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    • Tina Fallwind
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Anche senza essere agronomi, basta avere un terreno per sapere che non bisogna metterci troppi pozzi. E la ragione è ovvia: le falde acquifere non aumentano certo in proporzione all’aumento dei pozzi e alla lunga rischiano di inaridirsi. I pozzi vanno aumentati quando si scoprono nuove falde. In quel caso ha senso. Chiunque avvii un prodotto editoriale, in pratica costruisce un pozzo. Deve costruirlo in un posto vicino ad un buon parco lettori, possibilmente poco esplorato. Viceversa, contribuisce all’inaridimento del giornalismo (della falda acquifera) e lui per primo raccoglie pochi lettori (poca acqua).


Ma questo di fatto fa sorgere spontanea la domanda: come fare un buon giornale? Non essendo un editore né un direttore, la mia risposta non sarebbe autorevole. Ma per quasi otto anni ho avuto un blog da diecimila visite uniche in media al giorno e nei successivi dieci anni ho creato un profilo e una pagina da cinquantamila follower. Numeri che non sono malvagi. Come creatore di contenuti di interesse, penso di sapere il fatto mio. Ma come ci si riesce? Anzitutto, sgrassando l’analisi del proprio potenziale elettorato da ottimistici pregiudizi, senza farsi infinocchiare da moralismi del tipo “Dobbiamo essere i cani da guardia del potere”, “i fatti prima delle opinioni”, “l’imparzialità”. Il lettore non vuole le notizie, non vuole l’imparzialità, ma semplicemente entrare in una consorteria che rafforzi le opinioni che ha già deciso di abbracciare. Specialmente in un’era in cui le notizie le danno direttamente in un tweet gli stessi protagonisti.
Dice: ma allora tu scrivi per compiacere i lettori? No. Semplicemente quando ho deciso nel 2003 di mettere nero su bianco i miei pensieri, mi sono chiesto se potessero piacere a qualcuno, se ci fosse un “mercato”, mi sono detto di sì e fortunatamente i numeri mi hanno dato ragione.
Questo però non spiega solo quel po’ di seguito che ho (che considero un successo enorme se rapportato ad un investimento tra il modesto e l’inesistente) ma anche il successo passato di grandi giornali come Repubblica e Il Giornale. Che non erano giornali ma comunità di lettori uniti dai medesimi valori e che in un giornale non si limitavano a cercare le notizie: semplicemente, cercavano una casa comune nella quale riconoscersi. E spiega anche il formidabile successo – poi potranno esserci antipatici, ma bisogna riconoscergli il talento comunicativo – della Lucarelli, di Scanzi, di Travaglio e di tanti piccoli e grandi influencer. I quali certamente hanno anche una brillante penna e un accattivante scilinguagnolo che non guastano, ma anzitutto posseggono la primaria qualità di indovinare le temperie del tempo che vivono e di conoscere i confini entro cui possono praticare la loro influenza. La Lucarelli è cosciente che il giorno in cui, anche per caso, le scappasse di dire qualcosa di destra, verrebbe abbandonata da molti lettori di sinistra (e, va da sè, ne acquisterebbe altri a destra). Così come molto più modestamente il nostro giornale perderebbe moltissime visite se cambiassimo linea editoriale. E ne acquisterebbe a sinistra.


