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  • Uno degli errori più comuni è quello di vivere in un periodo unico e irripetibile della storia. Fu questo gigantesco equivoco a far scrivere a Fukuyama che la storia fosse finita. Per cui molti credono che gli ebrei abbiano goduto sempre del rispetto e della stima di cui godono oggi. Che certe cose che oggi troviamo assurde, lo fossero al tempo in cui sono accadute.
    In realtà, se si va a ritroso nella storia, si scopre che tutta l’intelligentia prenazionalsocialista, a partire dalla stessa filosofia tedesca, sugli ebrei dice cose che farebbero impallidire Hitler, che anzi probabilmente si ispirò a tutta quella branca per autorevolizzare il proprio antisemitismo. Il punto è che, secondo l’opinione comune del tempo, gli ebrei erano un problema. Erano pericolosi e dunque andavano emarginati.

    Il paragone tra non vaccinati ed ebrei e dunque tra l’attuale dittatura sanitaria e il nazismo sta andando molto per la maggiore. E al di là dell’artifizio dialettico di accostarli per denunziare le pulsioni autoritarie che come nuvole si addensano all’orizzonte, il paragone potrebbe in effetti apparire forzato se non fosse che, in realtà, i non vaccinati sono soltanto l’ennesima declinazione della razza degli apoti, per dirla con Prezzolini, cioè quelli che non la bevono.
    Una nazione non nasce soltanto per elementi etnici ma anche per un comune spirito morale. Gli inglesi che abbandonarono la madrepatria, trattati come paria, non erano diversi dagli inglesi rimasti in patria sul piano etnico, linguistico e culturale. Ma se, successivamente, fondarono gli Stati Uniti – che hanno pochi elementi etnici e culturali che li uniscano – riuscendo a costituire a tutti gli effetti una nazione, ciò è stato possibile in quanto erano uniti da qualcosa che è più importante dell’elemento etnico: una comune morale, spesso discutibile nel popolo americano, ma fortemente presente ed influente, nel registrare i fatti del mondo e nell’interpretarli al fine di definire la propria politica estera.
    Analogamente, ritenere gli apoti una nazione, alla luce di quanto sopra, non è strano nè assurdo. Perchè gli apoti sono una razza e una cultura a parte. Non allineandosi acriticamente ad ogni cosa che dice il governo, di fatto costituiscono una razza, anzi una specie completamente diversa da coloro che, invece, scelgono di credere a tutto. E questa razza, in questi anni, si è vista stringere al collo dalla tirannia finanziaria – che negli ultimi mesi si è declinata in tirannia sanitaria – la corda del politicamente, sessualmente, finanziariamente e medicalmente corretto.
    La diatriba vaccino-sì vaccino-no è solo la fase, forse finale e decisiva, di una lunga operazione di diffamazione del dissenso che nasce a monte. I non vaccinati di oggi sono gli antieuropeisti di ieri, definiti sovranisti psichici. Sono gli anti-antifascisti dell’altro ieri, definiti fascisti. Per ogni categoria dissidente, c’è una definizione diffamante. Solo che era difficile, anche per la vasta eterogeneità di ogni gruppo di dissenso, trovare un pretesto che lo identificasse in blocco, per poi soffocarlo compattamente.
    Il covid ha costituito il pretesto per creare, finalmente, gli ebrei 2.0 con cui prendersela: i non-vaccinati. E non deve sorprendere perchè è una costante di ogni regime, quando occorre regolare dei conti, scegliere di categorizzare un gruppo di persone. Per rendere riconoscibile il “nemico”. Perchè l’odio funziona come meccanismo di prossimità. Odiamo chi è visibile, chi possiamo toccare, chi possiamo perseguitare, chi può essere bersagliabile dalla nostra adrenalina. Non perdiate tempo a spiegare che la colpa di questa crisi sia dei giochini di qualche finanziere oltreoceano. O della Cina. Nessuno spreca energie mentali e fisiche per unirsi alla lotta contro un nemico lontano diecimila chilometri. Dovete trovargliene uno visibile, a portata di mano, di pugnale, di gas.

