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Su come molti atei in realtà non abbiano mandato in soffitta la mentalità religiosa, ho già scritto. Già citare qualcuno non viene considerato elegante, se poi si cita anche se stessi, si corre il rischio di farsi ridere appresso. Il lettore di fronte a “come ho già scritto in altre circostanze” è autorizzato a rispondere “A chi?” e ridere della vanità dell’autore. E poi, se i miei lettori si accorgessero che i miei articoli si ripetono in successione, anche a stimarmi, dopo un po’ chiuderebbero la pagina: l’orgasmo di leggere un articolista che la pensa come noi dura giustappunto il tempo dell’orgasmo. Poi si vogliono nuove emozioni, posto che i miei articoli siano all’altezza di provocarle. Ma se cito di nuovo questa mia convinzione è perchè essa si aggancia perfettamente a ciò di cui vorrei parlare.


L’uomo, come ho già scritto (ok, non lo faccio più, scusatemi) anche quando non crede in Dio, non per questo smette di credere a cose assolutamente non dimostrate e non dimostrabili. Quella che più fa sorridere è l’idea che lo stato sia sempre interessato al bene della collettività. Perchè è forse quella che non solo di dimostrazioni ne contiene di meno ma, anzi, andando a ritroso della storia, è la percezione che più di tutte si avvicina al falso. Naturalmente, dal momento che non esiste alcuna evidenza della cosa, a maggior ragione il concetto di stato viene ammantato di un armamentario di simbolismi il cui scopo è unicamente quello di intimidire i cittadini, ponendoli in soggezione di fronte al Leviatano. Cioè di fatto ad un’entità incorporea o, per meglio dire, la cui corporeità risiede nella disponibilità di un singolo cittadino di sacrificare, dinnanzi ad esso, la propria individualità. Lo si definisce con la S maiuscola, si usa la C maiuscola per definire la Costituzione, del presidente si dice che è il Presidente Della Repubblica, con le prime lettere in maiuscolo. Ma chi non ha una visione religiosa dello stato, lo vede per quel che è. Un male necessario. Un prodotto della natura umana. Un’azienda il cui core business è fornire attraverso il pagamento delle tasse, la protezione a cittadini altrimenti incapaci di difendersi da soli. E dunque, essendo quella azienda divenuta stato, quella che quel core business lo soddisfa in meglio: perchè è il gruppo di persone che ha più uomini o perchè sono i più forti o i meglio armati, perchè assicura meglio i servigi che ne giustificano l’esistenza.
Naturalmente, non sempre un gruppo è forte a sufficienza da ridurre a soggezione tutti gli altri e quello è il momento in cui sorge una guerra civile oppure si verificano rivoluzioni, cambiamenti violenti di regime. Che si verificano perchè i gruppi che si scontrano raramente condividono i medesimi valori e la pensano allo stesso modo.

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Se si depura la propria concezione dello stato da ogni idealismo, si riesce anche a percepirne la sua necessarietà. Del resto, l’uomo è un animale sociale. In quanto tale, diversamente dal gatto che è in grado di procacciarsi da solo il suo topo e dunque scaccia ogni maschio si possa avvicinare, l’uomo ha bisogno di tessere dei legami per sopravvivere. E fin qui siamo tutti d’accordo. Siamo anche d’accordo che lo stato deve esistere, in qualche forma. Ma da qui a trasformare questo banale dato sociologico in una continua salmodia dello stato, è qualcosa che francamente si fa fatica a sopportare. Uno stato non ha niente di morale ma molto di pratico. Non è il frutto di un accordo a tavolino tra le parti come scriveva Di Pietro in un suo insulso bignamino sulla costituzione ma è anzi l’esatto opposto: il prodotto di un conflitto in cui c’è un vincitore che in quanto tale “detta legge”. E che, va da sè, farà di tutto per mantenere il proprio potere perchè se non lo facesse, un altro gruppo con altri valori, lo soppianterà.
Si capisce già da questo che lo stato – e si badi bene, non potrebbe essere altrimenti – non è interessato ai suoi cittadini per loro ma per sè stesso. In quanto tale, se per garantire la propria sopravvivenza deve uccidere alcuni cittadini, lo farà. Come è già successo quando, per seguire i deliri espansionistici di qualche sovrano, lo stato non ha esitato a mandare a morte milioni di persone in questa o quell’altra guerra.
Se emergeranno gruppi con valori diversi da quelli contenuti nello statuto, lo stato li perseguiterà fino a ridurli ai minimi termini. E dunque il cittadino deve diffidare dello stato nella medesima misura che lo porta a riconoscerne la necessarietà. Proprio per questo è anche inevitabile, naturale, umano, che il cittadino si guardi attorno e cerchi altri gruppi.



