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Il narcisismo è una malattia seria. Potrebbe non sembrare così a chi si trovasse in pagine e gruppi dedicati al tema. In quel caso il narcisismo è solamente un abile espediente con cui psicoterapeuti senza scrupoli lucrano - attraverso le pubblicità dei propri siti, le vendite dei propri libri e le proprie consulenze - sulla frustrazione di donne che divulgando, senza contraddittorio, i particolari delle proprie esperienze, definiscono narcisista chi, evidentemente, non ritenendole all'altezza, non ricambia pienamente i loro desideri.
Ma evadendo dalla dimensione isterico-femministica del tema, il narcisismo, dal punto di vista psichiatrico, è una malattia seria. Difficile da riconoscere perché gran parte di coloro che ne sono affetti, hanno tutti i requisiti esteriori per assumere un ruolo di primo piano nella società. Tutte le personalità narcisistiche che personalmente ho conosciuto, sono non solo perfettamente inseriti nel proprio contesto lavorativo ma anche provvisti di una grande socialità e di una forte seduttività. Di costoro nessuno sospetterebbe una patologia psichiatrica.
E pur tuttavia, pur avendo un'immagine denotante salute mentale e fisica, nella sostanza il narcisista è uno psicopatico a tutti gli effetti. Che, in quanto tale, può distruggere chi capiti tra le sue mani. Se la potenziale vittima è abituata ad aver a che fare con personalità di quel tipo, ne riconosce il puzzo lontano mille miglia. Già dal "Ciao, piacere, io sono Tal dei Tali". Se invece è una personalità remissiva e con poca esperienza sul campo, il narcisista può ridurla letteralmente in poltiglia.



Il guaio è quando il narcisista ha un potere. Che può essere politico o finanziario. Oppure mediatico. In quel caso, il meccanismo si traduce in azioni che hanno influenza su una moltitudine di persone. E' il caso delle sette, di Scientology, delle aziende di multilevel dove torme di poveri disgraziati senza prospettive vengono irretiti con rituali abbastanza tipici in un meccanismo che li trasforma in rivenditori di pentole e tappeti. Ma è il caso anche di chi, oggi, gestisce la vicenda covid. La dimensione narcisistica del potere odierno è tutta nelle pose ammiccanti dei virologi in favore di giornale, nelle loro dichiarazioni, peraltro espresse con candore, che "grazie al Covid ho raggiunto la notorietà". In quelli che sfilano sul red carpet manco fosse Tom Cruise e poi, dal suo profilo, si impanca a dare lezioni di estetica all'universo femminile. E in tutti coloro che, medici o no, da questa vicenda hanno tratto un consapevole tornaconto. Come se si potesse essere fieri di essere diventati famosi grazie ad un evento che ha messo a repentaglio la sicurezza di tutto il mondo.
Ma un particolare mi ha colpito. Quando una blogger che non nomineremo - dato che è famosa per cercare costantemente liti giudiziarie - nel criticare Giordano, ha detto che "Parlando di minacce ai non vaccinati, mette in pericolo anche la mia incolumità" (tradotto "Se mi succede qualcosa, è colpa dei non vaccinati") ho immaginato quello che io, da due anni a questa parte, sto provando come persona non vaccinata, che non ha intenzione di vaccinarsi, che trova ridicolo e pericolosissimo il greenpassismo ideologico nel quale questo paese è caduto, preoccupante la sistematica violazione di interi articoli di una (peraltro contraddittoria e inadeguata) costituzione. E che può notare chiunque frequenti i social dove ogni giorno può scorgere carinerie del tipo "Non voglio curare con i miei soldi coloro che non si vaccinano" o proposte di internamento in ospedali psichiatrici dei nocovidvax, oltre ovviamente al profluvio di insulti e diffamazioni ai danni di chiunque non si abbeveri della bevanda politicamente e medicalmente corretta.


Naturalmente, non avendo lo spregio dei diritti delle persone che con la sua prosa da tanti anni mostra al proscenio dei tubi catodici e telematici, noi speriamo che a questa blogger non succeda nulla di male. Ma davvero la signora crede che le accadrà qualcosa perché Mario Giordano, senza manco citarla, ha detto che i no vax vengono minacciati dai provax? Davvero crede la blogger di non aver portato il suo contributo al clima infernale che si vive in questo paese? Davvero pensa che sia una frase di Mario Giordano ad esporla a rischi per la propria incolumità e non, viceversa, vent'anni di veleno riversato su ogni spazio cartaceo e digitale?
Quando Galimberti, personaggio peraltro solitamente pacato, dice cose come quelle dette ieri ad In Onda - e che, se questo fosse un paese serio, gli varrebbero una denuncia per istigazione a delinquere - si rende conto di mettersi al collo un bersaglio come se lo mette la blogger e se lo mettono tutti coloro che, personaggi pubblici o meno, ogni giorno scrivono la qualunque contro chi, al momento, usufruisce di un diritto?


Il narcisismo è l'idea di poter dire e fare quel che si vuole, in totale spregio delle persone con cui ci si relaziona. Poter minacciare ogni giorno le persone, salvo poi stupirsi che si riuniscano e ci facciano, come si dice dalle mie parti, "il mazzo a cappella di prevete". Pensare che un clima di questo tipo non generi delle reazioni.
Salvo che, come sostiene davvero qualcuno, non sia davvero questo l'obiettivo. Allora questo articolo si sarà rivelato più inutile di quanto non lo sia già di suo.
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Il titolo è ispirato da una citazione che molti attribuiscono a Putin. Ma è anche il senso di una discussione che ho avuto su whatsapp con un amico rumeno che mi ha aggiunto dopo avermi letto sul Detonatore, col quale tuttavia, scrivendo egli in un ottimo italiano (credo di aver capito che abbia trascorso alcuni anni in Italia), riesco a confrontarmi su moltissime cose. Siamo praticamente d’accordo su tutto tranne che sulla nostra visione della violenza. Che per me resta necessaria e inevitabile, per lui no, anzi è concepibile solo come legittima difesa. Chi ha ragione? Chi ha torto?