    Questo è esattamente ciò che chi irride il collegamento tra nazismo e sanitarismo non riesce a comprendere. Quando un popolo come quello ebraico riesce a farsi odiare da interi popoli, questo non giustifica certo il genocidio ma certamente autorizza lo storico più o meno professionista a porsi delle domande: e in tal senso la mia risposta, di storico che professionista non lo è per niente ma non per questo rinuncia a chiedersi il perchè delle cose, è sempre stata molto convinta: gli ebrei sono “colpevoli” di avere una solida identità alla quale non rinunciano. Mai.
    Avendo conosciuto molti ebrei e onorandomi molti di loro della loro amicizia, la prima cosa che noto è che possono parlare con accento romano come la mia amica Daniela, con accento salernitano come la mia amica Carlotta, avere un delizioso accento livornese come il mio amico Raffaele: ma rimangono sempre e comunque anzitutto ebrei, dentro. Pur ritenendosi ed essendo italianissimi ed anzi, alcuni di loro, persino rivendicandolo con orgoglio. E’ un po’ l’equivalente di quello che Croce, col suo “non possiamo non dirci cristiani”, tentò di far capire a molti integralisti del laicismo. Così come si può essere atei di fede ma cristiani di morale e dunque anche un ateo in realtà è imbevuto di morale cristiana, gli ebrei non possono non dirsi ebrei, anche quando atei. Solo che i cristiani non se ne rendono conto, gli ebrei sì. Ed è la loro forza. Qualche volta anche la loro debolezza. Perchè quando la devastante crisi del 1929 si abbattè sulla Germania, sebbene fosse una scemenza prendersela con l’intero popolo ebraico – la finanza era fatta anzitutto da banchieri protestanti, la finanza ebraica era una minoranza, senza contare che moltissimi ebrei cittadini comuni erano morti per la Germania durante la prima guerra mondiale – la scelta di Hitler di prendersela in massa con gli ebrei aveva una sua ratio: gli ebrei erano riconoscibili. Perchè prendersela con gli speculatori di Wall Street che avevano dapprima gonfiato l’economia tedesca fingendo di aiutarla a riprendersi per poi tagliargli i viveri, non sarebbe stato capito dal popolo tedesco. Invece, con gli ebrei era facile perchè erano lì. Occupavano molti spazi della società. Erano il nemico perfetto. Come gli apoti, non vaccinati, sovranisti, antisistema. E tutto il mainstream incanalò l’odio verso di loro perchè facilmente colpevolizzabili di quanto accaduto. Hitler passò solo alla cassa, sfruttando un capitale di odio che era pronto soltanto ad essere investito.
    Agli apoti sta accadendo lo stesso. Hanno un’identità, forse confusa, ancora da definire, ma che, proprio come per gli Stati Uniti, è prima ancora morale che etnica, religiosa o culturale. Ho spesso la percezione, ritenendomi parte del “popolo apota”, di essere antropologicamente diverso dagli altri. Non sto dicendo nel bene o nel male. Diverso. Dunque un’identità. Che, come spesso accade nei momenti della persecuzione, inizialmente è embrionale e poi si solidifica. Anche perchè l’elemento più solidificante di un’identità è il senso di estraneità. Si è prima ancora stranieri rispetto ai francesi, agli inglesi, agli spagnoli, poi si diventa italiani. E’ come quando alcuni gruppi si saldano proprio grazie alla presenza di un corpo estraneo da espellere: un fenomeno che come frequentatore di gruppi fisici e digitali, ho visto un’infinità di volte: arriva l’individuo estraneo e il gruppo si cementa sulla sua persecuzione. Analogamente, è come se si stesse delineando, presso noi apoti, una nazione morale prima ancora che etnica. Ed è questa nazione morale ad essere finita nel mirino dell’altra nazione morale.

