nella quale riconoscersi. E spiega anche il formidabile successo – poi potranno esserci antipatici, ma bisogna riconoscergli il talento comunicativo – della Lucarelli, di Scanzi, di Travaglio e di tanti piccoli e grandi influencer. I quali certamente hanno anche una brillante penna e un accattivante scilinguagnolo che non guastano, ma anzitutto posseggono la primaria qualità di indovinare le temperie del tempo che vivono e di conoscere i confini entro cui possono praticare la loro influenza. La Lucarelli è cosciente che il giorno in cui, anche per caso, le scappasse di dire qualcosa di destra, verrebbe abbandonata da molti lettori di sinistra (e, va da sè, ne acquisterebbe altri a destra). Così come molto più modestamente il nostro giornale perderebbe moltissime visite se cambiassimo linea editoriale. E ne acquisterebbe a sinistra.


    Come si concilia questo con la chiusura delle redazioni di Studio Aperto e del TG4? Qui si ritorna alla teoria del pozzo. Ormai ce ne sono troppi che sfruttano la stessa falda acquifera. Un tempo chiunque guardasse il TG4 ci leggeva le quotidiane professioni di Fede (nomen omen) nei confronti di Berlusconi. Quel pittoresco giornalista si cattivava i lazzi delle lobby della risata rossa, ma i suoi ascolti erano alti perché era uno dei pochi a sfruttare un certo bacino elettorale. Oggi il TG4 è indistinguibile da qualsiasi altro telegiornale, completamente appiattito sulla linea del medicalmente corretto. Idem Studio Aperto. C’è da stupirsi che stiano crollando gli ascolti e le visite?
    Un vecchio detto insegnava che, se qualcuno ti dà dell’asino, hai il diritto di offenderti e protestare, ma se a dirtelo cominciano ad essere molti, ti conviene cominciare a ragliare. Finché i partiti cosiddetti populisti sono stati un’anomalia, l’establishment si è limitato a disprezzarli. Ma ora che la protesta sta dilagando – e la crisi dei partiti che rappresentavano le istanze della protesta, è solo istituzionale, ciò significa che la protesta rischia di finire nell’eversione – è inutile liquidarli con un’alzata di spalle. È inutile esorcizzarli con definizioni altezzose come nazionalisti, xenofobi, estremisti, novax, sfascisti. Ormai è necessario tenerne conto. Se tanti cittadini, anche nei Paesi più sviluppati, sono talmente “arrabbiati” da non curarsi per nulla di ciò che dicono in coro i grandi politici, i grandi giornali, i grandi intellettuali, è segno che non contestano questo o quel partito, questa o quella linea di governo, ma qualcosa di più profondo e di più importante: lo stesso modello sociale. Che è una falda acquifera ormai logora e in via di esaurimento.


    Viceversa, si stanno scoprendo nuove falde acquifere. Ma molti editori e direttori di giornale, invece, si illudono che costruendone nuovi sulla stessa falda, o cambiandone la struttura, l’acqua ricomincerà a sgorgare.
    Salvo poi piangere perché di acqua non ce n’è più. E cadere dentro i pozzi.
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  6. Soltanto ieri ho parlato dell’amor di patria. E amando il mio paese, non posso che dolermi del triste momento che sta vivendo. Ma ci sono anche circostanze in cui si può essere sinceramente dispiaciuti per le sorti di un paese straniero che ci è caro. Che nel mio caso sono tre: Norvegia, Libia, Russia. La Norvegia perché ci ho vissuto alcuni anni molto belli, la Libia perché ci ho lavorato e di cui ricordo la meraviglia dei paesaggi e delle costruzioni, la Russia perché, per via di parenti lì, ci sono stato spesso, scoprendo la bellezza di San Pietroburgo. Paesi ai quali se accadesse qualcosa di male, ovviamente mi dispiacerebbe molto di più rispetto ad altri. Senza nulla togliere a questi altri. E’ un fatto sentimentale. Ma mentre dalla Norvegia e dalla Russia non mi giungono notizie di sconvolgimenti in atto, da dieci anni invece la Libia è martoriata da una sanguinosa guerra che ha quasi completamente distrutto quel paese. E da ieri si sta tenendo una conferenza per discutere di quali saranno le sorti per la Libia, nella quale a fine Dicembre si terranno le elezioni per stabilire la nuova leadership.