Come si concilia questo con la chiusura delle redazioni di Studio Aperto e del TG4? Qui si ritorna alla teoria del pozzo. Ormai ce ne sono troppi che sfruttano la stessa falda acquifera. Un tempo chiunque guardasse il TG4 ci leggeva le quotidiane professioni di Fede (nomen omen) nei confronti di Berlusconi. Quel pittoresco giornalista si cattivava i lazzi delle lobby della risata rossa, ma i suoi ascolti erano alti perché era uno dei pochi a sfruttare un certo bacino elettorale. Oggi il TG4 è indistinguibile da qualsiasi altro telegiornale, completamente appiattito sulla linea del medicalmente corretto. Idem Studio Aperto. C’è da stupirsi che stiano crollando gli ascolti e le visite?
Un vecchio detto insegnava che, se qualcuno ti dà dell’asino, hai il diritto di offenderti e protestare, ma se a dirtelo cominciano ad essere molti, ti conviene cominciare a ragliare. Finché i partiti cosiddetti populisti sono stati un’anomalia, l’establishment si è limitato a disprezzarli. Ma ora che la protesta sta dilagando – e la crisi dei partiti che rappresentavano le istanze della protesta, è solo istituzionale, ciò significa che la protesta rischia di finire nell’eversione – è inutile liquidarli con un’alzata di spalle. È inutile esorcizzarli con definizioni altezzose come nazionalisti, xenofobi, estremisti, novax, sfascisti. Ormai è necessario tenerne conto. Se tanti cittadini, anche nei Paesi più sviluppati, sono talmente “arrabbiati” da non curarsi per nulla di ciò che dicono in coro i grandi politici, i grandi giornali, i grandi intellettuali, è segno che non contestano questo o quel partito, questa o quella linea di governo, ma qualcosa di più profondo e di più importante: lo stesso modello sociale. Che è una falda acquifera ormai logora e in via di esaurimento.


Viceversa, si stanno scoprendo nuove falde acquifere. Ma molti editori e direttori di giornale, invece, si illudono che costruendone nuovi sulla stessa falda, o cambiandone la struttura, l’acqua ricomincerà a sgorgare.
Salvo poi piangere perché di acqua non ce n’è più. E cadere dentro i pozzi.
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Reactions: Tina Fallwind
In che luogo risiede il poeta?
Dove ha da posare il capo?
Io l'ho visto nei pressi di Andromeda
A cercare, ramingo, la porta
Della nobile casa di Omero
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Marciavi tra le fiamme dell'inferno
Avanzando quieto su rovine morenti
Riuscivi a scorgere l'eterno
Conoscevi la via delle sfere celesti
Ove il cielo è fecondo dell'Amore dei santi

Ma pur io ti conoscevo
Anche se imperfettamente
E anche tu mi conoscevi
Stando in me costantemente
Tu riposi nell'incontro tra lo specchio e il mio guardare
Rimirandomi sorridi
Ora è dove puoi restare

Madre nata da quel padre che ci ha battezzati figli
Incontaminata Fede
Rosa mistica tra i gigli
Al tuo grembo egli riposa
Bimbo antico in nuova sede
Al tuo cuore che sussurra
Infinito di sapere
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Ieri accedendo al mio profilo personale – quello col mio nome e cognome, al quale accedo rarissimamente – ho letto una discussione sul covid che impegnava il mio cardiologo e alcuni medici, sostenitori del vaccino, alla quale ho sentito l’esigenza di dire la mia, anche perché il dibattito è avvenuto in maniera civile e quindi sentivo di poter conversare con qualcuno che, pur non avendo le mie stesse opinioni, sapeva rispettare – o quantomeno darne l’idea – le mie. Che, peraltro, specifico, non sono mai consistite nel negare il virus o nel combattere il concetto di vaccino ma nel sottolineare il clima di intimidazione che ormai caratterizza l’integralismo vaccinale. Finché ad un certo punto, uno dei cardiologi ha posto una domanda: “Perché non ti sei vaccinato? Cosa ti convincerebbe a farlo?” e questa domanda ha ispirato l’articolo. Certo, poi il cardiologo ha vagamente scantonato quando ha cercato di far passare il messaggio che la mia decisione di non vaccinarmi fosse dovuta ad una ripicca. E qui viene da sorridere. L’essere umano esiste sulla Terra da centinaia di migliaia di anni ed esisterà ancora, salvo estinzioni di massa, per altri milioni di anni. Dal momento che la mia aspettativa di vita, salvo variazioni in positivo o in negativo, dovrebbe essere di 70-75 anni, sono ben conscio di rappresentare un foruncolino nell’immenso deretano dell’umanità. Dovrei essere stupido parecchio per pensare di fare una ripicca a questo deretano. E nelle tante classifiche dove non primeggio, c’è anche quella della stupidità.