    E’ per questo che il paragone tra ebrei e non vaccinati, dunque apoti, è azzeccatissimo. E’ tempo di fare redistribuzione di risorse, perchè ce ne sono sempre di meno. E c’è, dunque, bisogno di qualche “ebreo” da gasare.
    I non vaccinati sono perfetti come nuovi ebrei. Esattamente come erano perfetti gli ebrei originari negli anni Trenta. Anzi, delegittimando la loro identità a cui riferirsi, presto si farà l’ulteriore e forse definitiva scoperta: un uomo senza identità è assai più facile da sopprimere senza venire ricordato. Proprio come avveniva con gli ebrei, di cui si è sovente messa in discussione perfino la loro reale essenza. E’ per questo che in questi anni si è fatto di tutto per cancellare le identità. Quelli di troppo, quando non hanno identità, sono facilissimi da sopprimere.
    L’idea dello sterminio nacque quando persone comuni cominciarono a pensare o semplicemente a tollerare che altre persone non avessero pari diritti e pari dignità. Anche grazie a scienziati come i tantissimi che autorizzarono gli esperimenti scientifici sugli internati ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento. Che peraltro pare che siano già in allestimento per i malati di Covid.
    Il resto fu solo una conseguenza. Sta accadendo di nuovo. E ne usciremo solo se ci costituiremo come nazione a parte, preparandoci a combattere.
    Oggi come oggi, perseguitarci è gratuito. E noi apoti non dobbiamo più consentirlo.
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    L’espressione “scoppia la pace” indica ironicamente due belligeranti che decidono di smettere di spararsi addosso pur continuando a rimanere nemici. Ma forse il verbo “scoppia” è superfluo perchè la pace stessa, per chi non ne conserva la versione zuccherosa dei pacifisti, non implica certo che due contendenti che si sono sbranati fino al giorno prima, decidano di fare all’amore. Ma solo che trovino più utile non spararsi addosso, pur continuando a duellare. Fu questo principio a far dire a Von Clausewitz che la politica è la guerra proseguita con altri mezzi. Che si sarebbe potuta tranquillamente ribaltare. E che fa titolare ai giornali che tra Conte e Grillo scoppia la pace. E a tal riguardo è lecito chiedersi perchè.



    Saltando a pie pari le considerazioni sulla natura nebulosa dell’accordo che non contano in realtà nulla – contano solo le forze in campo – la prima cosa da dire, sulla scia di quanto premesso sopra, è un’ovvieta: in un duello, se i duellanti decidono di fare la pace è perchè nessuno dei due ha la possibilità di vincere.
    Per quanto Conte cercasse di intimidire l’avversario a colpi di mutria e di prosopopea tipicamente giuridichese, di sicuro un leader politico convinto di conquistare un largo consenso non pretende di costruire la propria comunità tentando di appropriarsi dei dati personali degli iscritti dell’avversario, viepiù vantando inesistenti ragioni di tipo giuridico. Se la crea da zero.
    In tal senso, per quanto si atteggino ad enti istituzionali, le comunità della Casaleggio Associati, il blog di Grillo, il sito del Movimento, i portali di propaganda (TzeTze e altri) e Rousseau, non sono nient’altro che forum appartenenti ad aziende private, ai quali l’utente si iscrive accettando di cedere i propri dati. E quelle iscrizioni Grillo se le è conquistate. Non intimando al PD o a Forza Italia di cedergli i dati degli iscritti.
    E’ sicuramente vero che le autorità giudiziarie possono imporre, per mille valide ragioni, che Davide Casaleggio consegni i dati degli iscritti. Ma solo per accertamenti dovuti al perseguimento di un reato. Di certo non perchè lo chiede, per ragioni politiche dunque personali, un ex-presidente del consiglio che oltretutto, in questa fase, non essendo neanche un parlamentare e non avendo un proprio partito, è tornato al rango di cittadino privato al pari di un’emerita nullità come chi scrive questo articolo.