La guerra preventiva è sempre stata aspramente criticata e si dimentica un particolare: che essa ha invece un senso ed è anzi inevitabile quando si ha la consapevolezza che il nemico, che pure non ha dichiarato ufficialmente guerra, lo farà a breve oppure la stia già facendo. In quel momento, conta solo la vittoria finale. Costi quel che costi. Chi ha colpito per primo oppure no, non ha alcun significato. Ed è sempre stato così nella storia. Si pensi a Roma e Cartagine. Quando Roma si convinse che Cartagine, pure vinta, avrebbe sempre rappresentato un problema e decise di distruggerla preventivamente, commise un crimine oggi inimmaginabile o si evitò una Quarta Guerra Punica che magari stavolta sarebbe stata fatale a Roma? Quando gli americani buttarono le due bombe atomiche in Giappone, commisero crimini di guerra oppure posero fine ad una guerra la cui inerzia avrebbe potuto volgere contro di loro? Dilemmi non da poco ma intanto Roma si levò di mezzo un nemico pericoloso – anche se Catone, che pronunziò la famosa “Carthago delenda est” morì un anno prima di veder soddisfatto il suo auspicio – e analogamente gli Stati Uniti vinsero la guerra.


Al tempo stesso, la persona che non vuole rassegnarsi alla distruzione dei diritti del proprio paese, la compromissione della propria salute e di quella dei propri cari e nel contempo sa che nessuno verrà a salvarlo, ad un certo punto si ritrova di fronte ad una scelta: continuare a subire, aspettare che arrivi un liberatore oppure organizzare la propria reazione. In questo caso, reagire è l’unica strada e a quel punto tutto risiede nella qualità della reazione, che sarà poi quella che determinerà la vittoria finale. Una reazione sbagliata provocherà una controreazione ancor più violenta. Ma, proprio come (forse) dice Putin quando la rissa è inevitabile, chi colpisce per primo è quello che ha più possibilità di vincere. E semmai l’unico problema che deve porsi è fare male a sufficienza da scoraggiare la reazione del nemico. In quel caso, scoppierà una guerra. Che, per definizione, è violenza. Perché rompe le leggi vigenti, compromette uno status quo e costringe un uomo, per sopravvivere, a fare del male fisico o psicologico ad un suo prossimo. Nessuna persona assennata ne parla con leggerezza. Qualsiasi persona responsabile atterrirebbe all’idea di vedere il proprio paese sommerso da bombe, da colpi di mortaio e smitragliate, da mine antiuomo nelle quali magari egli stesso oppure i propri cari potrebbe mettervi un piede e saltare per aria. Qualsiasi persona sana di mente rabbrividirebbe all’idea di sparare a persone che magari anche conosce e con cui magari ha condiviso un vissuto. Su questo siamo tutti d’accordo.


Ma una persona di buonsenso deve pensare anche all’alternativa che il suo prossimo sia prontissimo – e lo dicono con chiarezza – a fare lo stesso. Perché se anche l’idea di veder cadere una persona davanti ai nostri occhi può atterrire, bisogna sempre considerare che l’alternativa è quella di ritrovarci in un campo di concentramento perché qualcuno ha deciso che dobbiamo farci un vaccino potenzialmente pericoloso contro un virus influenzale. O anche permettere che circolino medici disposti a tutto, anche – e sarà il nuovo fronte, vedrete – a far morire i bambini, pur di costringere i genitori a vaccinarli e sottoporli al ricatto morale “Vaccinare mio figlio e rischiare che muoia oppure esporlo al Covid e rischiare che muoia?” o a quello materiale “Vaccinare mio figlio o rischiare che i servizi sociali me lo portino via?”. Oltretutto rischiando di mettere zizzania anche nelle famiglie, perché sicuramente non mancheranno casi in cui una moglie vorrà divorziare dal marito perché questi è contrario al vaccino dei figli. O viceversa. L’alternativa è veder virare la propria società verso una cinesizzazione del sistema politico ed economico del paese, per cui diritti e denari sono a forte rischio, con alcuni politici che iniziano a dire cose assai pericolose sulla proprietà privata.
Credete davvero che con gente di questo tipo ci si possa porre il problema “faccio violenza prima a loro oppure aspetto che la facciano a me”.



Poi certamente c’è chi crede che non ci sia nessuna guerra e che la strada intrapresa dai potenti sia quella da seguire e che il traguardo trasformerà il mondo in un posto migliore.
A costoro, questo articolo ovviamente apparirebbe quello di uno psicopatico pazzo da incarcerare. Ma se, invece, si crede che ad essere psicopatici siano quelli che vogliono costruire “un nuovo umanesimo”, abbiamo brutte notizie per i pacifisti, per i dissidenti non violenti, per i democratici: per fermarli l’unica strada è la guerra. Perché giocare una partita seguendo le regole scritte da un avversario che nel mentre, per stare al sicuro, corrompe e minaccia gli arbitri, significa condannarsi ad una sconfitta sicura. E se il prezzo della vittoria è usare violenza contro questa gente, chi vuole vincere deve essere disposto a tutto, anche a fare le cose peggiori. Altrimenti non può vincere con avversari pronti a tutto pur di sopprimerlo.



Questi sono discorsi che all’irenico mondo disegnato dai progressisti sicuramente appariranno da psichiatria. E può darsi che lo siano. Ma allora sarebbero da ricoverare in manicomio anche tutti i grandi leader politici della storia. Che hanno costruito intere nazioni e intere democrazie sul sangue dei nemici.
Tutti pazzi anche loro? Sinceramente, lo trovo improbabile.
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Chiunque abbia ancora il fegato di interessarsi di calcio, sa che la piaga che sta distruggendo i conti delle società è quella della scadenza contrattuale. Se i contratti dei propri calciatori scadono, le società li perdono a zero. I calciatori ovviamente se ne approfittano per strappare ingaggi ben più elevati. A quel punto o decidono di rinnovare il contratto a condizioni antieconomiche o rischiano di perderli a zero. E’ stato il caso di Donnarumma, forse lo sarà anche di Insigne come lo è stato e lo sarà di tanti altri campioni ai quali i tifosi prima si affezionano per poi vederli andarsene a costo zero. A quel punto entrano in gioco le figure dei procuratori, i quali alimentano un meccanismo che è abbastanza tipico: spingere i calciatori a ricattare la società, al fine di fare nuovi principeschi contratti o con la stessa società o con altre, per poi guadagnare laute percentuali del nuovo contratto. E questo ha fatto nascere l’opinione che il mercato sia nelle mani dei procuratori. Ma non è niente che le società non possano risolvere se lo volessero: basterebbe mettersi d’accordo e dire che non si comprano calciatori a scadenza di contratto e non si fanno affari col procuratore Tal dei Tali e quest’ultimo si ritroverebbe disoccupato. Nella Roma antica si sarebbe definita conventio ad excludendum. Ma ciò non avviene perché le società, con una mano si dicono vittime dei procuratori e con l’altra cercano di avvantaggiarsi dei loro servigi.