La mia scelta di non vaccinarmi non è sanitaria né ha a che fare con un capriccio. E’ una decisione unicamente politica. Non sono giunto alla conclusione di non vaccinarmi perché sono spaventato dalle reazioni avverse – che mi preoccupano relativamente (io sono molto più preoccupato per quelle a medio e lungo termine che nessuno può conoscere) o perché avendo letto un po’ di Montagnier e un po’ di Tarro, ho preso la laurea in medicina e la specializzazione in virologia su Facebook. Semplicemente, a rendermi sospettoso verso questo vaccino è stato il clima di costante intimidazione psicologica e fisica a cui noi non vaccinati e in generale noi non allineati alle imposizioni di questi ultimi due anni (lockdown e vaccini), siamo stati sottoposti.


Da persona che, per campare, si occupa di comunicazione da vent’anni, quando devo spiegare il funzionamento di un’efficace comunicazione, ricorro sempre ad un esempio inventato da me. Immaginate di dover far entrare una pallina di vetro in un involucro di vetro accessibile da un foro che ha lo stesso diametro della pallina, o appena superiore. Avete a quel punto due possibilità.. inserire con delicatezza la pallina nel foro e dunque appoggiarla.. oppure scagliarla contro l’involucro, sperando di avere un’ottima mira. Nel primo dei casi, otterrete di far entrare la pallina senza problemi. Nel secondo, rischiate di sfasciare sia la pallina che l’involucro.
Nel corso di questi due anni, il sistema di governo che controlla il paese attraverso le sue ramificazioni più o meno ufficiali, ha scelto la strada di lanciarmi le palline addosso, senza minimamente preoccuparsi del fatto che io, involucro, fossi fatto di vetro. I lanciatori di palline, di fronte alle numerose e palesi contraddizioni emerse dalla narrazione ufficiale, hanno cercato di distruggermi, limitando i miei diritti, accusandomi di essere un delinquente, un egoista, un ignorante. Se l’obiettivo era quello di convincermi, hanno ottenuto l’esatto opposto, ossia convincermi del contrario. Peraltro, l’impressione che – visto l’enorme successo che ebbe un mio recente articolo dove ne parlai – non solo io ma anche altre persone abbiamo, è che pare che l’esigenza di farci vaccinare tutti sia vista dall’attuale sistema di potere come una questione di vita o di morte, come se in caso di fallimento della campagna vaccinale, l’attuale sistema di potere possa collassare. I tutori di questo sistema appaiono come quei tanti tossicodipendenti che cercano a tutti i costi la dose altrimenti vanno in crisi di astinenza. Questa è l’impressione che io ho personalmente avuto. E non sono stato il solo.
In parole povere, il potere non mi ha convinto. Perché ha deciso, invece di cercare la strada del dialogo, di intimidirmi. Di farmi apparire un pericolo per la società. Mi ha aizzato contro familiari, amici. Mi ha condotto all’esasperazione, all’ansia, alla preoccupazione costante, giornaliera, per me, per il futuro mio e delle persone a cui voglio bene, per le mie prospettive lavorative, per la mia salute.
Se, in sostanza, l’obiettivo della comunicazione persuasiva era quello di convincere i renitenti alla leva vaccinale, possiamo dirlo con assoluta franchezza: il fallimento è stato totale. A meno che l’obiettivo non fosse un altro. Ma questa è un’altra storia e non voglio divagare.


