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    • Tina Fallwind
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C'è qualcosa di ribelle
In questo mio abbandonarmi sul letto
A osservare le immagini di una mente che galoppa
Su una volontà pigra
Su di un corpo svogliato che s'arrende
All'ozio delle idee
E s'interroga l'anima
Dai piedini sfuggenti e graziosi

Corre via per schernire
La mia scarsa attitudine atletica
Ha pazienza soltanto
Quando prova pietà
per la mia indolenza
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Ciao a tutti!
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Buonasera a tutti!
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Blanca è un cuore vuoto
Ricolmo del Signore
Ha lo sguardo di Maria
Rivolto sempre al cielo
Di Marta le mani sante
Infaticabili suorine che si affrettano a curare
Il giardino di delizie

Blanca spazza il portico della casa padronale
Attende con fiducia che arrivi il suo signore
Non ha messo da parte nemmeno un ninnolino
Di quelli che ricordano l'infanzia ormai passata
Lei dorme in un giaciglio di paglia
Non osa pronunciare "io voglio"
Neanche per errore
Blanca parla da sempre la voce del Creatore

E se tu chiederai Non tieni proprio a niente?
Lei ti sorriderà come chi la sa lunga
A tutto - soavemente
A tutto men che a me
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La mia anima è una popolana di De Blaas
Che pulisce i vetri di una villa signorile
Il signore è un mistero oscuro
Forse un principe o un vampiro
Lei lo guarda da lontano
Tra uno straccio e il vetro opaco
Ne segue le movenze
Ombre raffinate e agili
Ne ha imparato il passo svelto
Ma alla sera lei indovina
Il suo passo un po' placato
Lui si ferma e ove la mira
Lei trattiene appena il fiato
Si nasconde in faccende
A cui presta l'attenzione
Quella giusta che le serve
Per da lui farsi notare
Non si guardano con gli occhi
Si conoscono da dentro
Sempre anelano l'un l'altro
Di sapersi da vicino

Tu pulisci più che puoi
Mia fanciulla delicata
Il signore ti vedrà
Quando è linda la vetrata.
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Ti ricordi il bacio inedito che scambiammo alla stazione?
Speleologi di labbra in ricerca di un sapore
Il nostro

Quello che ci ritroviamo a ogni incontro fugace
Incastrato in una quotidianità che non ci appartiene
Ci appartiamo nella bolla dell'Olimpo degli innamorati
Con la certezza delle ore rubate al giorno
Rubate alla distanza chilometrica delle mani
Le nostre

E il sapore della torta al cioccolato a colazione
Quello della parigina poco prima della luna
Lei che, piena, rende pazzi l'un dell'altro
Fa dimenticare il tempo
Troppo veloce per far parte dell'eternità
La nostra

M'annidavo nel solco tra la spalla e il collo
Muschio e sale si confondono nel respiro della tua pelle
T'ho rubato una maglietta come pegno del mio amore
Tu m'hai affidato il cuore
L'ho riposto in uno scrigno
Il nostro

Io scandisco ogni secondo prima di rifar l'amore
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Un canto

Una gabbia dorata
E un profilo frammentato d'usignolo

Ma no
Una voce di donna!
La vedevo senza gli occhi
Buoni solo a guardare ciò ch'è evidente
Lei era nuda lo sapevo
D'una morbida bianchezza virginale
Senza esser tuttavia meno amata
Il suo amante la poteva guardare
E ispirarsi al suo canto celestiale
Per raggiungere le altezze sconosciute
Attraverso quelle armoniche carezze

Io ascoltavo il suo pallido cantare
Lontano e ovattato
Il suo invito a partire al concerto
Mitigato da distanza siderale
Ma le stelle le contengo nel costato
Non per molto dovrà ancora aspettare
Fino al giorno che il suo canto e il mio fiato
Sì potranno finalmente accordare
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A te sono giunta
Con un cesto colmo di petali secchi
Di rosa socchiusa in grembo
A te sono giunta
Come donna incinta da nove vite
Da ragazza son giunta
Con un cesto di bacche infantili
Che cullavo come serpi in seno
Tu mi hai tratto dal gorgo
Di parole furenti
Dal giudizio implacabile stretto
Tra i denti
Così giunsi al tuo petto
Come bimba piangente
Come morta di fame
Picchia al vecchio convento
Sono giunta e mi hai accolto
Coi tuoi occhi di padre
Qui son giunta e mi hai aperto
Il mistero soave
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Ciao a tutti
 