Questo sembrerebbe entrarci poco col discorso dell’élite e invece ne spiega il funzionamento. La tesi ufficiale della dissidenza è che ci sarebbe un gruppo di personalità potentissime che dominano il mondo e che soggiogano i governi, costringendoli a fare quel che vogliono loro. Ma è una tesi che non mi ha mai convinto. Che esistano personalità e realtà finanziarie molto potenti è senza dubbio vero ma hanno potere laddove la politica è debole, come in Europa. Dove invece è forte, le cose sono molto diverse. In Russia, chiunque cerchi di ricattare la politica locale, finisce in galera. In Cina finisce fucilato o con un’iniezione letale. In Egitto finisce non si sa dove, nel senso che chi si mette in testa di dare noia a quel paese viene fatto sparire. E infatti proprio per questo, non ho mai creduto che Regeni sia stato ammazzato dagli egiziani. L’Egitto è grande abbastanza per far sparire un cadavere senza dare nell’occhio.


Le élite hanno tutto il potere che viene loro concesso. E non è nulla che i paesi occidentali non possano risolvere in un attimo, se esistesse una volontà condivisa. Se tutti paesi si mettessero d’accordo e decidessero di far fuori i vari Soros, ai Rothschild, Rockfeller e compagnia speculante, a questi ultimi non resterebbe che chiedersi se rischino più di essere ammazzati o ritrovarsi in mutande. E dunque darsela a gambe, ammesso che trovino dove rifugiarsi. Viceversa, questi signori dominano – o meglio, si illudono di dominare – il mondo perché alcuni paesi, governati da classi politiche stolte, vogliono avvantaggiarsi sulle disgrazie altrui né più né meno di come alcune società di calcio cercano di accaparrarsi le prestazioni di un fuoriclasse a parametro zero, servendosi di questi procuratori e senza neanche immaginarsi che un giorno le vittime di quel ricatto potrebbero essere loro stessi. Non vengano a dirci che la speculazione contro la lira operata da Soros e che le rivoluzioni colorate finanziate e promosse da quest’ultimo, siano avvenute contro la volontà dei governi americani che avrebbero potuto impedirle. La verità è che gli speculatori fanno gli interessi dei paesi nei quali gravitano che, viceversa, ci metterebbero un attimo a metterli al muro. Si pensi, tanto per fare un esempio classico, alla famosa lobby ebraica che tutto può, che può far cadere governi, creare crisi finanziarie, cambiare le classi politiche di tutto il mondo. Partendo dal presupposto che la massa di danaro mossa da banche e finanzieri ebrei è molto bassa rispetto al totale globale, se prendiamo i vari finanzieri ebrei che razzolavano in Russia, troveremo che Khodorkowski, noto finanziere di origini ebraiche, è stato messo in galera per dieci anni. Gli altri o sono scappati o hanno subito analoga sorte. Che peraltro viene riservata anche a finanzieri non ebrei. Se negli Stati Uniti la lobby ebraica è così potente è solo perché gli americani hanno avuto interesse a creare uno specchietto per le allodole sul quale scaricare nefandezze che derivano dalla natura stessa del sistema americano, peraltro riproponendo un meccanismo – quello da parte del potere dominante di affidare compiti disonorevoli agli ebrei per poi metterli all’indice ed esporli alle persecuzioni – che nella storia ebraica si ripete da millenni con la regolare sistematicità dell’orologio a cucù. Il giorno che agli Stati Uniti non interessasse più sostenere Israele, per quel minuscolo paese si metterebbe malissimo.


Le élite non esistono. Esiste solo l’avidità dei singoli paesi e quei rapporti di forza che sono la costante della politica internazionale. Perché per lo stolto, Donnarumma acquistato a costo zero e una nazione alleata massacrata da un proprio speculatore, sono un’occasione ghiottissima. Mentre la persona intelligente sa che quando ci si mette nelle mani dei procuratori e degli speculatori, questi oggi ti rendono un servizio, domani il servizio te lo fanno. E allora si mette d’accordo con altre persone intelligenti per isolare i parassiti. I quali lubrificano un meccanismo che si nutre della furbizia delle nazioni che se invece fossero più intelligenti e lungimiranti di quel che sono, potrebbero far cessare domattina, se lo volessero. La vera domanda è: lo vogliono davvero?
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In queste ultime settimane impazza la querelle Polonia contro Unione Europea e subito leggo i commentatori mainstream - sia il mainstream europeista che quello fintosovranista - guardare la vicenda, puntualmente, dal lato sbagliato. Che lo facciano in malafede, questo è palese. Il problema è che molti ci cascano e allora dobbiamo fare un po' di sano debunking, partendo da due cose. Da cosa sia davvero accaduto in Polonia fino ad arrivare all'assetto dell'Unione Europea stessa e cercando di capire cosa l'UE sia davvero, ma non ce lo dicono. Ma soprattutto cosa ci dicano che l'UE sia ma non è davvero.



Partiamo dal secondo punto: ossia ciò che l'Unione Europea non è ma ci dicono che sia. Quando in un determinato territorio, un gruppo di persone è forte a sufficienza da imporsi sugli altri gruppi, abbiamo uno stato. Dunque, l'Unione Europea, per quanto possa autocelebrarsi, dotarsi di un parlamento, di un potere esecutivo (la commissione europea) e di un potere giudiziario, istituzionalmente è il nulla. Uno stato propriamente detto, per ogni potere esecutivo ha delle forze armate in grado di imporsi su qualsiasi altro gruppo armato presente nel territorio in cui ambirebbero ad essere competenti. Viceversa la sua volontà è semplicemente una pura emissione di fiato e di carta. L'UE non ha nulla di tutto questo e, teoricamente, se un domani l'Italia volesse uscire dall'Euro, tecnicamente non incontrerebbe ostacoli. In qualsiasi momento potremmo ricominciare a stampare la lira e creare una banca nazionale totalmente pubblica e farci quel che vogliamo. Sul piano istituzionale, nessuno potrebbe fare nulla. Se non invaderci militarmente. Cosa che la Germania e la Francia non potrebbero fare. Anche perché un eventuale strappo di questo tipo vedrebbe molti paesi europei schierarsi con noi.
Questo, ribadiamo, se ci limitassimo a considerare l'Unione Europea per quello che non è, istituzionalmente.