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    In tal senso, le richieste di Giuseppi non solo erano talmente assurde sul piano giuridico da farmi, per un momento, dubitare che fosse davvero laureato in legge. Ma lo erano soprattutto sul piano politico.
    Che se ne pensi bene o male (e io ne penso malissimo), Grillo, pur imbolsito e appesantito nella sua forza politica, resta pur sempre un leader di lungo corso e di largo consenso, sia come comico che come politico, che si è conquistato i galloni di capo sul campo. Conte è un signor nessuno di cui sfido chiunque a ricordarsene l’esistenza prima della sua esperienza di governo. E che Grillo inevitabilmente guarda come una libellula guarda una mosca. In sovrappiù, Beppe rispetto a Giuseppi ha una cosa che si chiama esperienza. Padroneggia egregiamente i media di vecchia e nuova generazione – per averli frequentati per tantissimi anni – ed è probabile che abbia detto al suo rivale “Caro professore attento. Tu oggi godi di grande consenso solo perchè i media ti vogliono aizzare contro di me. Ma non illuderti che una volta che mi hai confiscato casa, poi non ti facciano fuori. Quelli hanno già i loro leader e tu sei solo il loro utile idiota”. Riconducendo Giuseppi a miti consigli.
    Beppe Grillo, da par suo, era giustappunto consapevole che, in caso di guerra, Conte avesse l’appoggio momentaneo dell’establishment – che già aveva iniziato a massaggiare i nervi dell’ex-comico con la storia del figlio – e che insomma convenisse non tirare troppo la corda.
    Entrambi hanno bluffato il tempo necessario per poi arrivare al momento in cui immancabilmente, come dicono nel poker, si “vedono” le carte. Per poi rendersi conto di avere in mano solo scartine. E hanno preferito l’accordo. Al netto naturalmente di altre cose che non sappiamo e forse non sapremo mai. E che potrebbero rendere inutile questo articolo più di quanto non lo sia di suo.


    Sarebbe poco serio fare previsioni a lungo termine. Certamente la pace tra i due non implica certo che sia cessata la reciproca diffidenza. A tal riguardo viene da pensare a quando Berlusconi fondò il PDL, sfilando AN da sotto il sedere di Fini. Che dapprima protestò (“Siamo alle comiche finali!”) ma poi decise di rimanere nel partito facendogli la guerra da dentro. Tentativo legittimo se non fosse che, scegliendo la strada suicida di amoreggiare con la sinistra, si inimicò di fatto tutto il popolo della destra di AN che seguì il Cavaliere. Che evidentemente conosceva l’elettorato meglio di Gianfranco.
    Nel caso del Movimento 5 Stelle, la situazione è più complessa. In primo luogo perchè non è chiaro l’establishment con chi si schiererà tra i due.
    Inoltre, mentre Berlusconi era a capo di una corazzata, nessuno degli attuali duellanti ha ragioni per essere ottimista sul proprio futuro politico.
    Non ne ha Beppe dal momento che, sì, il Movimento 5 Stelle ha certamente avuto molti voti anche da destra ma personalmente non conosco nessuno, da quelle parti, che oggi lo voterebbe.
    Ma non ne ha neanche Giuseppi. La sinistra di oggi non è certo quella del PCI ma molti dei suoi dirigenti e intellettuali storici sono, più o meno ufficialmente, ancora in attività. Avranno dunque mantenuto intatta la sapienza tattica di quel grande partito, compresa la storica capacità di suonare attraverso le sue innumerevoli grancasse, dolcissime melodie nei confronti di chiunque porti loro un tornaconto, per poi, quando occorrerà, vomitargli addosso, napoletanamente parlando, “questo, quello e Mariastella”.
    Durante il primo governo, Conte è stato insultato in tutti i modi dalla sinistra, sovente con una sgradevolezza che ha infastidito persino chi non lo aveva certo in simpatia. E il motivo è ovvio: uno degli azionisti di quel governo era Salvini. Durante il secondo governo, a sentire i media, Conte era divenuto il nuovo De Gasperi. Fino all’imbarazzante fenomeno mediatico delle “bimbe di Conte” prontamente rispolverate in chiave antileghista, antifascista e non so più che altro. Un’inversione ad U che nauserebbe persino uno stomaco d’amianto ma che potrebbe tranquillamente ripetersi nel momento in cui lo scenario mutasse ancora. E’ del tutto impensabile che se Conte si costruisse un soggetto politico per conto proprio, la sinistra gli lasci quote di mercato, senza invece più probabilmente ricominciare ad insultarlo.