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Finora il fenomeno di Selvaggia Lucarelli è stato esplorato da più punti di vista, secondo me quelli più superficiali, legati alla persona, al suo tipo di comportamenti. O anche quello legato alle sue opinioni. Contro di lei è nato anche un blog dove si fanno le pulci alla sua vita e alla sua carriera. Un’iniziativa che personalmente non mi sento di approvare per gli stessi motivi per cui non approvo lei: non ha il minimo senso attaccarsi alla sua vita privata, di cui ognuno conserva i propri scheletri nell’armadio, come fa lei attaccandosi spesso a quella di chi è oggetto delle sue critiche. Come non ha senso appellarsi al fatto che per tanti anni, senza avere alcun titolo (salvo aver acquisito, recentemente, quello di pubblicista) abbia scritto sui giornali. In un paese sano, l’Ordine dei Giornalisti andrebbe abolito domani. Un obbrobrio che abbiamo, con queste caratteristiche, solo noi in Italia e che per giunta fu ideato da quello stesso fascismo contro cui lei stessa si scaglia.


La Lucarelli, in realtà, è un falso problema. Lei è solo l’ariete di un meccanismo che parte da lontano e che porta tantissimi lettori a seguire lei e altri suoi colleghi, facendoli divenire popolari. Chi l’ha aggredita (che poi in realtà non ha aggredito lei ma la telecamera) evidentemente non si rende conto che anche se un giorno, per assurdo – e speriamo di no, non tanto perché non vogliamo essere accusati di istigazione a delinquere ma perché sarebbe un gesto totalmente controproducente e sbagliato – qualcuno le facesse seriamente del male, nascerebbe immediatamente un’altra Lucarelli che ne erediterebbe il posto. Infatti la giornalista di Civitavecchia non è che l’ennesima riproduzione del cosiddetto “criticismo”, un fenomeno che nasce da lontano e che specialmente con l’avvento dei social, è letteralmente esploso. Quel meccanismo per cui un’opera che non rientrerebbe minimamente nei parametri oggettivi, positivi o negativi, attraverso i quali valutarla o la cui soggettività richiederebbe che venisse compensata da una competenza specifica, viene invece apprezzata o disprezzata, prevalendo sui canoni oggettivi. Quando questo fenomeno diviene sistematico e incoraggiato dalle istituzioni, abbiamo il nuovo tirante della tirannia non ufficiale ma in verità ufficiosissima che forma opinioni sbagliate e costruisce carriere immeritevoli. Ottenendo come risultato quello di soggettivare la qualità artistica, rendendola incomprensibile.

Spiego. Supponiamo, per esempio che io domani decidessi di scrivere un libro, che peraltro è un’idea che ho in carniere già da un po’. Il parametro oggettivo con cui valutarlo è uno solo: se vende più o meno delle spese necessarie per produrlo. Se, in sostanza, per promuoverlo spendessi 2000 euro e ne guadagnassi 5000, potremo considerarlo un successo. Se però per guadagnare quei 5000 ne spendessi 10000, sarebbe un flop. E non è un discorso di natura commerciale. Se guadagni più di quel che spendi per produrre un’opera, questo significa che i tuoi sforzi sono stati compensati dall’apprezzamento dei lettori. Fin qui tutto bene, finché non arriva il critico. Il quale vi spiega perché dovreste comprare il mio libro e perché no, frapponendosi nel vostro meccanismo decisionale.
Occorre chiarire che non sto dicendo che la critica sia dispensabile, anzi. Un ottimo e onesto critico permette ad un lettore che si addentra in un universo a lui sconosciuto, di non buttare tempo e soldi in qualcosa di poco qualitativo. Ma questo meccanismo, per rimanere proficuo, produttivo, serio, necessita di due cose: una competenza provata e specifica del critico e la volontà del lettore di non adagiarsi sulle competenze acquisite grazie al critico, il quale a sua volta dovrebbe anche contribuire ad accrescere lo spirito critico del lettore.


