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MA CHE ROBACCIA È L’EUROVISION?
In questi giorni per i media impazza l’Eurovision e io, devo dire la verità, da quando questa manifestazione è diventata di moda, cioè da pochi anni (prima non se la filava nessuno ed esiste dagli anni Sessanta) non ne ho capito nulla. Né dell’utilità, né degli intenti, né del regolamento, bizzarro (come tutto ciò che è forzatamente europeo). In teoria dovrebbe essere una sorta di champions league della musica, infatti per l’Italia partecipa il vincitore del Festival di Sanremo che poi, se vince, sarà l’organizzatore dell’edizione successiva. Nella pratica, la stragrande maggioranza delle canzoni è di lingua inglese, oltretutto con melodiche e ritmiche che non corrispondono minimamente alla tradizione musicale dei singoli paesi. Voglio dire, se si organizza una gara musicale tra nazioni, il minimo sarebbe mettere in competizioni le tradizioni musicali di ciascun paese. Uno si aspetta, per esempio, che il Portogallo partecipi con una canzone basata sul fado, tradizione musicale locale, infatti una canzone che apprezzai moltissimo fu di un giovanissimo cantante portoghese malato di cuore, qualche anno fa. Magari non con questi criteri rigidi, perché la musica è anche contaminazione. Ma non un bollito misto.

Sinceramente, ieri non ho visto nulla di questo. Tutte canzoni uguali, fintorock, inglesizzanti, tutte ammiccanti chi più chi meno ad ambiguità sessuale e ad una contaminazione razziale da propaganda. In che modo questa gara valorizzerebbe la musica europea? A quel punto non è meglio un semplice contest, senza mettere in mezzo gare tra nazioni, invece di una manifestazione nata per fingere di non offendere nessuna identità europea ma che, nei fatti, le castra tutte, per giunta cantando nella lingua di una nazione che dall’Unione Europea è scappata a gambe levate? Il festival di Sanremo vi risulta che preveda l’obbligo di far partecipare un cantante per ogni regione?
In sintesi, l’Eurovision è l’emblema dell’Eurozona. Né carne né pesce, con vincitori già annunciati: o la coppia omoerotica Mahmood-Blanco o la band ucraina. E la musica? Quella se ne sta altrove, zitta e buona (cit.) dove non arriva la propaganda liberal. A noi non resta che rivalutare il Povero Gabbiano, tormentone dell’anno, mentre gli artisti si truccano ispirandosi alle sue ali.
Richard Benson l'ho conosciuto personalmente. Il tempo di un caffè bevuto assieme per puro caso in un bar di Napoli.
Chi era davvero? Sulle sue origini e sulla portata del suo passaggio su questo pianeta, sussiste un acceso dibattito.
Secondo molti era un chitarrista inglese di Woking italianizzatosi. Secondo me, e non solo, uno dei tanti italiani inglesizzati così di moda nei barocchi anni ottanta, il cui vero nome era Riccardo Benzoni. Uno di quei troll che sovente compaiono nello star system, senza mai far capire davvero chi davvero siano e cosa diano.
Fuoriuscendo dai fumi "rippaioli" ben distillati dagli addetti alla necrologia celebrativa digitale, e senza beninteso delegittimare il suo eterno riposo, cerchiamo di essere seri.
Benson o Benzoni era poco più di un cialtrone e basta.
"A Roma arriva la peste suina" titolano sui giornali.
Ma, almeno questa volta, non c'è bisogno di affannarsi nella ricerca del paziente zero. Lo trovate a Palazzo Chigi.

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