    I media parlano di questo evento come fosse l’alba di una nuova fase e al riguardo non si può che dubitarne. Non si vuole da questa mia modesta postazione insegnare il mestiere a gente che si occupa di geopolitica da tanti anni, ciò non significa che se si dice che Tripoli è la capitale degli Stati Uniti, si debba accettare la cosa solo perché magari, dico per dire, la dice un esperto di geografia o geopolitica. Un errore rimane tale, quale che sia l’autorevolezza di chi lo compie.

    Al riguardo, quando si parla di Libia, è sempre bene tenere conto che si parla del nulla assoluto. Perché come nazione non esiste. Fu arbitrariamente creata dall’ONU, all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale quando, progressivamente, tutti i paesi del continente europeo persero le colonie. In quella che noi chiamiamo Libia, esistono ben centoquaranta tribù, ognuna con usanze completamente completamente diverse e antitetiche tra loro, per religione, etnia, lingua e dunque storia e cultura. Unite solo da una cosa: considerare Gheddafi prima e Al Serraji e Haftar poi, personaggi abusivi che non rappresentano certo tutte le istanze libiche. E che naturalmente subiscono le ostilità – peraltro eterodirette dalle potenze geopolitiche – delle altre tribù.
    E’ del tutto impensabile che possa nascere una democrazia in quei posti. Perché la democrazia è fatta di leggi la cui presenza presuppone uno stato figlio di una nazione in cui tutti si riconoscano. Anche perché è la cultura di un popolo a dargli quei princìpi che poi si convertiranno in leggi.
    Si capisce già da questo che oggi come oggi, non sia possibile alcuna democrazia in Libia e che l’unica salvezza di quel popolo possa arrivare solo da qualcuno che si assuma la responsabilità, senza sensi di colpa, di andare lì, fare tabula rasa di tutte le culture locali, di tutti i tanti capi e capetti di quelle zone e di fatto annettere quel territorio alla propria nazione. Schema che, per come la vedo io, andrebbe replicato su tutti i paesi africani che si trovano nella medesima condizione dato che sono tutti nelle medesime condizioni della Libia, stesso punto di partenza, stessi guai. L’Italia, che sta proprio di fronte ai libici, dovrebbe semplicemente prendere – è il caso di dirlo – armi e bagagli, andare lì e occupare quei territori, senza andare troppo per il sottile. E non è questione di voler fare la guerra preventiva. E’ che così come non possiamo vivere in un condominio dove c’è un appartamento abbandonato dove bivaccano tossici violenti, non possiamo nemmeno avere un non-stato davanti alle nostre coste, con tutto ciò che ne consegue, sul piano pratico, anche in termini di immigrazione. So benissimo che molti terzomondisti mi faranno il nome del figlio di Gheddafi. Soltanto che quel ragazzo purtroppo ha la stessa ottusità del padre: pensa ancora alla possibilità che nasca una nazione libica e il massimo che è disposto a concedere è una partnership. E qua c’è da trasecolare: come può pensare di pretendere che qualcuno lotti per l’indipendenza della Libia senza ricavarne ritorni economici e geopolitici blindati? Chi è il pazzo sprovveduto che spenderebbe soldi e uomini solo per una semplice partnership? Io che da sempre sogno una Libia italiana o almeno filoitaliana, sarei il primo a trovare folle una cosa del genere.
    Ma Gheddafi figlio è l’ultimo dei problemi. Non sono le resistenze locali ad impedire lo scenario sopra descritto. Se il problema fosse solo l’Italia contro la Libia, l’esito della guerra non sarebbe scontato ma saremmo fortemente favoriti per la vittoria.