Il vero problema della storia è ciò che l'Unione Europea è davvero ma non ci dicono. Mentre i commentatori istituzionali ci dicono che è l'unione di paesi che dopo essersi scannati per secoli, ad un certo punto hanno detto "Ma sì, scurdammoce 'o passato, simm Europa paisà", nella realtà l'Unione Europea e tutto il suo caravan serraglio non sono che l'evoluzione dell'accordo di spartizione tra americani e sovietici all'indomani della fine della seconda guerra mondiale. Il cui scopo era semplicemente trasformare l'Europa in un insieme di stati clienti degli americani e sovietici. Crollata l'URSS, gli americani si sono presi tutto il piattino così come ovviamente, se a crollare fossero stati gli americani, lo stesso piattino sarebbe finito ai sovietici.

Tutto questo - e dunque cosa sia davvero l'UE - non viene raccontato perché metterebbe in luce come i paesi europei abbiano negli Stati Uniti il nemico più pericoloso. Cosa che obbligherebbe ad una reazione, ad una scelta di campo. Che ovviamente gli Stati Uniti non vogliono. E' probabile - anche se non lo darei per scontato - che gli americani virino verso un sostanziale isolazionismo ma è logico che nel frattempo cerchino di portarsi via dall'Europa quante più provviste possano, dopo averle date ai paesi europei per tanti anni. E sia chiaro, non potrebbero fare altrimenti. Hanno un debito enorme e se non lo facessero, semplicemente sarebbero falliti. Mentre all'orizzonte è comparsa la Cina ma soprattutto è ricomparsa la Russia. Le quali oltretutto detengono un bel po' di debito americano che potrebbero rilasciare quando vogliono, facendo fallire l'impero americano. Ma per mascherare questa realtà pura, semplice e banale, ci si è inventati l'onnipotenza della finanza, dei mercati, delle elite, dei globalisti. Talmente onnipotenti che Putin in pochi anni li ha sbattuti tutti in galera mentre con Jack Ma, patron di Alibaba, sappiamo benissimo la fine che fanno i ricchi imprenditori cinesi quando si mettono contro il Partito Comunista del posto. Se Russia e Cina avessero avuto un debito americano, tutto ciò non sarebbe stato possibile. Ma avendo debiti bassissimi, tutte le speculazioni finanziarie americane si traducono in un sistematico nulla di fatto. Tradotto, la finanza e le elite contano qualcosa solo quando uno stato non è autosufficiente.



Nel momento in cui si chiarisce questo, ci si rende conto che i paesi europei - compresa la Germania - sono *tutti* nei guai. Perché hanno, ciascuno, chi più chi meno, un debito enorme che ci rende schiavi della finanza americana e ci impedisce quelle scelte che davvero ridarebbero sovranità ai paesi. E quel debito è a Wall Street dove risiedono tutti i finanzieri che hanno speculato contro le economie e le monete dei singoli paesi affinché si piegassero e fossero costrette ad accettare un ingresso nell'UE che tutti i politici davvero assennati di quegli anni definirono folle. Tra cui c'era anche quel PCI che, caduta l'URSS, si convertì alla narrazione europeista.
La tanto temuta Troika è l'espressione di questi mercati. Se la Troika decide che un paese debba fallire, quel paese fallisce. E la Troika non è altro che la longa manu del deep state americano. Che ispira peraltro non solo l'economia ma anche la subcultura e tutta la monnezza arcobalenata che ogni giorno tormentano il dibattito pubblico. Mettersi contro la Troika è possibile solo con un'alleanza robusta e con la protezione - che non sarebbe certo disinteressata - della Russia o della Cina. Meglio se di entrambe. E non è detto che poi la destinazione sarebbe migliore. Passi per la Russia che è un paese sostanzialmente europeo ma passare dagli USA alla Cina significherebbe passare da un padrone perfido ma sostanzialmente a noi vicino sul piano culturale ad un altro padrone i cui costumi sono totalmente incompatibili con quelli occidentali.



Questo lungo preambolo è necessario perché la questione della Polonia non va affrontata sul piano giurisprudenziale chiedendosi se abbia torto o ragione. Torti e ragioni non rientrano in canoni universali. I diritti di un paese sono i reati di un altro. Ciò che troviamo non solo lecito ma addirittura morale, altrove è immorale ed è vietato. Non ha senso chiedersi se la Polonia abbia il diritto di ritenere illegittima la UE e dunque i trattati ad essa correlati, come del tutto pretestuoso-- specie se l'accusa viene da quei tedeschi che debbono gran parte della propria prosperità ad un debito di guerra cancellato - è rinfacciare i soldi che i polacchi avrebbero ricevuto. Perché essenzialmente le uniche cose che contano nel diritto internazionale sono i rapporti di forza. E poi perché, finora, non è successo niente di che. Se la corte costituzionale polacca dice che l'UE è illegittima, la Polonia può facilmente approvare una modifica costituzionale che, di fatto, la renderebbe legittima. E' anche per questo che nonostante la questione sul Polexit sia ormai sui giornali da mesi, l'ho ignorata. Perché, di per sé, ad ora siamo ancora "a carissimo amico". Tutto dipende da ciò che vorrà la classe politica polacca. Se la corte costituzionale ha decretato l'illegittimità dell'UE, due sono le cose. O la Polonia esce dall'UE - sottolineo dall'UE perché la Polonia (come la Gran Bretagna) nell'Euro non c'è mai stata - oppure preparerà in pochi giorni una legge che di fatto annullerà la decisione della corte costituzionale.

Nella prima delle ipotesi, tutto sta nel capire se la Polonia ha qualcuno che le sta coprendo le spalle, magari dicendo "Non preoccuparti. Se i finanzieri fanno gli idioti, li compriamo noi i tuoi titoli di stato. E se a qualcuno venisse in mente di attaccarti, noi ci muoveremo in tua difesa". E questo fa pensare che a muoversi siano i russi, per esempio. Oppure anche i cinesi. Se così fosse, l'uscita della Polonia sarebbe l'inizio della fine del fantomatico "sogno europeo". Non che i sogni russi e quelli cinesi siano migliori e certo i polacchi non debbono aspettarsi che la brace russocinese sia migliore della padella euroamericana. Occorre capire se russi e cinesi abbiano l'interesse ad accelerare il crollo dell'asse euroatlantico oppure aspettino che, prevedibilmente, crolli da solo per poi raccogliere a costo zero le economie europee come, peraltro, in parte già sta accadendo. In questo caso, la classe politica polacca non avrà altra scelta che aggiustare la decisione dei giudici con una legge costituzionale, viceversa la Troika potrebbe semplicemente ridurre l'economia polacca in pura e semplice poltiglia nel giro di ventiquattro ore. Basterebbe anche solo annunciare che i titoli di stato polacchi non verranno rinnovati e accadrebbe la medicina già sperimentata in Italia e in Grecia: spread, "fate presto!", governi tecnici, macelleria sociale. E tutto quel che tragicamente sappiamo.