    Conte e Grillo devono aver considerato tutti questi dati e alla fine, come il leone e il cinghiale della favola di Esopo, vedendo sullo sfondo accumularsi gli avvoltoi, invece di scannarsi hanno preferito mettersi d’accordo.
    Una scelta che, almeno dal punto di vista dei loro interessi, può considerarsi saggia.
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    Abbasso Juve!
     
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    Su come molti atei in realtà non abbiano mandato in soffitta la mentalità religiosa, ho già scritto. Già citare qualcuno non viene considerato elegante, se poi si cita anche se stessi, si corre il rischio di farsi ridere appresso. Il lettore di fronte a “come ho già scritto in altre circostanze” è autorizzato a rispondere “A chi?” e ridere della vanità dell’autore. E poi, se i miei lettori si accorgessero che i miei articoli si ripetono in successione, anche a stimarmi, dopo un po’ chiuderebbero la pagina: l’orgasmo di leggere un articolista che la pensa come noi dura giustappunto il tempo dell’orgasmo. Poi si vogliono nuove emozioni, posto che i miei articoli siano all’altezza di provocarle. Ma se cito di nuovo questa mia convinzione è perchè essa si aggancia perfettamente a ciò di cui vorrei parlare.


    L’uomo, come ho già scritto (ok, non lo faccio più, scusatemi) anche quando non crede in Dio, non per questo smette di credere a cose assolutamente non dimostrate e non dimostrabili. Quella che più fa sorridere è l’idea che lo stato sia sempre interessato al bene della collettività. Perchè è forse quella che non solo di dimostrazioni ne contiene di meno ma, anzi, andando a ritroso della storia, è la percezione che più di tutte si avvicina al falso. Naturalmente, dal momento che non esiste alcuna evidenza della cosa, a maggior ragione il concetto di stato viene ammantato di un armamentario di simbolismi il cui scopo è unicamente quello di intimidire i cittadini, ponendoli in soggezione di fronte al Leviatano. Cioè di fatto ad un’entità incorporea o, per meglio dire, la cui corporeità risiede nella disponibilità di un singolo cittadino di sacrificare, dinnanzi ad esso, la propria individualità. Lo si definisce con la S maiuscola, si usa la C maiuscola per definire la Costituzione, del presidente si dice che è il Presidente Della Repubblica, con le prime lettere in maiuscolo. Ma chi non ha una visione religiosa dello stato, lo vede per quel che è. Un male necessario. Un prodotto della natura umana. Un’azienda il cui core business è fornire attraverso il pagamento delle tasse, la protezione a cittadini altrimenti incapaci di difendersi da soli. E dunque, essendo quella azienda divenuta stato, quella che quel core business lo soddisfa in meglio: perchè è il gruppo di persone che ha più uomini o perchè sono i più forti o i meglio armati, perchè assicura meglio i servigi che ne giustificano l’esistenza.
    Naturalmente, non sempre un gruppo è forte a sufficienza da ridurre a soggezione tutti gli altri e quello è il momento in cui sorge una guerra civile oppure si verificano rivoluzioni, cambiamenti violenti di regime. Che si verificano perchè i gruppi che si scontrano raramente condividono i medesimi valori e la pensano allo stesso modo.