    Nel mondo ideale, appunto. Perché nel mondo reale, ovviamente, le cose sono molto più complicate. In primis, un’azione di questo tipo richiederebbe doverosamente la benedizione di paesi molto più grandi dei nostri che in quel caso vorrebbero la loro fetta della torta, specie dopo aver speso danari e uomini. Quando per esempio Francia assalì banditescamente Gheddafi, ebbe la benedizione degli americani che volevano toglierselo di torno, approfittando anche della debolezza politica di Berlusconi che era l’interlocutore privilegiato del defunto leader libico. E gli americani quel supporto se lo sono fatto pagare caro e amaro. In secundis, il vero problema, come dicevamo nel precedente paragrafo, non è tanto affrontare le resistenze dei locali. Saltando pie pari le sciocchezze di Di Battista che dice che la Libia sarebbe il nostro Vietnam, nella realtà quel paese è desertico, le sue comunicazioni sono rese difficili dalle distanze, il livello tecnologico degli armati che andremmo ad affrontare è basso, dunque tecnicamente non dovremmo avere problemi, anche se naturalmente è il benvenuto qualsiasi militare che abbia dati e prospettive differenti e voglia contraddirmi in merito. La questione non è quella ma come affrontare le azioni di sabotaggio che puntualmente arriverebbero dal giorno dopo da parte dei servizi segreti degli altri paesi. In parole povere, per fare davvero pulizia, l’Italia dovrebbe avere una serie di requisiti interconnessi. In primo luogo una politica forte, che non possa essere fatta fuori dal primo giudice. Poi, il controllo totale dei servizi segreti nazionali oltre ad un solido servizio segreto estero, una sorta di CIA italiana. In teoria esisterebbe l’AISE. Solo che, sarà che siamo di bocca buona, ma gli interessi italiani non è che ultimamente sembrino granché tutelati. Senza contare l’esistenza di quella gran buffonata del Copasir, “il controllo di trasparenza dei servizi segreti”, che è come dire il comitato di controllo dell’illibatezza di una prostituta. Dovrebbe avere una classe politica di gente non animata dall’irenica visione di un mondo arcobalenato dove guai a toccare l’Africa – e che però casomai permette all’Africa di toccare l’Europa – e soprattutto una mentalità che faccia giustizia di tutte le scemenze finora proferite sul colonialismo, a partire dallo sciocco senso di colpa che da quasi ottant’anni intossica ogni dibattito sulla questione africana e che tratta gli africani (quelli con la pelle nera) come povere vittime dell’uomo bianco, senza neanche contare che nei paesi a maggioranza islamica o di pelle nera, i bianchi cristiani vengano giornalmente massacrati. Scemenze che peraltro, purtroppo, non attecchiscono solo a sinistra ma imbevono anche un po’ di destra radicale.

    Soluzioni realistiche non ce ne sono. E forse è quello il punto: la malattia libica non ha cura. Perché la Libia è un paese ricchissimo di materie prime che servono a nutrire paesi che ne hanno bisogno. E che certamente non accetterebbero di sloggiare da lì, tantopiù se a muoversi fosse l’Italia. Tutte le volte che qualcuno parla di ripartizione della Libia, all’Italia assegnano la Tripolitania. Una regione quasi completamente priva di materie prime (che invece sono in Cirenaica e nel Fezzan, oltre che nel deserto), quindi sarebbe solo un costo aggiuntivo, quattro milioni di bocche in più da sfamare, mentre la vera torta se la prenderebbero gli altri.