In sintesi, bisogna capire se la Polonia è protetta oppure no.
E in base a questo, capiremo se davvero all'orizzonte si intravede una Polexit. Cosa che, purtroppo, io non vedo affatto scontata.
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A margine della triste vicenda personale di Puzzer che ha ricevuto un DASPO che gli impedirà di frequentare Roma per un anno, sulla sua bacheca personale, un’esponente politica molto in gamba – che non nomino per non mettere in difficoltà – scrive “Ne usciremo senza sangue”? E la domanda fa molto effetto. Non per il concetto in sé. Che da questa situazione non se ne esca con le buone io lo scrivo non da qualche mese ma da molti anni e chiunque mi legga da almeno un anno prima dell’inizio dell’era covid, può confermarlo. Al punto che a margine di molti articoli, sono tantissime le persone che nei commenti scrivono “Come dici sempre tu, non se ne esce con le buone”. Fa effetto che lo dica un’esponente politica, per giunta molto assennata, per giunta appartenente ad un centrodestra moderato.



In realtà, la questione è risibile. Tutta la storia di tutti i tempi ci mostra come da un oppressore ci si liberi solo con metodi violenti. L’idea che da questa situazione se ne possa uscire con le buone, seguendo regole democratiche che possono tranquillamente essere sabotate dagli avversari, può permanere solo nella testa di qualche idiota. Salvini ha suffragato la fine della sua fase rivoluzionaria con un tweet di ringraziamento a Draghi. Faceva prima a dire “Cari leghisti, non votatemi più”. Tanto al 4% tornerà lo stesso. Che la Meloni ormai sia all’interno dell’Aspen Istitute, pure. Che i grillini abbiano rinnegato tutti i propri messaggi del passato, anche.
In sintesi, il messaggio che il sistema ha voluto dare ai dissenzienti è molto chiaro: “Buffoni! Credevate davvero di schiodarci di qui con Salvini, con la Meloni? Con Di Maio? Noi da qui ce ne andremo solo se ci farete del male!”.
Che dunque da questa situazione se ne esca solo con violenza, nel senso etimologico del termine (cioè “violando” delle regole, il termine violenza di per sé non significa sparatorie, pestaggi, stupri di massa etc.) è un fatto palese. Semmai il punto sta nel tipo di violenza. Se mi si chiede se sono favorevole a terrorismi e stragismi, rispondo di no. Non perché io non provi orgasmi all’idea che qualcuno dei loschi figuri che ci ha messi in questa situazione non possa ritrovarsi a testa in giù, ma perché un evento truculento, è esattamente quel che serve al sistema per proporsi come ripristinatore dell’ordine pubblico. Nella mia testa, la rivoluzione ideale è quella che alla sera ci fa risvegliare con questa classe politica e la mattina dopo, accendendo la TV, scopriamo che al posto dei soliti programmi televisivi che fanno propaganda a tutte le ore, vi è un comunicato nel quale i rivoluzionari hanno preso il potere arrestando tutti i responsabili del precedente regime. E a parte che il concetto di “guerra lampo” porta sfortuna, è ragionevole pensare che le cose saranno ovviamente più complesse. Ma il senso rimane uguale. Sono per le rivoluzioni silenziose, dove i rivoluzionari il potere non lo prendono credendo di farsi notare nei media, quelli ufficiali e quelli più o meno autenticamente dissidenti, con slogan, iniziative velleitarie ancorché ammirevoli come quelle dei portuali. Ma creando, silenziosamente, uno stato parallelo, alleandosi con altri stati paralleli di tutto il mondo, che dopo aver metastatizzato il corpaccione malato degli stati di oggi, prenda il potere.




Dettagli non ne posso dare ma sintetizzo: occorre creare una sorta di clan che usi metodi mafiosi ma per il fine nobile di riprendere il possesso della nazione. E anche se, come detto, non posso descrivervi i dettagli, già sicuramente ne converrete con me che una cosa che non è assolutamente alla portata di uno come Puzzer. Una persona perbene, di buonissime intenzioni ma culturalmente e umanamente non attrezzato per concepire una cosa del genere. E questa forse è la sua unica colpa. Aver anche lui creduto alla bonomia dello Stato e delle sue innumerevoli e spesso invisibili diramazioni e pensare che in questo paese vi sia ancora la libertà di manifestare, di dire la propria, di opporsi.
Puzzer, forse per limitate conoscenze storiche, non ha considerato l’ipotesi che lo stato avrebbe mosso tutta la sua enorme macchina contro di lui, criminalizzandolo agli occhi dei suoi sostenitori, privandolo della libertà, creandogli anche se non ufficialmente ritorsioni sul piano personale e sulla sua sfera privata. Ma soprattutto, non ha considerato che tutta questa enorme energia che stiamo vedendo, ora va organizzata verticalmente. Esattamente come avviene in tutte le rivoluzioni.



Quando si è nelle mani del tiranno, se ne esce solo col sangue. Poco sangue, ben dosato, intelligentemente versato. Ma solo col sangue. E se fosse vero almeno il 10% di ciò che pensano gli oppositori sulle intenzioni di questa classe politica, il sangue è l’ultimo dei problemi. Se pensate che una classe politica voglia fare del male ai vostri bambini, ha senso pensare di combatterla democraticamente? Dico, ma siete seri?
Che poi anche un’esponente politica se ne sia convinta, è un eccellente segnale.
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Buon pomeriggio e Forza Juventus!
 