Questo, nel mondo ideale.
Nel mondo reale, il critico è spesso agganciato più o meno esplicitamente alle caravane del potere politico o finanziario. O più banalmente, come forse nel caso della Lucarelli, un personaggio alla ricerca di una platea che gli consenta di vendere le proprie opere o la propria immagine. Col lettore che spesso gli appalta il proprio spirito critico senza minimamente chiedersi se sia davvero competente in ciò che scrive.
Inoltre, se un argomento è tecnico e per impossibilità materiale di essere onniscienti, dobbiamo usufruire di qualcosa che non conosciamo, il critico è fondamentale. Ma quando il meccanismo diviene sistematico, fino all’inflazione, esso è il sintomo (ma qualche volta anche la causa) di un’ignoranza divenuta virale. E con essa di una caratteristica tipica di molti ignoranti: parlare di cose che non si sanno, diventare ipercritici nei confronti dell’operato altrui, che lo si consumi o lo si osservi, senza naturalmente mai provare di saper fare meglio. Qualcosa che non ha certo origine dalla Lucarelli. Perché da Sgarbi in poi, divenuto famoso quando la nostra frequentava il Liceo Classico Guglielmotti (quindi non ancora pronta per essere colpevole di qualcosa) sono stati sdoganati, nell’aere dell’agorà, atteggiamenti che un tempo sarebbero valsi la cacciata da qualsiasi dibattito e che oggi sono considerati assolutamente normali. E che hanno convinto la Lucarelli che il massimo della gratificazione morale sia poter ogni giorno affossare un’opera o il personaggio che la produce, senza aver dato alcuna dimostrazione che si potesse e sapesse fare meglio.
E sia chiaro che il problema non è, in sé, criticare. Il diritto di opinione e di critica è garantito dalla Costituzione. Il punto è che ragioni di opportunità e di buonsenso imporrebbero che la critica in primo luogo fosse educata e adeguatamente motivata. E in secondo luogo, che venisse da critici che hanno dimostrato qualcosa sul campo. Curiosamente, più l’opinione viene da un tecnico del mestiere, più questi, come critico, sarà umile e compìto. Questo vorrà pur dire qualcosa.


In altre parole, se la Lucarelli leggesse questo articolo e dicesse che non è scritto bene o che non scrivo bene io, la cosa avrebbe un senso. In fin dei conti stiamo parlando di una buona scrittrice, che secondo me non ha prodotto capolavori della letteratura (e penso che nemmeno lei abbia la pretesa di considerarli tali) ma libri che si possono comunque leggere. Viceversa, nel momento in cui, dopo un’esibizione di un ballerino a Ballando con le Stelle, inveisce critiche senza senso contro il poveretto di turno, salvo poi querelarlo se questo gli risponde per le rime, il tutto senza aver mai avuto una carriera come ballerina, oppure si lancia in giudizi politici trancianti contro chiunque non la pensi come lei, a quel punto deve pure mettere in conto che molti si infastidiscano. Fino ad arrivare agli estremi di gesti inconsulti, censurabilissimi ma che denunciano chiaramente un fatto: la Lucarelli tende a produrre con una certa facilità reazioni che si sarebbero potute evitare se invece si fosse scelto un altro linguaggio linguistico. E che con altri non si producono.

Perché lo fa? Perché purtroppo molti suoi lettori vogliono questo. Se i critici raggiungono il successo, parlando con sicumera di cose di cui non hanno una provata competenza, il motivo risiede in un basso livello di educazione generale, associato ad una profonda ignoranza. Che non è soltanto contenutistica, è anche logica. Anche per colpa della “guerra al complottismo” che non si limita a denunciare le falsità dell’antisistema ma si estende anche al palese tentativo di disattivare lo spirito critico dell’individuo, in luogo della preconfezionata pappa del pensiero unico. Rendendolo dunque schiavo del conformismo criticistico.
La Lucarelli non è certo l’iniziatrice di questo disfacimento. Contribuisce senza dubbio a diffonderlo. Ma ha preso avvio il giorno in cui – tutta questa roba inizia negli anni Ottanta, quando la Lucarelli era piccola – si sono sdoganati atteggiamenti che in altre ere sarebbero valse la cacciata a pedate da qualsiasi dibattito pubblico, almeno televisivo. E non di scarso rilievo è stato il declino dell’istituzione scuola. Che, quando era qualcosa di immensamente più serio di oggi, non avrebbe mai permesso ad un allievo di assumere certi atteggiamenti. A quei tempi, si poteva avere un rendimento eccellente ma se si aveva un voto basso in condotta, si veniva bocciati senza appello.
Non voglio certo tornare alle atmosfere compassate delle tribune politiche degli anni Cinquanta quando un giovanissimo e sbarbato Scalfari, levatosi in piedi come un docile scolaretto, poneva domande con fare compito ad un sussiegoso e professorale Aldo Moro, comodamente seduto. Vorrei solo il ripristino di alcune regole di educazione e buonsenso. Rivolgersi alle persone che critichiamo con educazione, magari indicando come si farebbe al loro posto. Non interrompere mai chi sta esponendo il suo pensiero (se sai che va per le lunghe, non lo inviti alle tue trasmissioni). Fare un maggiore uso di condizionali, di “a mio modesto parere” o di “secondo me”. Perché le regole dell’educazione non servono a rendere una società vuotamente formale e ipocrita. Ma a rendere la convivenza più serena e civile. E una società nella quale chi critica, per giunta senza aver dimostrato competenze, è molto più prestigioso e seguito di chi fa, diventa una stanza ospedaliera sterilizzata dove nessuno produce più nulla. Limitandosi a criticare altre stanze ospedaliere sterilizzate. In un grande rumore di fondo la cui somma è lo zero assoluto.