    Forse bisogna rassegnarsi e considerare la situazione libica per quello che è: una malattia incurabile. Non rimane che sognare. Che, per esempio, crollino tutte le grandi potenze geopolitiche mondiali? Che si mettano d’accordo e ragionino responsabilmente e accettino che ogni parte del territorio africano abbia un padrone europeo? Che cinesi, americani e russi consentano che le nazioni europee tornino all’altezza della loro secolare fama? Nulla ci vieta di rifugiarsi in un onirico mondo di soluzioni mirabolanti. Il guaio dei sogni è che durano massimo qualche decina di minuti. Poi suona la sveglia.
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  7. Il mio paese è stato traversato per vent'anni dalla faida tra berlusconiani e antiberlusconiani e io, berlusconiano, non ho ovviamente mai dato peso alle pretestuose diffamazioni degli avversari ma neanche alla piaggeria dei sostenitori del Cavaliere. Per me Berlusconi è sempre e solo stato uno che votavo perchè pensavo rappresentasse i miei valori. Finita questa suggestione, ho smesso di votarlo. Senza mai nè battermi il petto per averlo votato nè essere un fan quando lo votavo. C'è, infatti, un momento in cui immancabilmente sento puzza di bugia. Ed è quando sui media vedo comparire un Buono e un Cattivo. Una società Buona e una Malvagia. Insomma quando vedo disegnare l'incarnazione del Bene e il Satana da consacrare ora al ludibrio ora alla stramaledizione delle masse, in un meccanismo che talvolta sconfina in quel bullismo che va così di moda condannare. Tantopiù che ci sono alcuni casi che uno si chiede: ma se il Bene è universale, come mai a molti non piace? Per quale motivo un leader politico afgano, iraniano, cinese, russo, diffida così tanto dei valori occidentali al punto di combatterli finanche, in qualche caso, compiendo atti terroristici?
    Se si vuole capire come stanno le cose, bisogna sempre considerare il punto di vista dell'avversario. "addestrato" da Montanelli a ritenere Piazzale Loreto un'autentica vergogna, oggi che ritengo di vivere in una dittatura di gran lunga peggiore di quella fascista, mi rendo conto che se un giorno si ripetesse quella scena, a parti invertite, probabilmente anche io sarei in quella piazza a sputare sui cadaveri.

    Il punto di vista di un afgano non lo conosco perchè non ho amicizie afgane. Però conosco il punto di vista di molti amici iraniani, russi, libici, egiziani, siriani. E se tutti, dico tutti, diffidano dell'Occidente, a meno di non fare come la barzelletta del pazzo che guida contromano e dice "non sono io, sono loro che vanno contromano", bisognerebbe pure chiedersi perchè.
    L'Occidente vive in un gigantesco schema Ponzi. Per chi non lo conoscesse, questa definizione deriva da una famosa truffa ideata da un italiano, Carlo Ponzi (e riproposta negli USA da Madoff) un banchiere che prometteva ai suoi investitori guadagni da capogiro che tuttavia - è qui la truffa - non erano frutti di investimenti ma del denaro di altri investitori.
    Verrebbe da dire che Ponzi e Madoff siano stati fatti fuori perchè lo stato non tollera la concorrenza. Il sistema finanziario dei paesi occidentali, infatti, si trova in condizioni analoghe: una montagna di cartamoneta di gran lunga superiore al quantitativo di beni e servizi presenti che metterebbe chiunque avesse il sangue freddo di appropriarsene, nelle condizioni di far crollare l'intero sistema occidentale facendolo ripiombare se non all'età della pietra, quantomeno al Primo Millennio.
    Tutto ciò che oggi costituisce il benessere occidentale e la cultura dei diritti, si tiene in piedi solo su quel debito. Se oggi esiste uno stato sociale universale, se esiste un solido diritto pubblico che sostiene la società, se esistono moltissimi dipendenti pubblici e molti pensionati che mensilmente percepiscono un quantitativo in danaro, tutto ciò è perchè c'è qualcuno che tiene in piedi quel debito.
    Il malessere del Medio Oriente non è indebitato. I paesi che oggi non fanno parte del blocco occidentale hanno tutti quanti debiti bassissimi. Si vive male, sicuramente. Ma si vive sui propri mezzi. La Russia non è l'inferno ma neanche il bengodi dipinto da molti filorussi che si arrapano alla vista di Putin (illudendosi che questi si trasformi in un cavaliere bianco), la Cina, col suo delirante sistema dei crediti sociali e con la criminalizzazione di qualsiasi individualismo, è l'ultimo posto dove sinceramente andrei a vivere. Ma sono paesi che non corrono il rischio di ritrovarsi qualcuno da fuori che dica loro "Vi siete divertiti in questi decenni? Bene, ora pagate". Insomma, vivono (scusate il termine) nella merda. Che comunque sarà sempre preferibile al benessere farlocco di chi vive come un pascià e la mattina dopo rischia di ritrovarsi l'ufficiale giudiziario sotto casa. Senza contare che non è l'unica disgrazia che possa capitare. C'è anche il rischio che qualcuno venga ad arrestarlo e portarlo in un campo di concentramento perchè ritenuto untore di qualche virus.