Veniamo alle condizioni che mi porterebbero a vaccinarmi, che sono molto semplici e si caratterizzano per i seguenti cinque punti.
Primo punto: la campagna di terrorismo psicologico deve finire. Il covid non è una malattia da sottovalutare e su questo siamo tutti d’accordo. Ma non è l’AIDS. E’ una malattia la cui pericolosità è derivata dalla sua contagiosità perché, per il resto, è pericolosa come lo sono tutte le influenze, forse un po’ di più, ma non troppo di più. E’ una malattia da cui nella quasi totalità dei casi si guarisce e che uccide una fascia di età ben precisa e persone che, consapevoli o meno che siano, già hanno problemi pregressi. Se il covid fosse pericoloso come l’AIDS, verrebbe percepito come tale. E non assisteremmo ad un ampio fronte di persone che non accettano la limitazione dei propri diritti. Perché di fronte ad un pericolo palese, non preoccupatevi che i negazionisti non esistono. Se un domani arrivasse un covid pericoloso e mortale come la prima AIDS (ma contagioso come il covid), state tranquilli che i “negazionisti” non esisterebbero.


Secondo punto: il vaccino deve essere autenticamente facoltativo. Autenticamente facoltativo significa che io, se decido di non farmelo, non devo vedere la mia vita ridotta ad un incubo, familiari e amici che mi tolgono il saluto, pesanti limitazioni sul lavoro e quant’altro. Posso accettare anche l’idea del green pass, alle seguenti condizioni però: deve essere illegale qualsiasi green pass subordinato al vaccino e i tamponi devono costare una cifra ragionevole. Non più di un euro a tampone. Arrivo a dire pure che mi starebbe anche bene che invece di valere 48 ore il green pass, valga per 24 ore. Ma il costo deve essere ragionevole. Obbligare un individuo che vive esclusivamente del suo lavoro a versare ogni 48 ore l’obolo di 15 euro, significa di fatto obbligarla a vaccinarsi. A quel punto, o il governo si assume la responsabilità morale e materiale di obbligare a vaccinarci (mettendomi così di fronte alla scelta di espatriare) oppure si fa un bel tana liberi tutti. E a quel punto lo stato, se non vuole che si riempiano le terapie intensive, mette mano al portafoglio e invece di acquistare banchi a rotelle e cretinate analoghe, costruisce nuovi ospedali. La Cina ne ha costruiti numerosi. In venti giorni. Avessimo dedicato il tempo usato per sfasciare l’economia di questo paese e per seminare un clima da guerra civile, alla costruzione di ospedali covid (poi riconvertibili ad altro ad emergenza finita) oggi non ci dovremmo più porre il problema delle terapie intensive e dei posti letto.


Terzo punto: radiazione dall’albo e licenziamento di tutti quei medici che propagandano la negazione di cure a coloro che non vogliono vaccinarsi e che passano il tempo sui social a fare battute sarcastiche sui non vaccinati. La medicina è una cosa seria. Le star e starlette della virologia e in generale della medicina, se vogliono fare i pavoni ad uso dei tanti analfabeti funzionali che gli ronzano attorno convinti di accedere per osmosi all’Olimpo della Scienza, si dimettessero dai loro incarichi. A poliziotti e carabinieri vengono imposti pesanti limitazioni alle loro esternazioni sui social. Non si vede perché ai medici, che non gestiscono l’ordine pubblico ma la salute, non debbano essere applicati analoghi parametri.


Quarto punto: le multinazionali del farmaco devono firmare un documento nel quale si assumono tutte le responsabilità per ogni danno che dovesse essere indotto da vaccino. Questo si tradurrebbe in cause miliardarie? Me ne infischio totalmente. Io sono un cittadino e lo stato non ha il diritto ma il dovere di pretendere che un’azienda privata sia responsabile dei danni che provoca.