Dopodiché, nel diminuire l’importanza della Lucarelli come icona di nemico pubblico dei dissidenti, non mi sfugge certo l’inquietante timore che molti hanno delle sue reazioni, manco fosse la regina di Inghilterra. Di cui certo non mi lascia indifferente la propensione nel capovolgere i ruoli delle sue tenzoni dialettiche, trasformandosi da provocatrice a vittima. Né le provocazioni che ogni giorno rivolge a quelli che lei etichetta come “novax”, salvo poi stupirsi che qualcuno reagisca in maniera scomposta. Semplicemente, la cosa che non si capisce è che lei dà quel che i lettori le chiedono. Sgarbi una volta lo ammise tranquillamente: io sono così perché sennò non mi si fila nessuno. La Lucarelli, se fosse diversa (e secondo me, dal vivo è molto diversa dalla sua immagine pubblica) non avrebbe raggiunto i milioni di follower che ha. Se puntasse davvero a migliorare i lettori che la leggono, non userebbe quei toni, non si rivolgerebbe in quel modo alle persone oggetto della sua critica, non userebbe quel sarcasmo che spesso profonde nei suoi articoli e nei suoi post. Solo che a quel punto verrebbe rapidamente fatta fuori dallo stesso sistema che le ha consentito di diventare famosa. Come verrebbe fatto fuori Burioni se cercasse un dialogo con i non vaccinati.
Perché l’obiettivo dei tutori del sistema tirannico,
travestito da democrazia, è quello di trasformare i cittadini in militanti del pensiero unico. Da blandire con carezze e intimidire con sferzate mirate a vulnerarne l’autostima. “Se la pensi come noi, sei gradito, altrimenti non sei degno di godere dei tuoi diritti”
Il problema, come al solito, siamo noi lettori. Noi che fabbrichiamo carriere che meriterebbero invece umili approdi. Che condanniamo al silenzio chi invece ha cose belle e importanti da dire ma, nel temere di essere ferito sul piano personale da persone completamente prive di empatia, preferisce astenersi. Che non cacciamo mai dai posti di potere ufficiali e ufficiosi chi ambisce a renderci schiavi morali e, tra poco, anche materiali.

FRANCO MARINO
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Con te ci vuol pazienza
E un po' di latte caldo
La calda tenerezza
Dell'istinto materno

Ci vuole la lentezza
del calmo tamarindo
L'attesa del Natale
Vissuta da un bambino
Ogni giorno è un tesoro
Di luci colorate
Ti sento più vicino
Già scorgo la tua estate

E se tu lo vorrai
Andremo al mare insieme
Così mi insegnerai
A dispiegar le vele
Io poi ti insegnerò
Come si guarda il sole
A leggere le nubi...