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Buon pomeriggio a tutti!
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L’unica cosa su cui sono d’accordo le due fazioni della guerra civile scatenata dal covid è che questa malattia ha cambiato la percezione della realtà. E questo è stato vero anche per me. Comunque finisca questa storia, niente sarà più come prima. Non riuscirò più a guardare le persone con gli occhi di prima, non riuscirò più a salutare chi ha brindato alla morte di chi, esercitando un diritto (diritto molto per modo di dire, ma formalmente tale) non si è voluto vaccinare, ma soprattutto non riuscirò più a vedere la collettività in un certo modo, cosa che comunque non facevo neanche prima. Perché, intendiamoci, il covid non ha creato nulla che non fosse già in nuce. Tre anni fa, quando il virus ancora non circolava, io e mio padre fummo cacciati di casa da amici di famiglia perché avevo osato dire di aver votato CasaPound. Per dire l’aria che già a quei tempi iniziava a tirare. Ma certamente, il covid ha posto una lente di ingrandimento su cosa siano gli individui oggi. Su come le società siano facilmente suggestionabili dai media ufficiali. Su quanta cattiveria ci sia in giro, specialmente in chi teoricamente dovrebbe rappresentare la voce dell’umanità e della bontà. Qualcosa su cui hanno scritto tanti psichiatri.



Cosa c’entra questo con Facebook? Si chiederà il lettore. C’entra, c’entra. Perché a margine dell’annuncio di Zuckerberg di aver fondato Meta, un metaverso (dal greco “meta” cioè oltre) fior di opinionisti tecnologi si schierano a favore e contro, parlandone di un gran successo oppure di un potenziale flop. Come ogni azzardo di previsione, entrambe potrebbero rivelarsi vere o false. Chi posa a profeta, si assume sempre il rischio di fare figuracce ma, se ci becca, quantomeno diventa un guru agli occhi di chi lo legge. Chi però lo fa usando argomentazioni fallaci, la figuraccia non la chiama: la invoca. Perché il filo conduttore che unisce le previsioni sia quelle positive che quelle negative su Meta, parte da un presupposto sbagliato: la fiducia nei gusti del consumatore. E dunque l’idea che questi sia un individuo dotato di capacità autonome, dunque in grado di bocciare un cattivo progetto o di promuoverne uno buono.
Facebook, spacciato come grande novità dell’informatica, non è né un progetto innovativo né di chissà quale qualità. E’ semplicemente un grande forum in php come ce n’erano tanti, strutturato su forme comunicative 2.0 e sull’idea che l’utente sia al centro della comunità e non i gestori della comunità stessa. E neanche questa è una cosa innovativa perché in Italia già c’era qualcosa di molto simile, sia pure embrionale: Forumfree.
Facebook, peraltro, prima di esplodere nel 2007-2008, ha avuto ben quattro anni di vita nel corso dei quali non se lo filava nessuno. Per molti era quel sito rompicoglioni che ti mandava continuamente email con inviti a registrarti. A fare la differenza è stato che ad un certo punto i gruppi di potere su cui si regge il sistema finanziario americano – che sovrintende quello politico – hanno visto in quel sito rompicoglioni un interesse nel finanziarlo, nel propagandarlo a reti unificate. Tutti quanti sono stati praticamente costretti ad iscriversi. Persino novantenni sulla cui disponibilità a frequentare un qualsiasi luogo digitale, nessuno avrebbe scommesso neanche un centesimo.

Abbiamo così chiaro un punto, che peraltro si estenderebbe a tantissimi altri campi che per ora non toccheremo, onde evitare divagazioni: neanche in Occidente, il successo è qualcosa di davvero spontaneo. C’è sempre qualcuno che lo guida, che lo orienta. Ci sono critici legati a doppio filo col potere, i quali ben consci che la loro opinione pesa, possono semplicemente decretare il flop o il successo di un qualsivoglia prodotto dell’intelligenza umana, che sia un libro, un album musicale o, appunto, una rete sociale. Contando su lettori che, del resto, se leggono quel critico è per farsi guidare, di certo non per perdere tempo.
Su come il critico sia uno dei moderni gerarchi della dittatura occidentale ne parleremo a suo tempo. Per ora ci basti dire che se si volesse far fallire Facebook, basterebbe fare una cosa semplicissima: che attraverso gli stessi media che ne hanno diffuso l’immagine, si inizi a parlarne male, offendere sottilmente chi ne fa parte, a trovare “fighi” altri posti e altri luoghi. Anche senza che ve ne sia un valido motivo.


Il che ci porta a Meta, la nuova creatura di Zuckerberg. Di per sé, neanche Meta è un progetto tecnologicamente innovativo. La realtà virtuale esiste da almeno trent’anni. Certo, nel tempo si sono fatti dei passi avanti, le schede grafiche sono molto più performanti e quella che trent’anni fa era una cosa avveniristica e futuristica, oggi potrebbe diventare realtà. Ma pensare che a deciderne il successo o l’insuccesso di Meta sarà la qualità del progetto e la capacità del consumatore di riconoscerne le opportunità e i rischi, significa non aver capito nulla dell’esperienza covid, di come l’umanità sia manipolabile.
La persona razionale, intelligente, in possesso di una volontà autonoma, di una consapevolezza della realtà circostante, non troverà niente di eccitante nel partecipare ai concerti del proprio idolo con un’armatura addosso, saltellando come se si fosse ad un concerto degli Skunk Anansie. O nel fare sesso con l’immagine di una donna, mentre un dispositivo elettronico gli prende il coso e glielo stimola. E non si tratta di essere vecchi o di opporsi alla tecnologia. L’informatica è il mio mestiere. Ma solo un malato di mente preferisce al sesso reale quello virtuale, al concerto dal vivo, un concerto al quale assistere con un’armatura. Questo è ciò che penserebbe una persona sana di mente. Ma se un sistema di potere imporrà attraverso i suoi critici di regime, le sue riviste tecnologiche, i suoi canali media ufficiali, tutti legati direttamente o indirettamente agli stessi centri di potere che poi decideranno di finanziare Meta come hanno finanziato Facebook, di parlarne bene, ecco che Meta diventerà la novità della terza decade del terzo millennio, qualcosa di fighissimo, di meraviglioso, di irrinunciabile. E io il cretino che “non vuole adeguarsi al tempo che passa”. E dato che quando Meta entrerà nel vivo, io dovrei avere una cinquantina d’anni (più o meno si prevedono dai cinque ai dieci anni perché diventi una realtà consolidata) ecco che mi si darà del vecchio babbione che non capisce i giovani.