    Solo che c'è qualcuno che si chiede: "Come mai però tutti cercano di venire in Occidente?".
    E la risposta la troviamo nel famoso Paese dei Balocchi di Pinocchio narrato da Collodi. Se si racconta a tutti che in quel paese ci si diverte da mane a sera, che si gioca e si mangia senza limiti, qualsiasi individuo di poca saggezza se ne sentirebbe attratto. Ma l'individuo saggio sa benissimo che nessun pasto è gratis. Che tutte le volte che qualcuno consuma ciò che non ha meritato, c'è qualcuno che non consuma ciò che ha meritato. Sa che ci sono omini di burro pronti a trasformare in asini tutti quelli che hanno creduto di poter vivere in eterno sopra i propri mezzi. E che adesso si beccano l'inevitabile punturina. Che è il conto di ottant'anni di finto benessere.
    C'è da stupirsi che in Afghanistan non vogliano questa merda? Intendiamoci bene, i talebani non sono dei galantuomini ma neanche i pazzi fanatici dipinti dall'Occidente. Ai vertici c'è gente con gli attributi, che ha studiato nelle migliori scuole del mondo e che sa benissimo che l'Occidente, per come lo conosciamo, ha le ore contate e presto potrebbe diventare un inferno peggio di quello che molti credono esista in Afghanistan. Dove, se dopo vent'anni di cura occidentale hanno vinto i talebani, non può essere solamente per effetto della lotta dei benefici occidentali contro i cattivoni afgani. A fronte di qualche donna afgana desiderosa di venire in occidente, ci sono decine di milioni di donne musulmane che non solo non mostrano alcun interesse per lo stile di vita occidentale ma anzi lo trovano dannoso e pericoloso. E sono felicissime di indossare il burqa, il velo e quant'altro. Quale autorità morale ci spinge ad imporre loro costumi che evidentemente non gradiscono?

    A furia di riempirsi di debiti, per forza vivere in Occidente è bello. Ma chi paga? Cosa succede quando arriva....EquiMondo?
    Se l'Occidente vuole essere credibile, deve fare i conti con la propria sostenibilità. Altrimenti si comporta come quell'usuraio che prima presta i soldi a strozzo consentendo al malcapitato di avere la sensazione di vivere alla grande. Poi gli toglie tutto - è proprio il caso di dirlo - con gli interessi. Chi è in possesso di un briciolo di saggezza non contrae debiti con qualcuno per andare sulla Luna, sapendo che il giorno dopo si ritroverà in mezzo ad una strada, implorando cibo alla Caritas.
    Chi non vuole l'Occidente, evidentemente, ha le sue ragioni. Sconosciute a chi è abituato a vivere sopra i propri mezzi e chiama tutto questo "modernità", "progresso", "felicità".
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