Nel momento in cui si fuoriesce dall’inganno, si respira a pieni polmoni come se si fosse usciti da un paese dominato dal socialismo reale. Ma la libertà non è per tutti. L’uomo che smette di credere in Dio, non fuoriesce solo da una disciplina e da un insieme di regole. Esce anche da qualcosa che dà un senso alla sua vita. Al tempo stesso, chi esce dalla religione del Leviatano, esce da una serie di bugie, di opprimenti convinzioni imposte con tutta la forza di cui esso dispone. Ma esce anche dal conforto che può dare solo l’adesione ad un conformismo. Si smette di credere che lo stato pensi al bene dei cittadini e ci si accorge che il suo unico scopo è la conservazione dello status quo. Non si pensa più che lo stato voglia proteggere i suoi cittadini da un virus ma ci si chiede quanto il desiderio spasmodico di vaccinare in massa per proteggere la collettività, sia compatibile con le giornaliere campagne di riduzione della popolazione e con gli allarmi sul fatto che l’INPS non abbia più soldi, chè anzi questo virus costituisce un’occasione d’oro per risolvere o quantomeno attenuare entrambi questi problemi.
La logica e la razionalità autorizzano i dubbi più atroci perchè le contraddizioni sono palesi.


Uscendo dalla dimensione religiosa dello stato, si trova stupido chi ripone cieca fiducia negli altoparlanti attraverso i quali, sotto forma di intrattenimento, informazione, infotainment, il Leviatano tenta di spargere il suo seme. Il credente della religione Stato non consente alcuna eterodossia nel prossimo. Se anche solo osa guardarsi altrove, subito i sacerdoti della politica gli ricordano che il Leviatano è il signore dio suo e che non avrà altro dio all’infuori di esso.
A quel punto, come nelle religioni tradizionalmente intese, l’umanità si divide in due: chi è abituato a non credere in nulla, non crederà neanche nel Leviatano. Chi crede, deciderà di recitare giornalmente la propria professione di fede. Crede in un solo dio, stato onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili. E dunque ritenendo che bisogna “eliminare la mela marcia, affinché non infetti le altre mele del cesto”, eliminerà tutti quelli che mettono in discussione il dogma del potere dominante.


A quel punto, quelli che invece vogliono continuare a credere nel Leviatano, casomai mentre offendono Cristo e coloro che ci credono, continuano a recitare la propria quotidiana professione di fede nel Leviatano. Non in chiesa ma sui social. Non davanti ad un prete ma davanti a Burioni. Chi è interiormente libero, decide di lottare per un altro stato e di dichiarare guerra a quello dominante.

E’ tutta questione di indole.
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Ciao a tutti ragazzi!
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Prova di commento.
Roma, 1 lug – M5S addio, Giuseppe Conte e Beppe Grillo si contendono ciò che ne resta: dopo lo strappo con il garante, l’ex premier fa sapere che non rinuncia al suo progetto per colpa di una sola persona e il comico genovese corre ai ripari per ricompattare il Movimento con il voto su Rousseau. La scissione dunque appare inevitabile.



Sangue di Enea Ritter

Scissione M5S: Conte e Grillo si contendono i parlamentari​

Se ancora tiene banco il botta e risposta tra Grillo e Conte – con il primo che fa un video in cui dice di non essere il “padre padrone” ma il “papà che ci mette il cuore nel M5S” e il secondo che lo accusa di dire falsità sul suo conto – la vera partita è già sul controllo di quanti più possibili parlamentari e maggiorenti del Movimento.