Quinto punto: lo stato deve favorire la diffusione delle terapie domiciliari. Che esistono. E funzionano.
Grazie alle indicazioni delle terapie domiciliari, a me il covid è durato esattamente cinque giorni. Il primo ho avuto una febbre molto alta e lievissime difficoltà respiratorie. Se avessi seguito le indicazioni ufficiali, sarei finito intubato e probabilmente morto. Dato che qualche piccolo problema di salute ce l’ho. Ho, invece, letto i consigli delle terapie domiciliari, li ho applicati (non ho preso la tachipirina, solo l’aspirina) e il giorno dopo stavo già praticamente quasi nelle medesime condizioni di prima del covid, cioè bene. Salvo una lieve ricaduta, il quinto giorno, durata giusto qualche ora. Inoltre lo stato ci deve una spiegazione su come mai ai militari che si occupano di gestire l’emergenza covid, guarda caso, raccomandi esplicitamente di curarsi esattamente con le stesse indicazioni che poi, attraverso la medicina ufficiale, irride, diffama e vieta ogni giorno. O i militari hanno uno speciale gene che li rende sensibili alle terapie domiciliari o questa è l’ennesima enorme contraddizione che sta dietro il covid.


Queste sono le prime cose che mi vengono in mente e sicuramente ce ne sarebbero altre che mi dimentico e che potrebbero saltar fuori dai commenti e a cui non ho il tempo di pensare. L’importante è che emerga chiaro il senso di questo articolo: io non esisto in quanto ape operaia di un alveare. Esisto in quanto cittadino. E le leggi non servono soltanto per arginare lo sconfinamento dei diritti di un individuo nel campo dei diritti della collettività ma anche per scongiurare lo sconfinamento dei diritti della collettività nel campo dei diritti individuali. Che da questa storia del covid escono fortemente indeboliti, se non addirittura annullati.
Se si assisterà ad un cambiamento in tal senso, allora prenderò in considerazione l’idea di vaccinarmi. Fino a quel momento, qualsiasi pressione psicologica, fisica, sociale, finanziaria, mediatica, politica per vaccinarsi, va vista per quello che è: una violenza.


Questo è quanto. Forse non sarà tutto, forse avrò dimenticato qualcosa, forse (anzi senza forse) sarà un articolo ingenuo perché parte dal presupposto che gli intenti di questa classe politico-sanitaria siano sinceri. Ma quantomeno è la voce di uno che sta dall’altra parte. Non è la voce di un novax, di un negazionista, di uno che quando si cura si rivolge ai maghi e non ai medici. E’ la voce di un cittadino che non accetta la violenza.

E rifiutare la violenza in una democrazia non è un diritto. E’ un dovere.
Nessuna emergenza, in una democrazia, giustifica il sequestro dei diritti dei cittadini.
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Soltanto ieri ho parlato dell’amor di patria. E amando il mio paese, non posso che dolermi del triste momento che sta vivendo. Ma ci sono anche circostanze in cui si può essere sinceramente dispiaciuti per le sorti di un paese straniero che ci è caro. Che nel mio caso sono tre: Norvegia, Libia, Russia. La Norvegia perché ci ho vissuto alcuni anni molto belli, la Libia perché ci ho lavorato e di cui ricordo la meraviglia dei paesaggi e delle costruzioni, la Russia perché, per via di parenti lì, ci sono stato spesso, scoprendo la bellezza di San Pietroburgo. Paesi ai quali se accadesse qualcosa di male, ovviamente mi dispiacerebbe molto di più rispetto ad altri. Senza nulla togliere a questi altri. E’ un fatto sentimentale. Ma mentre dalla Norvegia e dalla Russia non mi giungono notizie di sconvolgimenti in atto, da dieci anni invece la Libia è martoriata da una sanguinosa guerra che ha quasi completamente distrutto quel paese. E da ieri si sta tenendo una conferenza per discutere di quali saranno le sorti per la Libia, nella quale a fine Dicembre si terranno le elezioni per stabilire la nuova leadership.