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    Se si depura la propria concezione dello stato da ogni idealismo, si riesce anche a percepirne la sua necessarietà. Del resto, l’uomo è un animale sociale. In quanto tale, diversamente dal gatto che è in grado di procacciarsi da solo il suo topo e dunque scaccia ogni maschio si possa avvicinare, l’uomo ha bisogno di tessere dei legami per sopravvivere. E fin qui siamo tutti d’accordo. Siamo anche d’accordo che lo stato deve esistere, in qualche forma. Ma da qui a trasformare questo banale dato sociologico in una continua salmodia dello stato, è qualcosa che francamente si fa fatica a sopportare. Uno stato non ha niente di morale ma molto di pratico. Non è il frutto di un accordo a tavolino tra le parti come scriveva Di Pietro in un suo insulso bignamino sulla costituzione ma è anzi l’esatto opposto: il prodotto di un conflitto in cui c’è un vincitore che in quanto tale “detta legge”. E che, va da sè, farà di tutto per mantenere il proprio potere perchè se non lo facesse, un altro gruppo con altri valori, lo soppianterà.
    Si capisce già da questo che lo stato – e si badi bene, non potrebbe essere altrimenti – non è interessato ai suoi cittadini per loro ma per sè stesso. In quanto tale, se per garantire la propria sopravvivenza deve uccidere alcuni cittadini, lo farà. Come è già successo quando, per seguire i deliri espansionistici di qualche sovrano, lo stato non ha esitato a mandare a morte milioni di persone in questa o quell’altra guerra.
    Se emergeranno gruppi con valori diversi da quelli contenuti nello statuto, lo stato li perseguiterà fino a ridurli ai minimi termini. E dunque il cittadino deve diffidare dello stato nella medesima misura che lo porta a riconoscerne la necessarietà. Proprio per questo è anche inevitabile, naturale, umano, che il cittadino si guardi attorno e cerchi altri gruppi.



    Nel momento in cui si fuoriesce dall’inganno, si respira a pieni polmoni come se si fosse usciti da un paese dominato dal socialismo reale. Ma la libertà non è per tutti. L’uomo che smette di credere in Dio, non fuoriesce solo da una disciplina e da un insieme di regole. Esce anche da qualcosa che dà un senso alla sua vita. Al tempo stesso, chi esce dalla religione del Leviatano, esce da una serie di bugie, di opprimenti convinzioni imposte con tutta la forza di cui esso dispone. Ma esce anche dal conforto che può dare solo l’adesione ad un conformismo. Si smette di credere che lo stato pensi al bene dei cittadini e ci si accorge che il suo unico scopo è la conservazione dello status quo. Non si pensa più che lo stato voglia proteggere i suoi cittadini da un virus ma ci si chiede quanto il desiderio spasmodico di vaccinare in massa per proteggere la collettività, sia compatibile con le giornaliere campagne di riduzione della popolazione e con gli allarmi sul fatto che l’INPS non abbia più soldi, chè anzi questo virus costituisce un’occasione d’oro per risolvere o quantomeno attenuare entrambi questi problemi.
    La logica e la razionalità autorizzano i dubbi più atroci perchè le contraddizioni sono palesi.


    Uscendo dalla dimensione religiosa dello stato, si trova stupido chi ripone cieca fiducia negli altoparlanti attraverso i quali, sotto forma di intrattenimento, informazione, infotainment, il Leviatano tenta di spargere il suo seme. Il credente della religione Stato non consente alcuna eterodossia nel prossimo. Se anche solo osa guardarsi altrove, subito i sacerdoti della politica gli ricordano che il Leviatano è il signore dio suo e che non avrà altro dio all’infuori di esso.
    A quel punto, come nelle religioni tradizionalmente intese, l’umanità si divide in due: chi è abituato a non credere in nulla, non crederà neanche nel Leviatano. Chi crede, deciderà di recitare giornalmente la propria professione di fede. Crede in un solo dio, stato onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili. E dunque ritenendo che bisogna “eliminare la mela marcia, affinché non infetti le altre mele del cesto”, eliminerà tutti quelli che mettono in discussione il dogma del potere dominante.


    A quel punto, quelli che invece vogliono continuare a credere nel Leviatano, casomai mentre offendono Cristo e coloro che ci credono, continuano a recitare la propria quotidiana professione di fede nel Leviatano. Non in chiesa ma sui social. Non davanti ad un prete ma davanti a Burioni. Chi è interiormente libero, decide di lottare per un altro stato e di dichiarare guerra a quello dominante.

    E’ tutta questione di indole.
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    Buongiorno a tutti!
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    Buongiorno a te.
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