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Alla Camera maggioranza con Grillo, al Senato (tanti al secondo mandato) con Conte​

Se alla Camera i 5 Stelle che vogliono restare con Grillo sono più numerosi, al Senato – soprattutto tra le file di chi è al secondo mandato e rischia la disoccupazione – sono quasi tutti con Conte. Una spaccatura inevitabile in cui c’è ancora chi sta aspettando per schierarsi. A partire dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, di cui però si vocifera la volontà di voler restare con il garante. Viceversa, un passaggio dell’ex capo politico del M5S con Conte per Grillo sarebbe la fine.

Scontro Conte-Grillo, le ragioni dell’ex premier…​

Tornando allo scontro che ormai appare insanabile, Conte ha contrattaccato sostenendo che Grillo voleva molto più di una diarchia. “Quando viene chiesta la rappresentanza internazionale, il coordinamento della comunicazione, quando viene chiesto di condividere tutte le scelte degli organi politici – vicepresidenti, componenti dei comitati – quando finanche viene chiesto di concordare e autorizzare addirittura i contratti allo staff di segreteria io credo che sia più che una diarchia ed è umiliante. Quindi lo statuto non è seicentesco, è medievale da questo punto di vista”, sostiene l’ex premier. Poi l’annuncio: “Se resto in campo? Sicuramente c’è tanto sostegno dai cittadini, abbiamo fatto un progetto politico, ho lavorato 4 mesi a questo progetto e non vedevo l’ora di condividerlo… Questo progetto politico evidentemente non lo voglio tenere nel cassetto, perché non può essere la contrarietà di una singola persona a fermare questa proposta politica che ritengo ambiziosa e utile anche per il Paese”.

…e quelle del garante M5S​

Dal canto suo Grillo, in un nuovo video dai toni più morbidi in cui sostanzialmente fa appello all’unità in vista della scissione, difende la sua posizione. “Io ho reagito come dovevo, col mio cuore, la mia anima e la mia intelligenza. Non da padre padrone ma da papà, ho fatto cose straordinarie ricordo a chi oggi mi sta disprezzando”. Circa l’intenzione dei contiani di mollare il Movimento, il garante si limita a dire: “Se qualcuno farà una scelta diversa la farà in coscienza“. In merito allo statuto “seicentesco”, che secondo Grillo non andava bene perché limitava troppo i poteri del garante e al contempo aumentava a dismisura quelli del leader politico, il garante rivela che dopo una contrattazione a un certo punto Conte ha detto: “Io non ti rispondo più”. Per poi dire quello che ha detto in conferenza in diretta Facebook. A sentire l’ex premier invece queste sono falsità. Ma il punto ormai è un altro.

Il partitino di Conte è virtuale e non ha posto neanche in Parlamento​


Conte va alla conta di quanti 5 Stelle stanno con lui: si vuole fare un partitino tutto suo. Anche se virtuale, senza neanche la possibilità di nascere intanto almeno in Parlamento. Infatti al massimo i contiani devono finire nel Misto, non potendo presentare un nuovo simbolo o nome. Grillo invece vuole bruciare le tappe e far votare prima possibile su Rousseau un Comitato direttivo, con nomi indicati da lui che però ricompatterebbero il Movimento. Ovvio che Grillo conta soprattutto su Di Maio e anche su Roberto Fico, il presidente della Camera, anche lui per ora in silenzio. Staremo a vedere.

Il dato politico è che il M5S è finito​

Il dato politico tuttavia è che il M5S è finito. Quel che diventeranno i due tronconi nati dalla scissione ancora non è dato sapere, ma appare evidente che Grillo stia giocando la carta del ritorno alle origini, di resettare tutto a prima dell’appoggio a Conte. Che lo ricordiamo si è concretizzato in due governi prima e nell’investitura a leader 5 Stelle poi. Per finire con un “vaffa” in cui potrebbe finire anche la carriera politica dell’ex premier. In effetti Conte, che (giustamente) per Grillo “non ha una visione politica né capacità manageriali”, un progetto preciso. Per ora voleva semplicemente scalare il M5S e mettere in un angolo il fondatore. Operazione fallita. Ora che ci sarà la scissione, Conte ha anche il piccolo problema di non essere eletto in Parlamento. In tal senso non possiamo neanche dire che (con i dovuti distinguo) è il Renzi del M5S: per l’equivalente di Italia Viva infatti non c’è posto in Aula.




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