Una volta che si chiarisce questo, si arriva alla risposta secondo me più opportuna alla domanda “Meta sarà un successo o un flop?”. E la mia risposta è una: dipende dalla sorte personale di Zuckerberg.
E al riguardo, non si annuncia bel tempo a Palo Alto. Zuckerberg da un po’ di tempo gode di una pessima fama all’interno del sistema di potere americano e la cosa più grave è che questa diffidenza è bipartisan. E nasce prevalentemente dalla cronica incapacità, ammessa anche dai suoi collaboratori, da parte del fondatore di Facebook di capirne di politica.
Quando Zuckerberg qualche anno fa annunciò che avrebbe fondato un partito, i suoi collaboratori gli diedero praticamente del matto. E molti di loro minacciarono di dimettersi, chiedendosi tra loro “Ma non è che siamo nelle mani di un cretino?”. E non è solo per questa scelta infausta. E’ che Zuckerberg di politica non sa nulla, non ha la minima dimestichezza di certi meccanismi. Come tutti quelli che non hanno il senso della politica, è completamente privo di una visione. E questo è il primo difetto che non deve avere qualcuno che deve combattere una battaglia politica, sia come politico, sia come gestore di un’azienda che per le sue dimensioni finisce sotto la lente della politica.
Quando si dice che Zuckerberg è un arnese della sinistra americana, si dice una sciocchezza. Il fondatore di Facebook in realtà è notoriamente di destra. Semplicemente ad un certo punto si è trovato di fronte ad un bivio. Da una parte, la sinistra gli chiedeva con insistenza e facendogli enormi pressioni di bannare tutti i gruppi legati alla destra americana e in generale a tutte le destre europee. Cosa che, contrariamente a ciò che si sostiene e a quanto le censure continue darebbero a pensare, Zuckerberg non vorrebbe fare perché consapevolissimo che così si esporrebbe alla vendetta delle destre. Dall’altro, le destre sono sempre più consapevoli che oggi come oggi Zuckerberg è, volente o nolente, una marionetta nelle mani della sinistra DEM americana e quindi sempre più si assiste alla tendenza da parte della dissidenza di radunarsi altrove. A questo punto, una persona con un minimo raziocinio opera una scelta: o si mette sotto la sinistra o si mette sotto la destra, assumendosene i rischi e dunque la responsabilità – in entrambi i casi gravosi – e guadagnandosi così la benevolenza di una delle due parti. Perché la vera cosa che pochi sembrano aver capito è che ormai, in Occidente, è in atto una guerra civile tra mondi contrapposti, che già c’era prima del covid e che la pandemia ha solo ufficializzato.
Invece Zuckerberg ha gigioneggiato, col risultato di aver conquistato le diffidenze sia della sinistra che della destra. Ed essere diventato un nemico per entrambe.

In più, c’è da dire che la deriva di Facebook a nazione digitale è sempre più conclamata. Ed è stata suffragata sia da Cambridge Analytica – che non ha fatto altro che ufficializzare il segreto di Pulcinella che i nostri dati vengono utilizzati per fini politici – sia dalla notizia che Zuckerberg ha coniato la sua moneta digitale, Libra. Entrambe cose che fanno apparire sempre più chiara a tutti la volontà da parte del fondatore di creare una sorta di stato digitale. Cosa che naturalmente fa paura a tutti gli stati tradizionalmente intesi. I quali a quel punto, con una scusa o l’altra, potrebbero farlo fuori, prima che il buon Mark, dopo aver coniato la sua moneta digitale, non decida di farsi un esercito personale, di mercenari o magari di criminali, cosa per le quali avrebbe tutti i mezzi e che non è escluso che stia già accadendo.
Oggi come oggi, la convinzione dei centri della politica è che Facebook sia diventato troppo pericoloso. E fin quando la cosa la dice quel cattivone di Trump che è stato bannato, è un conto. Quando incomincia a dirlo la sinistra americana, che dell’ascesa di Facebook è stata la protagonista, ciò vuol dire che all’orizzonte di Palo Alto si stagliano nuvoloni nerissimi.

E questo influisce anche sulla sorte di Meta. Che è legata a quella del suo fondatore. Se Meta dovesse essere vista come un pericolo per gli stati, ecco che partirà l’ordine dall’alto di non nominarla, di non citarla neanche per sbaglio, di parlarne ma sempre in maniera negativa. E sarà un flop.
Se nel frattempo, lo stesso sistema che ha protetto e appoggiato Facebook avesse per le mani un altro diciottenne che dal cesso di casa sua (i garage con quello che costano, non sono più di moda. Un tempo dai garage creavi una grande azienda, oggi devi creare una grande azienda per poter comprare un garage) dopo aver consumato un lauto pasto, crea un social network di mangiatori di cacca, Caccabook, e dicesse che la coprofagia è figa e che mangiare la pupù sarà l’alternativa al consumo di carne da parte di quei cattivoni che la mangiano, assisteremo ad un consumo massiccio di merda che diventerà mainstream.
Non c’entrano nulla le scemenze di chi, come Paolo Attivissimo, parla di Meta come una seconda Second Life (tipico di chi non sa cosa fosse Second Life, che peraltro per la cronaca è ancora in attività) di chi dandosi arie da “giovanologo” ci spiega che Facebook non piace ai ragazzini – come se i ragazzini rimanessero tali in eterno e giocassero sempre ai videogiochi – o ancor peggio dei fessi che da dieci anni strologano sul declino di Facebook, venendo puntualmente smentiti dai dati.
C’entra che nella dittatura occidentale, non vieni obbligato ad andare su Facebook o su Meta se non vuoi andarci. Semplicemente vieni emarginato se non lo fai, vieni trattato da persona strana, di cui diffidare. Esattamente il meccanismo che è alla base del green pass. Non è obbligatorio vaccinarsi, ti viene semplicemente resa la vita impossibile se non lo fai. Se la dittatura occidentale, attraverso i suoi critici da strapazzo, dice che è giusto espellere da ogni consesso civile i non vaccinati e che caccabook è figo, tutti espelleranno i non vaccinati e diventeranno tutti mangiatori di merda. Perché se c’è una cosa che l’esperienza del covid ha insegnato è che l’individuo non conta nulla in quanto tale. Conta solo se inserito all’interno di una massa. Che per definizione è acritica. E se la massa dice che bisogna mettersi le mascherine, farsi il vaccino e mangiare merda, un individuo per non essere ridotto all’irrilevanza sociale e alla miseria, dovrà mettersi la mascherina, farsi il vaccino e mangiare merda.