I media parlano di questo evento come fosse l’alba di una nuova fase e al riguardo non si può che dubitarne. Non si vuole da questa mia modesta postazione insegnare il mestiere a gente che si occupa di geopolitica da tanti anni, ciò non significa che se si dice che Tripoli è la capitale degli Stati Uniti, si debba accettare la cosa solo perché magari, dico per dire, la dice un esperto di geografia o geopolitica. Un errore rimane tale, quale che sia l’autorevolezza di chi lo compie.

Al riguardo, quando si parla di Libia, è sempre bene tenere conto che si parla del nulla assoluto. Perché come nazione non esiste. Fu arbitrariamente creata dall’ONU, all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale quando, progressivamente, tutti i paesi del continente europeo persero le colonie. In quella che noi chiamiamo Libia, esistono ben centoquaranta tribù, ognuna con usanze completamente completamente diverse e antitetiche tra loro, per religione, etnia, lingua e dunque storia e cultura. Unite solo da una cosa: considerare Gheddafi prima e Al Serraji e Haftar poi, personaggi abusivi che non rappresentano certo tutte le istanze libiche. E che naturalmente subiscono le ostilità – peraltro eterodirette dalle potenze geopolitiche – delle altre tribù.
E’ del tutto impensabile che possa nascere una democrazia in quei posti. Perché la democrazia è fatta di leggi la cui presenza presuppone uno stato figlio di una nazione in cui tutti si riconoscano. Anche perché è la cultura di un popolo a dargli quei princìpi che poi si convertiranno in leggi.
Si capisce già da questo che oggi come oggi, non sia possibile alcuna democrazia in Libia e che l’unica salvezza di quel popolo possa arrivare solo da qualcuno che si assuma la responsabilità, senza sensi di colpa, di andare lì, fare tabula rasa di tutte le culture locali, di tutti i tanti capi e capetti di quelle zone e di fatto annettere quel territorio alla propria nazione. Schema che, per come la vedo io, andrebbe replicato su tutti i paesi africani che si trovano nella medesima condizione dato che sono tutti nelle medesime condizioni della Libia, stesso punto di partenza, stessi guai. L’Italia, che sta proprio di fronte ai libici, dovrebbe semplicemente prendere – è il caso di dirlo – armi e bagagli, andare lì e occupare quei territori, senza andare troppo per il sottile. E non è questione di voler fare la guerra preventiva. E’ che così come non possiamo vivere in un condominio dove c’è un appartamento abbandonato dove bivaccano tossici violenti, non possiamo nemmeno avere un non-stato davanti alle nostre coste, con tutto ciò che ne consegue, sul piano pratico, anche in termini di immigrazione. So benissimo che molti terzomondisti mi faranno il nome del figlio di Gheddafi. Soltanto che quel ragazzo purtroppo ha la stessa ottusità del padre: pensa ancora alla possibilità che nasca una nazione libica e il massimo che è disposto a concedere è una partnership. E qua c’è da trasecolare: come può pensare di pretendere che qualcuno lotti per l’indipendenza della Libia senza ricavarne ritorni economici e geopolitici blindati? Chi è il pazzo sprovveduto che spenderebbe soldi e uomini solo per una semplice partnership? Io che da sempre sogno una Libia italiana o almeno filoitaliana, sarei il primo a trovare folle una cosa del genere.
Ma Gheddafi figlio è l’ultimo dei problemi. Non sono le resistenze locali ad impedire lo scenario sopra descritto. Se il problema fosse solo l’Italia contro la Libia, l’esito della guerra non sarebbe scontato ma saremmo fortemente favoriti per la vittoria.