Sembrano minacciose
Ma solo se le temi
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Alla morte e ai tormenti
Al volere del fato
All'amore d'un dio generoso
Io mi espongo
Non ascolto i lamenti
Di colui che mi ha amato
Egli resterà sempre mio sposo
Il mio Admeto

Ho scambiato i miei fili
Intessuti dalla Parche
Non ancor divenuti sottili
Le mie membra ancor fresche
L'acuto ingegno
Lo sguardo vispo
Per far fede all'impegno
Di edera e issopo

Non conosco vergogna nell'amare all'estremo
Nel pensare ancor meno al bene di sé
L'eroismo di questo sacrificio supremo
È di donna, di moglie, di chi più non potè
Pronunciare Ti amo in modo blasfemo

Quindi giungi sferzante
Scure auriga del dio della Morte
Io mi staglio sul campo
Come bianco stelo di giunco
Io mi immolo da ardita
Non tardare! Rapisci la vita
Di chi Amore si rende
Così mano di morte l'Amato non prende.
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Ho sentito la Maestra parlare
E il mio cuore ha iniziato a battere
La paura è un istinto animale
Proprio noi non possiamo cedere

La paura non arriva dal cuore
È la mente a portarci a credere
Che gli anelli delle nostre catene
Ci costringano entro una prigione

Ma l'Amore richiede apertura
Una fede assoluta nel salto
Che spicchiamo oltre la nostra paura
Per raggiungere l'amore dell'altro.
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Juventus ancora!
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Juventus! Cristiano Ronaldo
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Un articolo del Frankfurt Allgemeine prova a tracciare un parallelo tra il bipolarismo della Guerra Fredda e quello di oggi tra Stati Uniti e Cina. Scrive – con piena ragione – che la guerra fredda è stata alla base della prosperità dei paesi europei e si chiede come mai la stessa cosa non stia accadendo con la Cina, dicendo di trovare assurdo che i paesi europei non ne approfittino.
Ma quando una spiegazione è assurda, semplicemente la spiegazione è un’altra e proveremo qui ad identificarla.


L’autore, dicevamo, ha perfettamente ragione quando scrive che il conflitto ideologico ma mai, per fortuna, bellico tra Stati Uniti e URSS è stato alla base dei nazionalsocialismi in Europa prima e delle moderne società di oggi. Apparentemente diversi tra loro – i primi totalitari, le seconde democratiche – ma uniti dall’ideologia del compromesso tra capitale e lavoro, sia il fascismo che il nazismo furono apertamente finanziati da americani e inglesi, i quali semplicemente temevano che i paesi europei, impoveriti dalle guerre, si facessero sedurre dall’URSS che nel 1917 aveva fatto la sua comparsa nel proscenio europeo. La minaccia sovietica è stata sia alla base del grande successo che fascismo e nazismo incontrarono nei paesi europei, sia della prosperità del tutto fasulla del dopoguerra. Col crollo dell’URSS, gli americani e gli inglesi, veri proprietari dell’Occidente, decisero di riprendersi lentamente tutto ciò che avevano prestato (facendo finta di donarglielo) ai paesi europei. Fu il tempo delle svendite, delle privatizzazioni, dello smantellamento dello stato sociale universale, tutte conquiste dei nazionalsocialismi.
Oggi che è comparsa la Cina, l’autore si chiede perché non sia possibile ricreare le medesime condizioni, dal momento che quel gigante asiatico ha un’ideologia molto simile. E la risposta, che presupporrebbe chissà quali competenze geopolitiche o storiche, in realtà è semplicissima. L’URSS si proponeva come interlocutore del proletariato europeo alla cui miseria contrapponeva una serena povertà. La Cina si propone come interlocutore di società europee grasse, caratterizzate da una finta ricchezza che in realtà è puro e semplice debito che può, in qualsiasi momento, crollare facendoci piombare nella miseria.


Se gli Stati Uniti stanno rivelando la perfidia del proprio sistema ideologico, la Cina non può costituire né un’alternativa né una scappatoia. Il sistema cinese in linea di principio assicura a tutti la stessa serena povertà sovietica. Ma vi aggiunge un totale spregio dei diritti a cui noi occidentali siamo stati abituati. L’uomo occidentale ha l’illusione di essere libero. Di vivere una vita che vada oltre la sua effettiva dimensione di pollo da batteria. Ma se Washington piange, Pechino non ride. Il cinese medio non è che un’ape di un’alveare che può essere in qualsiasi momento soppressa per mille ragioni o forse nessuna. Il diritto cinese prevede la pena di morte per reati che qui in Italia al massimo prevedono un’ammenda. Come si può pensare che possa costituire il punto di approdo di popoli europei panciuti che, abbracciato il sistema cinese, dovrebbero rassegnarsi a lavorare come animali mediante paghe da fame, per poi essere soppressi magari da qualche finto vaccino?
Porsi la domanda su chi sarà il nostro salvatore presuppone lo stesso medesimo errore che ci ha fatto abbracciare gli americani: nessuno salva nessuno gratis. Poi che il conto si paghi a scoppio ritardato come sta avvenendo qui in Occidente dove tutti si stupiscono della piega totalitaria che si è presa dopo la vicenda Covid, senza neanche provare a porsi il dilemma che questo sia semplicemente lo svelamento della finzione che voleva gli americani protettori delle tasche e dei sederi europei, questo ci dà l’idea di quanto gli esseri umani amino adagiarsi sulle proprie illusioni, trasformando in salvatori, in angeli, autentici farabutti abilissimi a manipolare la realtà sensibile. Un errore che nelle vicende pubbliche e in quelle private, commettiamo un po’ tutti, ogni giorno.