A quel punto, il grosso problema sociale sarà l’alitosi generale, specie nei luoghi al chiuso. Ma se oserete lamentarvene, verrete bannati perché il vostro post non rispetta gli standard della comunità. E poi diciamoci la verità, che sarà mai mangiare un po’ di merda. Come recitava una famosa battuta, miliardi di mosche non possono essersi tutte sbagliate.
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Quando ci capita una macchina davanti, la tentazione è quella di vedere se la carrozzeria è a posto, se ci sono graffi. E, a meno che uno non cerchi una macchina nuova di superlusso, non sono le cose più importanti. Se si ha un budget limitato e ci occorre un mezzo che ci scarrozzi in giro per la città e magari anche fuori, diciamo che sono cose poco rilevanti, che peraltro si possono aggiustare a prezzi relativamente modesti. La prima cosa che va verificata è se il motore è a posto. Se il motore non va, l'auto può anche essere perfetta ma il malcapitato acquirente ha preso un bidone.


Con la Legge Zan - che il Senato ha fortunatamente bocciato, ponendo una pietra tombale ad una delle questioni di peggiore lana caprina degli ultimi tempi - l'impressione è che in tanti siano come l'imprudente acquirente che invece di guardare il motore, guarda la carrozzeria. Infatti il problema non è tanto se la legge Zan garantisse la libertà di espressione, se effettivamente fosse contundente contro chiunque offendesse i gay. E' il motore che non funziona: l'idea che si debbano proteggere solo i gay, in quanto gay. Solo i neri, in quanto neri. Solo le donne, in quanto donne.
La discriminazione è sicuramente qualcosa da combattere. Si ha voglia a dire che certe idiosincrasie facciano parte dell'animo umano. Una civiltà è tale se è in grado di governare gli istinti umani. Ma proprio per questo è sciocco pensare di combattere solo alcune delle discriminazioni che ogni giorno un individuo può subire per il fatto di non essere mainstream.
La legge Zan è apparsa sin da subito pensata unicamente per mettere gli LGBT in una bolla dove nessuno avrebbe più potuto porre loro la minima critica. Ma solo a loro. Per il resto, i grassi continuano ad essere chiamati non diversamente magri ma grassi. Anzi, ciccioni. I bassi continuano ad essere ritenuti non "verticalmente svantaggiati" ma "nani". Ed è inutile dire che se non si appartiene alla parrocchia giusta, si viene inondati dei peggiori equivoci. Come la Ferragni che oggi ha detto che chi ha sabotato la legge Zan è un "pagliaccio senza palle". Una cosa che se l'avesse detta un uomo di destra, sarebbe stato praticamente costretto alle dimissioni. Ma la dice la Ferragni. E la dice contro chi ha sabotato quella legge, dunque va tutto bene.

Ma andiamo avanti. Supponiamo - ma come ho detto sopra, è il motore a non funzionare - che la legge Zan fosse giusta. Domanda: ma con tutti i guai che questo paese sta passando, è razionale fare tutto questa bigionica? Intendiamoci. Che i gay vogliano una legge di questo tipo, si può capire. Che possano volerla amici e parenti dei gay, pure. Ma per quale motivo milioni di persone si accaniscono contro una legge che non li riguarda minimamente mentre un intero paese sta sprofondando in una dittatura che ha incarognito sessanta milioni di persone?
Questo è l'aspetto più osceno di tutta questa storia. Un intero paese che ha completamente divorziato dalla realtà. Che vede diritti sequestrati, danari confiscati ma si preoccupa di un problema che non lo riguarda. E che assomiglia molto a quella moglie che quando il marito torna a casa con una diagnosi di cancro, si sente rispondere dalla sua dolce metà "Sì mi dispiace, ma pensa ai poveri bambini affamati del Bangladesh".


In estrema sintesi, è del tutto razionale che si combattano le discriminazioni. Ma la cosa ha un senso quando si prendono in considerazione tutte le discriminazioni e chiunque ne sia vittima. Se si continua ad accanirsi contro ogni insulto gay, se si indicono giornate contro la violenza sulle donne ma si tralasciano decine di milioni di persone che oggi vengono derise, bullizzate, è razionale che si pretenda che non nascano nuovi rigurgiti omofobici e sessisti? E qui si torna al problema della legge Zan che non era la carrozzeria ma il motore.
Sì, la carrozzeria e il telaio sono importanti e la legge Zan era, a prescindere, una pessima legge perché col presupposto di combattere le discriminazioni contro certe categorie protette, di fatto assegnava al magistrato un ampio potere interpretativo di cui avrebbe potuto abusare senza problemi. Ma una legge si può correggere, se perlomeno parte da intenti nobili e cioè da un motore funzionante. Il motore della legge Zan è compromesso perché è sbagliata l'idea di dover proteggere un individuo in quanto appartenente ad una determinata categoria.
La cultura dei diritti individuali o è omnicomprensiva oppure ad ogni gay che si pretenderà di proteggere, ci sarà qualcuno che gay non è ma magari viene perseguitato per altre ragioni, il quale si sentirà dire: "Perché i gay sì e io no? Ho fatto il cattivo?". E in quel momento diventa omofobo.


E a parte ogni discussione giuridica e filosofica, c'è da ammetterlo con franchezza. La battaglia contro l'omofobia, il razzismo e il sessismo, ha ottenuto come unico risultato quello di provocare nuove ondate di fenomeni che erano ormai morti e sepolti.
Forse occorrerebbe cambiare strategia. E forse bisognerebbe scegliere un momento più adatto. Perché se a condurre certe battaglie è una classe politica che la gente vede con il fumo negli occhi, il risultato che si otterrà è che se un giorno quella classe politica indisse la giornata mondiale per la salvaguardia del panda, gli elettori cercheranno di ammazzarla per sfregio. C'è anche questo dietro il rigurgito di certi fenomeni del passato. Se il popolo odia il sistema, qualunque cosa dica il sistema, il popolo penserà che sia un'idiozia, una truffa o una trappola.

La bocciatura della legge Zan è stata semplicemente la pietra tombale su una legge che è riuscita nell'impresa di essere pessima in tutto. Negli intenti programmatici, nella struttura, nei modi con cui si è cercato di cattivare il consenso dell'opinione pubblica.
Una pessima iniziativa che, almeno per ora, pare abortita.
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Buonasera a tutti voi!
 
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Prova di post, ciao a tutti!
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Benvenuta Amalia!
Pregliasco parla di "Natale in streaming".
Io proporrei un bel processo, in streaming, a tutti i virologi. Nelle festività, mentre noi mangiamo e apriamo i regali, abbracciandoci come persone normale, loro con le mani legate ci dicono chi è che li ha pagati. Per poi concludere la loro esistenza ai lavori forzati, dopo aver tolto loro ogni cosa.
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