Nel mondo ideale, appunto. Perché nel mondo reale, ovviamente, le cose sono molto più complicate. In primis, un’azione di questo tipo richiederebbe doverosamente la benedizione di paesi molto più grandi dei nostri che in quel caso vorrebbero la loro fetta della torta, specie dopo aver speso danari e uomini. Quando per esempio Francia assalì banditescamente Gheddafi, ebbe la benedizione degli americani che volevano toglierselo di torno, approfittando anche della debolezza politica di Berlusconi che era l’interlocutore privilegiato del defunto leader libico. E gli americani quel supporto se lo sono fatto pagare caro e amaro. In secundis, il vero problema, come dicevamo nel precedente paragrafo, non è tanto affrontare le resistenze dei locali. Saltando pie pari le sciocchezze di Di Battista che dice che la Libia sarebbe il nostro Vietnam, nella realtà quel paese è desertico, le sue comunicazioni sono rese difficili dalle distanze, il livello tecnologico degli armati che andremmo ad affrontare è basso, dunque tecnicamente non dovremmo avere problemi, anche se naturalmente è il benvenuto qualsiasi militare che abbia dati e prospettive differenti e voglia contraddirmi in merito. La questione non è quella ma come affrontare le azioni di sabotaggio che puntualmente arriverebbero dal giorno dopo da parte dei servizi segreti degli altri paesi. In parole povere, per fare davvero pulizia, l’Italia dovrebbe avere una serie di requisiti interconnessi. In primo luogo una politica forte, che non possa essere fatta fuori dal primo giudice. Poi, il controllo totale dei servizi segreti nazionali oltre ad un solido servizio segreto estero, una sorta di CIA italiana. In teoria esisterebbe l’AISE. Solo che, sarà che siamo di bocca buona, ma gli interessi italiani non è che ultimamente sembrino granché tutelati. Senza contare l’esistenza di quella gran buffonata del Copasir, “il controllo di trasparenza dei servizi segreti”, che è come dire il comitato di controllo dell’illibatezza di una prostituta. Dovrebbe avere una classe politica di gente non animata dall’irenica visione di un mondo arcobalenato dove guai a toccare l’Africa – e che però casomai permette all’Africa di toccare l’Europa – e soprattutto una mentalità che faccia giustizia di tutte le scemenze finora proferite sul colonialismo, a partire dallo sciocco senso di colpa che da quasi ottant’anni intossica ogni dibattito sulla questione africana e che tratta gli africani (quelli con la pelle nera) come povere vittime dell’uomo bianco, senza neanche contare che nei paesi a maggioranza islamica o di pelle nera, i bianchi cristiani vengano giornalmente massacrati. Scemenze che peraltro, purtroppo, non attecchiscono solo a sinistra ma imbevono anche un po’ di destra radicale.

Soluzioni realistiche non ce ne sono. E forse è quello il punto: la malattia libica non ha cura. Perché la Libia è un paese ricchissimo di materie prime che servono a nutrire paesi che ne hanno bisogno. E che certamente non accetterebbero di sloggiare da lì, tantopiù se a muoversi fosse l’Italia. Tutte le volte che qualcuno parla di ripartizione della Libia, all’Italia assegnano la Tripolitania. Una regione quasi completamente priva di materie prime (che invece sono in Cirenaica e nel Fezzan, oltre che nel deserto), quindi sarebbe solo un costo aggiuntivo, quattro milioni di bocche in più da sfamare, mentre la vera torta se la prenderebbero gli altri.


Forse bisogna rassegnarsi e considerare la situazione libica per quello che è: una malattia incurabile. Non rimane che sognare. Che, per esempio, crollino tutte le grandi potenze geopolitiche mondiali? Che si mettano d’accordo e ragionino responsabilmente e accettino che ogni parte del territorio africano abbia un padrone europeo? Che cinesi, americani e russi consentano che le nazioni europee tornino all’altezza della loro secolare fama? Nulla ci vieta di rifugiarsi in un onirico mondo di soluzioni mirabolanti. Il guaio dei sogni è che durano massimo qualche decina di minuti. Poi suona la sveglia.
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Vorrei che m'invitassi
In quel luogo celato
Tra cielo e terra nato
Radura d'aurei sassi
Invitami a cercare
Oh amore sconosciuto
La mia pietra angolare
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Tra l'Alfa e l'Omega il principio
Del mio canto di mestizia
Foggiate in braci rubre le ali aperte
Per sempre d'immutabile mancipio
Colei che alla fine inizia
Nel fuoco di un calore palpitante