Non so come finirà tutta questa storia. Forse non arriverò a vederla. Forse arriverò a vederla ma sarò troppo vecchio per goderne i frutti. Forse il giorno che arriverà sarò un grandissimo eroe in grado di gestirla, discutendone con un grande capo religioso, mentre nell’ospizio in cui sono ricoverato per qualche demenza arriveranno gli infermieri a sedare un matto che si crede un famoso rivoluzionario e l’altro che si crede papa. Quello di cui sono sicuro è che quando quel giorno arriverà, questo sarà un mondo sicuramente diverso da come è adesso. Dove si ritorna alla sana realtà. Quella che ci dice che i liberatori non liberano nessuno, realizzano solo un passaggio di proprietà. Dove non si fanno debiti se non si ha un serio piano di rientro economico. Dove se si viene aggrediti, ci si difende: magari attaccando per primi i potenziali aggressori. Dove si accetta l’idea che i diversi vengano emarginati, non perché sia in sé “giusto” farlo, ma perché purtroppo l’architettura del sistema nervoso umano funziona così e alterarlo significherebbe trasformare l’umanità in un ospedale psichiatrico.
Un mondo forse molto più spietato di quello che si è raccontato favole negli ultimi ottant’anni. Ma sicuramente migliore.


Una cosa è certa. Un detenuto che voglia evadere da un carcere, deve liberarsi del carceriere più pericoloso: se stesso, la sua sudditanza psicologica, i suoi megalomaniaci sogni, l’illusione che ci sia qualcuno che voglia salvarci.

Questa volta non ci salverà nessuno. Ci salveremo soltanto da soli.

FRANCO MARINO
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Ho teso la mia mano alla bestia ferita
Cosicché lei mi ha morso perché non l'ha capita
Carezza non conosce chi alle botte è avvezza
Così l'anima langue di fronte all'incertezza
D'una fiducia flebile donata con cautela
O d'un attacco cieco sferrato per prudenza
Ma la ferita è breve e il sangue scorre appena
Io non ritiro affatto la mia mano piena
La bestia mi minaccia
Soffia, ruggisce e scaccia
Con versi e gran zampate
Le mie mani solcate
Da cicatrici antiche
Ferite familiari
A chi fa come me
Si morde ancor le mani

Ma tu non puoi saperlo
Mio cucciolo selvaggio
Che io ti sono amica
Come te, son ferita
È un male assai comune
Non esser stati amati
Dar così per scontato
Di esser emarginati
Non credi alle carezze, ai baci e ai caldi abbracci
Pensi che siano inganni, intrighi per ragazzi
Appena ti accarezzo ti chiedi come mai
Se un mio bacio è sincero, tu questo non lo sai
Tu vivi i bei momenti
E poi te li racconti
Chiedendoti se è vero
Che siano così belli
Io ti sorrido e vedo
Tra i morbidi capelli
Formarsi un sol pensiero
Sarà poi tutto vero?

La mente allora corre
Si incarta su stessa
Lo spirito demorde
Pensa: non è la stessa
Ma solo il cuore vive
La verità d'amore
La sua luce s'irradia
Su un unico volere
Quello di chi si ama
E chi sa farsi amare.
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M'hai chiesto Tu mi ami?
Con tono disperato
Volevi i giuramenti
D'un animo devoto
Ma io non so rispondere
A chi si fa ridicolo
Così ho fatto silenzio

E dopo t'ho baciato.
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Bianco profilo
Di nuvole nere
È la luna!​
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