Giaccio e sorgo in cenere nigra
Le mie vestigia opera d'Eterno
Lo spirto di mia stirpe non trasmigra
Là dove l'acque prendon nome Averno

Se vuoi saper da dove io deriva
Nel mezzo del deserto devi andare
Fin dove il tuo occhio non arriva
Là dove c'è la ruota temporale
Così che tu vedrai la causa viva
Del suo inesorabile girare

Io sono un sol che muore nella luna
La luna inghiotto nel mio bel morire
È simile alla mia la tua fortuna
Se ti fai luna e sol nell'apparire

Ma poiché tu sei uomo e non fenice
Stai bene attento al gioco della ruota
È nata dallo scherzo di un fanciullo
Ch'è in cielo non ha sesso ed è divino
Non indugiar nel triste e nel felice
Ma rendi il tuo mistero cosa nota
La verità non ha aspetto fasullo
E il dio si cela spesso nel bambino.
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Un giro in piazza
Tra me e la folla
Il respiro
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Prova di post, vediamo se va.
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Buongiorno a tutti
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Il mio bimbo è un peso per la mia carriera
Il mio bimbo piange nei supermercati
Il mio bimbo non vi fa dormir la sera
E ingrossa la fila dei disoccupati

Pare sia un flagello per la Madre Terra
Non ha riguardi per la sua salute
Consuma cibo soldi acqua e luce
Senza provare alcun rimorso

Il mio bimbo non ha ancora corso
Per me è un mistero la sua voce
Ma le sue ore sono già intessute
Del filo insanguinato della guerra

Ma il mio bimbo sarà cavaliere
Leggerò Parsifal tutte le sere
Di oro e acciaio forgerò il suo cuore

Coraggio e Forza gli faran sigillo
Per chiave Amore
E nome Figlio.
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Amore foriero
Di cotal splendore

Così pensai rimirando
Il celeste spettacolo dei tuoi occhi
Arcuata e tesa
Nervosa, a lungo bramata
Dal desiderio implacabile dei tocchi
Esperti, da parole messe al bando
Dalle labbra imbiancate
Di frigide puttane

Amore è porte spalancate
Alle notti di luna
Amor fruscio di sottane
Che mi hai regalato
Amor portafortuna
In un anno disgraziato

Amore foriero
Di cotal splendore

Così gustai il momento supremo
Della nostra unione
Di baci e saliva guizzante
Morsi rappresi sulla carotide
Stupido e scemo
Detti a ragione
In una stanza al profumo di glicine
Quando, con bocca d'ambrosia stillante
Mi sussurrasti prendi il mio nome.
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Prova di post
 
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Siedo dunque nella mia casa, raccolta nella stanza più profonda. Questa casa ha tante stanze quante ne ha il mio cuore e ognuna si apre e chiude a seconda del mio amore. Siedo dunque in questa stanza e osservo l'orizzonte cielo e terra, in quel punto in cui si incontrano e si scambiano ciò che passa.
Il mio sguardo è azzurro e limpido, con pupille di umida terra: puoi scavare e trovi pietre, di smeraldo e di zaffiro, di rubino e di diamante.
Ma la perla che tu brami non la trovi in questa stanza. Non la puoi vedere, non la puoi toccare, essa è altro da ciò che immagini, non ha luogo in cui posarsi, non ha luogo in cui giacere.
Io lo osservo, l'orizzonte di sangue, che fa strada al buio occidentale, che confonde le forme umane. Da esso emerge l'esercito della morte, superbo nella furia omicida, tracotante nel suo vano passo.
Ma il signore della morte non sa che sta svanendo nel profilo delle dune, non vede i suoi soldati disfarsi in vento caldo.
Egli non sa che io l'osservo dalla stanza del mio cuore, in cui splende, a farmi luce, il bagliore perlaceo della pietra occulta.
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